Pax coloniale. La pacificazione implica per le società indigene la costrizione a vivere senza poter scegliere come vivere. Un’idea di «pace» che discende dal pensiero suprematista che accompagnò la colonizzazione
Le minacce genocidarie che Donald Trump aveva lanciato la mattina del 7 aprile contro l’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte» – si sono rivelate il ruggito isterico di un leone in un cul de sac. Nonostante Trump avesse «concesso» varie estensioni non richieste per rispondere alla sua proposta di cessate il fuoco, l’Iran non si è spostato dai suoi dieci punti, peraltro già noti da un paio di giorni, inducendo comunque gli Usa a proclamare la cessazione temporanea della guerra e l’avvio dei negoziati di pace.
La pace resta comunque un miraggio, visto che Israele ha già ignorato, come suo solito, i termini dell’accordo mediato dal Pakistan che prevedeva l’estensione del cessate il fuoco anche al Libano, uccidendo oltre 500 persone durante il «cessate il fuoco». Trump e i suoi alleati occidentali vorrebbero una pace nominale e rapida, che apra lo stretto di Hormuz, rassicuri i mercati e oscuri i loro crimini di guerra. Ma per l’Iran e Hezbollah la pace ha un significato opposto.
Come l’intellettuale e leader rivoluzionario palestinese Ghassan Kanafani, alla domanda di un giornalista britannico «perché non entrate in trattative di pace?», rispose «vuol dire forse capitolazione?», così l’Iran, stavolta forte del potere negoziale che Trump stesso ha fatto emergere – la capacità cioè di mandare in tilt l’economia globale – non cederà alla pax americana-israeliana.
Quello che Stati uniti e Israele perseguono è una pacificazione coloniale: un sistema in cui i leader indigeni accettino una sottomissione incondizionata – volontariamente, come i monarchi del Golfo o il presidente siriano al-Shara’ e il presidente libanese ‘Aoun, che hanno già nei fatti accettato l’occupazione israeliana dei propri territori; oppure con la forza, sul modello dell’occupazione americana dell’Iraq che rovesciò il regime di Saddam Hussein, uccidendo oltre 650mila persone solo tra il 2003 e il 2006.
La pacificazione implica per le società indigene la costrizione a vivere senza poter scegliere come vivere: come abitare e coltivare la propria terra, come e cosa produrre e consumare, rinunciando alla propria sovranità e accettando la distruzione esterna delle proprie capacità militari e l’espropriazione delle proprie risorse naturali.
Trump ha più volte detto che il suo obiettivo è «prendere il petrolio iraniano» per «farci un sacco di soldi», aggiungendo in un paio di occasioni il nobile pretesto di voler «liberare i gay», bombardandoli e dispossessandoli.
Questa idea di «pace» discende dal pensiero suprematista che accompagnò la colonizzazione come dispossesso delle popolazioni indigene dai loro mezzi di produzione. Non è il pensiero di un presidente «deviato», come vorrebbe la narrazione liberale, inavvertitamente, per la seconda volta, entrato in possesso dei codici nucleari. Hillary Clinton, durante la sua corsa alla Casa bianca, aveva promesso che, se eletta, avrebbe «obliterato» l’Iran – per «liberare le donne» ça va sans dire – rivelando quanto il femminismo liberal-guerrafondaio non differisca né nella sostanza né tantomeno nello stile dal macho-militarismo neocon.
Ma per l’Iran, come per Hezbollah in Libano, la «pace» segue una logica opposta: è un equilibrio fondato sul rifiuto della soggiogazione imperiale. Dall’inizio della sua risposta all’aggressione israeliana-americana, l’Iran ha reiterato ad nauseam di non voler perdere tempo con negoziati farlocchi – essendo stato già due volte attaccato a sorpresa durante trattative ingannevoli – e chiede una pace con garanzie internazionali. Non è disposto a cedere ad un banale do ut des di breve periodo: ha chiarito che, se Israele non ferma la distruzione del Libano, l’accordo salta.
La resistenza è considerata un sacrificio e non è negoziabile. È il fondamento ideologico della repubblica islamica del 1979 – un ordine rivoluzionario che ha incorporato l’idea di una liberazione collettiva dalla sottomissione all’occidente – quella che Jalal Al-e Ahmed definì «occidentosi» gharbzadegi – all’interno di una teologia sciita che eleva la battaglia di Karbala del 680 a spirito di lotta perenne contro un potere ingiusto e illegittimo.
Questo afflato ideologico era stato pesantemente smorzato da decenni di repressione del dissenso interno e dall’assedio economico e politico esterno. Ma la storia è spesso portatrice di ironia: l’aggressione criminale di Usa e Israele potrebbe averlo rivitalizzato in modo imprevisto, ricordando agli iraniani che una pax occidentale non è in fondo altro che una guerra con altri mezzi.
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 9 aprile 2026