ROMA – La Costituzione è un bene comune e anche un bene rifugio quando si scatenano le bombe del sovranismo, va protetta dai picconatori. Gli italiani lo fanno ogni 10 anni, nel 2006 contro Berlusconi, nel 2016 contro Renzi, nel 2026 contro Meloni e il tentativo di modificare 7 articoli della Carta. L’Italia ha una sana e robusta Costituzione. Nel voto referendario del 22-23 marzo sulla controriforma della magistratura imposta dal governo a un Parlamento sterilizzato, si è affermata una netta inversione di tendenza che ha portato alle urne la maggioranza degli italiani, il 59% è andato a votare e ci sono andati tanti e tante che alle politiche, alle europee e alle amministrative avevano disertato le urne per rabbia o disaffezione. Il No ha vinto con quasi otto punti di distacco, 54% a 46%, e Giorgia Meloni ha incassato la prima grande sconfitta in quattro anni di governo. Quasi 15 milioni di elettori hanno detto a tutti, a cominciare dalle forze (meglio sarebbe dire debolezze) d’opposizione, che la premier non è imbattibile. Il popolo ha sconfitto il populismo.
GIOVANI SPERANZA PER IL FUTURO
Il No ha vinto con un vantaggio di due milioni di voti in tutte le regioni con l’eccezione di tre feudi delle destre, Veneto, Lombardia e Friuli. Anche nei feudi meridionali della Meloni – Calabria, Sicilia, Basilicata – e in quelli dell’Italia centrale – Marche, Abruzzo, Lazio, Molise – il Sì è stato sconfitto e nel Nord i No hanno prevalso in altri avamposti delle destre come il Piemonte e la Liguria. Tutte le grandi città, anche le poche governate dalle destre, da Roma a Milano, da Napoli a Palermo, da Genova a Venezia, da Ancona a Pescara a Bari hanno rifiutato di entrare in guerra con i magistrati e, soprattutto, con la Costituzione. Il Sì resiste, per dirla con le contestatissime parole del procuratore Gratteri, dove la criminalità organizzata detta legge, a Reggio Calabria (nei paesi dell’Aspromonte soggiogati dalla ’ndrangheta il Sì ha superato il 90%, mentre nel paese di Gratteri, per restare in Calabria, ha sbancato il No). A trainare la vittoria della democrazia sono stati i giovani tra i 18 e i 34 anni (61,1%), quelli della “generazione Gaza” e solo tra i più anziani il Sì ha appena superato il 50%. Un bel segnale, una speranza per il futuro. Tra gli italiani all’estero, invece ha vinto un Sì trainato da nipoti e pronipoti di emigrati a cui una legge dei tempi di Berlusconi ha regalato il diritto di voto. Così è andata nelle Americhe e in Australia, mentre in gran parte d’Europa ha vinto il No.
IL PESO DEL MALESSERE
C’è un dato che fa un po’ di chiarezza sulle ragioni della sconfitta del governo che aveva voluto a tutti i costi la frantumazione del Consiglio superiore della magistratura e la separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti per portare i pubblici ministeri sotto il controllo dell’esecutivo: le regioni meridionali hanno votato No con percentuali superiori a quelle registrate nelle “regioni rosse” con punte altissime in Sicilia e in Campania. La città più critica con il progetto meloniano è Napoli con il 75% di No contro il 72% di Bologna, un voto bulgaro si sarebbe detto nella Prima repubblica. A pesare sono state le condizioni materiali dei cittadini del Mezzogiorno, il costo della vita con i prezzi dei beni primari e dei carburanti schizzati alle stelle per colpa delle politiche del governo, la disoccupazione, la precarietà, i bassi salari, l’emigrazione, lo sfascio della sanità pubblica. Fattori che hanno spinto il No anche al Nord e al Centro, ma in misura minore. Un altro aspetto che ha portato alla sconfitta il governo si chiama guerra. L’ambiguità della Meloni sul conflitto ucraino e il sostegno militare a Zelensky, la subalternità al guerrafondaio Trump e al genocida Netanyahu, l’imbarazzo sulle guerre all’Iran e al Libano, non sono in consonanza con il comune sentire pacifista dei cittadini. In un’inchiesta di questi giorni la maggioranza degli italiani che hanno espresso un’opinione è favorevole a ripristinare i rapporti con la Russia tornando ad acquistare il gas da Mosca che costa un quarto di quanto lo paghiamo a Washington.
Last but not least, la questione morale per dirla con Enrico Berlinguer. Il governo Meloni e in generale le leadership delle destre sono covi di inquisiti, indagati, sospettati, ricattati e ricattatori, persino qualche arrestato. Si va dal pistolero di Capodanno Emanuele Pozzolo alla ministra falsificatrice di bilanci e truffatrice dello stato Daniela Santanchè, a sindaci e amministratori arrestati o indagati, per precipitare nel pozzo nero del ministero di Giustizia con il sottosegretario Andrea Delmastro beccato in affari con il clan camorristico dei Senese, con la capa di gabinetto del ministro, Giusi Bartolozzi, che ha gestito per Nordio e Meloni la vergognosa vicenda della liberazione e rimpatrio con volo di stato del torturatore assassino Almasri, il generale libico inseguito da un mandato di cattura internazionale. Bartolozzi disse “se vince il No fuggo dall’Italia”, speriamo sia di parola l’ormai ex capa che come Delmastro si è dimessa all’indomani del voto. A capo della cricca c’è comunque Nordio che arriva a definire mafioso il CSM, altrimenti detto “plotone d’esecuzione”. Per la gente comune si è superato il segno. In tanti sono comprensibilmente critici con l’amministrazione della giustizia, i tempi infiniti dei processi, gli errori giudiziari, la burocrazia, ma ha capito che la controriforma del governo non incide minimamente su questi aspetti, serve solo a impedire al magistrato di fare il guardiano della legalità, regalando alla politica l’impunità. Meloni aveva nel suo programma tre leggi fondamentali, la devolution cara ai leghisti ma congelata dalla Corte costituzionale, la museruola ai magistrati cara a Forza Italia e detta “legge Berlusconi” sepolta dal voto popolare e la terza, il premierato targato Giorgia che sfuma all’orizzonte. Chi ci ha messo la faccia, come Meloni che ha chiesto un voto su di sé, l’ha persa così come Nordio.
Bella ciao cantata nelle piazze di Roma, Napoli, Milano e tante altre città riempite di popolo dalla CGIL per festeggiare e persino dai magistrati napoletani riuniti in attesa del verdetto delle urne – che scandalo, ulula la destra sconfitta – racconta una speranza di primavera. Che è nelle piazze, ma nei partiti d’opposizione?
UNA VITTORIA NON PARTITICA
Miope è il tentativo di PD, M5S, AVS di mettere il cappello su una vittoria che è popolare, altamente politica ma ben poco partitica. Tutti quei No non sono trasferibili d’ufficio nelle casse di Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, vanno conquistati e non sarà semplice, come sono arrivati potrebbero ripartire. Soprattutto se i suddetti passeranno il loro tempo a litigare di primarie e leadership. Le urne piene del referendum potrebbero nuovamente svuotarsi alle elezioni politiche dell’anno prossimo in assenza di una rottura, una secca discontinuità, una credibile proposta di alternativa sociale, politica, culturale alla destra. C’è un fossato da riempire, saranno in grado di farlo, ne avranno la capacità e, soprattutto, la volontà?
Questo articolo è stato pubblicato su Area il 25 marzo 2026