Prevenzione e sicurezza sul lavoro al femminile

di Maurizio Mazzetti /
23 Marzo 2026 /

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Come ogni anno in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, ma in questo 2026 quasi di soppiatto e senza particolare pubblicità, l’INAIL ha prodotto lo specifico Dossier donne su infortuni e malattie professionali al femminile. Del dossier, datato 10 marzo 2026 (https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/pubblicazioni/dossier-e-speciali/dossier-e-speciali-dettaglio.2026.03.dossier-donne-2026.html), riporto integralmente alcune parti rinviando al medesimo per i dati. 

“…uomini e donne, non solo possono essere esposti a rischi diversi, ma possono rispondere in maniera diversa alla stessa esposizione rischiosa. Questa differenziazione va necessariamente basata su dati scientifici che possano motivare specifici fattori di aggravio o riduzione di alcuni rischi o, in altri casi, motivarne l’indifferenziazione. 

La pubblicazione evidenzia come l’appartenenza di genere possa influenzare l’assegnazione delle mansioni e le criticità in ambienti lavorativi prevalentemente maschili o femminili, con differenze che si intrecciano anche con età, provenienza e caratteristiche socioeconomiche…(con) l’esposizione ai rischi tradizionali ed emergenti: dall’invecchiamento della forza lavoro ai rischi psicosociali, dalle aggressioni alle criticità legate alla conciliazione tra vita professionale e familiare. 

Tutti questi elementi, sommati ai rischi direttamente connessi alle attività svolte e agli ambienti lavorativi, risultano oggi determinanti nel definire il quadro della salute e sicurezza delle lavoratrici italiane… 

Nel 2024 in Italia si sono registrati circa 515 mila infortuni sul lavoro, di cui quasi 180 mila hanno riguardato donne; i casi mortali sono stati 1.215, con 97 lavoratrici coinvolte, e su 88.353 malattie professionali denunciate 23.096 hanno interessato la componente femminile. Questi numeri sono significativi soprattutto se si considera che le donne generalmente non sono impiegate in attività ad alto rischio infortunistico, tipicamente maschili. … 

Un aspetto in cui le donne risultano più colpite è l’infortunio “in itinere”, cioè durante il percorso da casa al lavoro o viceversa. Dei quasi 102 mila infortuni in itinere avvenuti nel nostro Paese nel 2024 oltre 49.000, pari al 48,2% del totale, hanno coinvolto donne. Tra i 302 infortuni mortali in itinere, 37 hanno avuto come vittime donne e 265 uomini. Tra i decessi femminili il 38% avviene in itinere, mentre per gli uomini l’incidenza si ferma al 23,7%. 

Nel 2024, il 15,5% del totale degli infortuni femminili ha riguardato donne con un’età compresa tra i 55 e i 59 anni, che risultano le più colpite. Aggressioni e violenze ai danni delle lavoratrici hanno inciso per il 5,5% sul totale degli infortuni riconosciuti dall’Inail. A essere coinvolto, in almeno il 44% dei casi, è stato il personale del settore sanitario e assistenziale 

Il dossier, per quanto pregevole, soffre peraltro di tutti i limiti quantitativi e qualitativi delle rilevazioni INAIL, sui quali non tornerò una volta di più; buona parte del contenuto si basa sui dati definitivi 2024, e fotografa una situazione sostanzialmente immutata nel bene (sostanziale stabilità degli infortuni, anche mortali) e nel male (crescita delle malattie professionali). Di queste ultime sottolineo il (ahinoi, anch’esso immutato) strutturale trend in aumento: in base qui ai dati provvisori 2025, crescono di oltre 10.000 casi, arrivando a superare le 98.000, (quindi ormai una ogni cinque infortuni: una quindicina d’anni fa erano una ogni 12,13); e quelle delle donne, circa 25.000, che crescono di 2000 unità, cioè la metà della crescita di quelle degli uomini, a conferma della minor tendenziale rischiosità delle occupazioni nei servizi ove lavorano le donne. Osservo inoltre che ove apparentemente il rischio è il medesimo, cioè nella circolazione stradale, le donne sembrano invece esservi più esposte; sul punto il Dossier recita: 

 “Definendo come infortuni “fuori azienda” la somma degli infortuni in itinere e di quelli avvenuti in occasione di lavoro con mezzo di trasporto coinvolto, riconducibili quindi al rischio da circolazione stradale, nel 2024 l’incidenza di questi infortuni è stata del 29,2% per le donne e del 19,7% per gli uomini (un divario di quasi 10 punti percentuali). Negli esiti mortali, la quota femminile raggiunge il 55,7% (54 casi su 97), più di un caso su due quindi, mentre quella maschile si ferma al 41,8% (467 su 1.118), a evidenziare comunque per entrambi quale rilevanza abbia il fenomeno. In sintesi, proporzionalmente la strada colpisce più le donne degli uomini. Tale fenomeno è spiegabile anche con modelli sociali che vedono la donna impegnata nel difficile bilanciamento tra lavoro e famiglia, con riflessi sulla frequenza dei tragitti (più soste, deviazioni e tappe nei loro spostamenti aumentano la probabilità di incidenti) e sul recupero psicofisico” 

Infine, colpisce come il dato su aggressioni e violenze (percentuale del 5,5% sul totale degli infortuni 2024, pari a circa 28.300 eventi – ma l’impressione, in base alla cronaca, è che tendano ad aumentare) non sia ulteriormente approfondito, né confrontato con quello in cui le vittime sono gli uomini. 

Ma se l’analisi dei dati è funzionale agli interventi di prevenzione, e questi devono essere mirati ai rischi specifici, esiste un rischio specifico legato alle differenze di genereE la differenza sessuale configura diversamente tutti gli altri rischi, con conseguente necessità di valutazioni ed interventi preventivi ulteriori e diversi? Il dossier donna INAIL 2026, sia pure con sin troppa cautela, sembra riconoscerlo, si vedano le parti su aggressioni e molestie e rischio da circolazione stradale; ma senza poi trarne conseguenze. 

Eppure, la obbligatoria valutazione dei rischi che confluisce nel DVR – Documento di Valutazione dei Rischi – (articolo 28 del TU 81/2008) deve riguardare TUTTI I RISCHI. Ma quali sono? Molteplici sono le tipologie e le classificazioni, magari intersecantesi e spesso coesistenti, alcune esplicitamente individuate dalla normativa, altre frutto di ricerche sul campo e dell’evoluzione tecnologica e organizzativa: dai tradizionali rischi fisici, chimici, biologici, infortunistici si passa a quelli da organizzazione del lavoro, (compresi quelli più recenti legati a smart working e impatto dell’Intelligenza Artificiale) e poi a quelli psicosociali, quali uso di sostanze stupefacenti e psicotrope, violenze, molestie, aggressioni, mobbing, stress lavoro correlato, tecnostress, digital stress, burn-out, precarietà lavorativa, invecchiamento e connesso prolungamento della vita lavorativa, differenze linguistiche e culturali. E con le più avanzate teorie che parlano di sicurezza predittiva (i rischi non si valutano soltanto, si prevedono ed evitano prima che si manifestino) oppure, su altro piano, di benessere lavorativo da raggiungere (benessere in cui la sicurezza va ben oltre la mera assenza di eventi dannosi), o l’approccio ONE HEALTH che considera appunto la salute un tutto unico nel lavoro e nella vita; e certo si tratta di una elencazione parziale. 

Riguardo alle differenze di genere ho però l’impressione, che non chiamerò ipotesi, e con l’ovvia premessa che l’esperienza personale non fa statistica, che la valutazione dei rischi segua piuttosto un modello neutro senza attenzione a questo aspetto, con limitate eccezioni riguardanti gravidanza, allattamento e salute riproduttiva; e non mi sono mai imbattuto, in oltre cinque lustri in cui mi sono occupato a vario titolo di prevenzione e sicurezza sul lavoro, in un DVR che ne faccia una valutazione specifica o differenziata per sesso e genere. E a conferma di questo modello culturale neutro, neppure nel caso di aggressioni e violenze, che anche solo a seguire la cronaca colpiscono maggiormente le donne, la recente legge 198/2025 (sulla quale, da ultimo, l’articolo dell’11 gennaio), e la prima circolare applicativa dell’INL 1/2026, pur prescrivendo, (TU 81 art. 15,) tra le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, ‘la programmazione di misure di prevenzione di condotte violente o moleste” continuano ad identificarne come destinatari i lavoratori senza ulteriori specificazioni . 

Ma tra il materiale che tratta di questo rischio fino a progettare dei DVR di Genere (DVR-G), la stessa INAIL ha prodotto nel 2024 una Guida per la valutazione dei rischi in ottica di genere (ovviamente gratuita), reperibile, tra gli altri su https://cug.cultura.gov.it/wp-content/uploads/2024/07/GuidaInailValutazioneRischiOtticaGenere.pdf. Detta Guida non è cauta come il Dossier nell’affermare l’esistenza di un rischio legato alle differenze di genere, e altro elenca anche altre metodologie già elaborate, per quanto le più recenti risalenti ad una decina di anni fa. 

La Guida è documento complesso, completa e molto dettagliata, e lodevolmente pensata per chi opera e non solo per chi studia; nell’impossibilità di una esposizione più dettagliata, ne riporto l’indice, sufficiente a dare un’idea di impostazione e contenuto; e non posso non osservare che anche di tale pregevole lavoro l’INAIL non ha dato particolare pubblicità. Attenzione, ciascuno dei punti di cui al successivo numero 5 “Aspetti tecnici per la valutazione dei rischi in ottica di genere” meriterebbe uno specifico approfondimento, coniugato magari con rilevazioni statistiche sul campo. E che poi questa Guida, o altre metodologie, siano concretamente utilizzate, in particolare (cfr. infra) per la parte applicativa e relative schede, e in che misura, solo una indagine statistica, verosimilmente a campione, lo potrebbe dire: attendiamo quindi non troppo fiduciosi, ma speranzosi, che qualcuno si metta all’opera… Di seguito l’indice. 

Introduzione 9 

PARTE GENERALE 11 

1. Aspetti normativi 13 

2. Analisi del quadro statistico occupazionale, degli infortuni 18 

e malattie professionali 

2.1 Il contesto statistico occupazionale e contrattuale 18 

2.2 Gli infortuni 23 

2.3 Le malattie professionali 25 

3. Esperienze di valutazione dei rischi in ottica di genere 26 

4. La “medicina di genere” e il contributo del medico competente 30 

5. Aspetti tecnici per la valutazione dei rischi in ottica di genere 34 

5.1 Introduzione alla valutazione dei rischi in ottica di genere 34 

5.2 Indicazioni per la valutazione dei rischi in ottica di genere 36 

5.2.1 Rischi trasversali, psicosociali e organizzativi 36 

5.2.2 Rischi per la salute 42 

5.2.3 Rischi per la sicurezza 51 

5.2.4 La tutela di lavoratrici in ottica di maternità 51 

RIFERIMENTI LEGISLATIVI E NORMATIVI 53 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA CITATA 55 

ULTERIORI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI 59 

PARTE APPLICATIVA 61 

Le schede di rischio in ottica di genere 62 (NB: sono una sessantina) 

Appendice statistica 

La Guida, in tutti i suoi pregi, è però in un certo senso tipica nell’usare sempre il termine genere come sinonimo di sesso, e in ottica binaria; ma sappiamo che esistono altre concezioni di sesso e genere, che l’ottica binaria non è l’unica, con i generi che possono essere considerati più di due: ma nessuna attenzione è data alle persone non binarie, nemmeno citate, neppure circa un ulteriore specifico rischio di aggressioni, violenze e molestie che già, come riconosce il Dossier Donne, colpisce maggiormente il genere donna anche in ottica binaria. 

Ma esistono altri approcci: e quanto a sesso e genere richiamo qui quello che troviamo nel dossier “Prévention des risques professionnels: vers une meilleure prise en compte des différences entre femmes et hommes?” (Prevenzione dei rischi professionali: verso una maggiore considerazione delle differenze tra donne e uomini?). Il dossier è pubblicato nella rivista tecnica del francese INRS – Institut National de Recherche et de Sécurité pour la prévention des accidents du travail et des maladies professionnelle, cioè “Hygiène & sécurité du travail” (HST) n° 280 di settembre 2025, del quale una pregevole sintesi è stata pubblicata su Punto Sicuro del 06 marzo scorso. 

Del dossier segnalo in particolare l’articolo Sexe, genre et prévention des risques professionnels” (Sesso, genere e prevenzione dei rischi professionali) a cura di Agnès Aubletcuvelier e Florence Chappert interessante soprattutto per l’approccio ai concetti di sesso e genere, in quanto distinti; approccio che non discuterò se corretto o quanto accettato, non avendo alcuna competenza in materia, ma che mi pare convincente sotto il profilo della prevenzione e sicurezza sul lavoro. Tratterò in un prossimo articolo più diffusamente il Dossier anche circa analogie e differenza con la Guida INAIL (il dossier fotografa la situazione francese che credo però redo, assolutamente sovrapponibile a quella italiana). 

Qui mi limito a ricordare che per le autrici «sesso» e «genere», altrove sinonimi, sono invece termini concettualmente diversi. 

Sesso: riguarda essenzialmente differenze biologiche con relativo diverso impatto dei medesimi rischiGenere: riguarda differenze sociali (professioni, percorsi, vita al di fuori del lavoro…) con relative esposizioni differenziate (anche, o soprattutto, ai rischi psicosociali, aggiungo). 

Sesso e genere sono peraltro sempre visti da un punto di vista binario uomo/donna; peraltro, almeno però ricorda che non si può trascurare peraltro che il vissuto sul lavoro delle persone non binarie, certo con proprie specificità, che è ancora poco indagato e conosciuto (in Italia direi per nulla). 

Ad un prossimo articolo. 

Maurizio Mazzetti 17 marzo 2026 

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