Concluse le Olimpiadi, Cortina d’Ampezzo torna sotto i riflettori e, ancora una volta, per le infrastrutture realizzate per i Giochi. Al centro dell’attenzione anche stavolta la pista da bob, skeleton e slittino. Un verbale dello scorso 25 febbraio redatto per conto della Società infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 (Simico Spa) avrebbe definito lo stato dello Sliding centre come in condizioni “di quasi abbandono”, citando rilevanti problemi strutturali, tra cavi elettrici danneggiati, strumentazioni di valore incustodite, carenze strutturali, manometri e tende di protezione rotti, canali di posa e isolamenti danneggiati, tubi piegati, viti allentate e molto altro e danni stimati per oltre un milione di euro.

In risposta, Gianluca Lorenzi, sindaco di Cortina d’Ampezzo, ha spiegato di aver convocato un incontro tra i soggetti coinvolti nella gestione dell’infrastruttura, affermando che è obbligo della Fondazione Milano Cortina 2026 ripristinare aree e location entro marzo, prima di ripassare il testimone a Simico affinché completi definitivamente l’opera.
Dopo una settimana di tempesta mediatica, Simico ha smentito i contenuti del documento tecnico e i “danni milionari” citati dalla stampa, specificando che una volta terminata la fase di disallestimento legata ai Giochi olimpici, la Società proseguirà con gli interventi di propria competenza. Cogliendo poi l’occasione per ricordare che la pista sarebbe stata realizzata “in tempi record” e che durante i Giochi avrebbe ricevuto “apprezzamenti e riconoscimenti a livello internazionale”.
Tanto rumore per nulla? Non si direbbe considerando che questa situazione ha determinato l’annullamento dei Campionati italiani di bob, skeleton e slittino che si sarebbero dovuti tenere proprio a marzo.

Un residente ampezzano spiega ad Altreconomia che problemi strutturali ed esempi di cattiva gestione della pista da bob, come fessurazioni nel cemento esterno e generatori lasciati esposti alle intemperie, erano stati riscontrati già a dicembre scorso. Da un nostro sopralluogo all’area esterna del cantiere si scorge un budello grigio che, tra la neve e il ghiaccio che si stanno sciogliendo, fa letteralmente acqua da tutte le parti e sembra essere ormai distante anni luce dall’immagine di eccellenza internazionale trasmessa dai Giochi.
“Sicuramente bisogna capire quali danni sono presenti”, racconta ad Altreconomia Roberta De Zanna, consigliera di Cortina d’Ampezzo, aggiungendo anche che il Comune ha emesso due determine di spesa per incaricare uno studio legale per la gestione giuridica dei rapporti con Simico e Fondazione, in relazione allo Sliding centre, e di assistenza pre-contenzioso per tutti i procedimenti amministrativi connessi allo svolgimento dei Giochi. Per De Zanna rimangono aperti molti interrogativi: chi si farà carico dei costi per il ripristino della struttura? L’opera è da considerarsi strutturalmente fragile? Ma la questione più urgente riguarda la sicurezza: “È necessario chiarire se, durante i Giochi, atleti, staff e pubblico abbiano frequentato un sito potenzialmente a rischio -afferma-. Era prevedibile che il post-Olimpiadi avrebbe portato alla luce diverse criticità ma nessuno immaginava in tempi così brevi”.

De Zanna constata che le Olimpiadi hanno mostrato un’immagine bella di Cortina, tra riprese emozionanti, un mondo di atleti e tifoseria con divise che hanno vivacizzato il paese per quindici giorni, ma tuttavia senza un vero coinvolgimento della popolazione locale. “Da un lato il costo dei biglietti, 200 euro per le gare di sci, non proprio alla portata di tutti, e dall’altro le iniziative di svago che si sono concentrate in festini ed eventi esclusivi, spesso a numero chiuso”. Per la consigliera non sono stati solo i prezzi delle gare a risultare impopolari ma il costo dell’intero evento: “Abbiamo assistito a scene imbarazzanti, con file di persone costrette a mangiare frettolosamente panini portati da casa mentre erano in coda per le gare, pur di non farsi spennare per uno snack o una bibita ufficiale”.

Cortina, ancora in ripresa dalla “sbornia” post-olimpica, sta vivendo ora la seconda festa, quella paralimpica, ripopolandosi di atleti, volontari e tifosi pronti ad animare e colorare la città.
E a proposito di colori, è impossibile non notare le numerose bandiere verdi, bianche e azzurre che sventolano da tante terrazze del paese. Il drappo rappresenta i territori ladini ed è issato ufficialmente sul municipio e accanto al braciere olimpico. “Sono i colori della nostra terra: il verde richiama i prati, il bianco la neve e l’azzurro il cielo”, spiega Elsa Zardini, presidente dell’Unione dei ladini. Nata in un momento storico delicato, ovvero subito dopo la fine della Prima guerra mondiale e vietata durante il periodo fascista, la bandiera è oggi simbolo di libertà.

“Per i Giochi invernali la comunità ampezzana non è stata minimamente interpellata -prosegue Zardini-. Per questo a febbraio centinaia di persone ci hanno chiesto di poter esporre la bandiera ladina. Per statuto comunale l’Unione dei ladini ha il compito di preservare la cultura, le tradizioni e i valori locali. Ecco che questa iniziativa ha rappresentato un’occasione per ribadire come la gente del posto, non essendo stata consultata, intenda riaffermare il proprio legame con il territorio e il suo ambiente, anche a salvaguardia delle generazioni future. La bandiera vuole quindi dare il benvenuto agli atleti, ma anche rimarcare il fatto che impianti e infrastrutture vanno realizzati con criterio, non in fretta e furia e, specialmente, non in zone franose”. Il richiamo è alla cabinovia Apollonio-Socrepes, pianificata sopra un versante instabile che ha manifestato importanti movimenti di terra durante i lavori.
Zardini rimarca il fatto di non essere contraria agli eventi sportivi in sé ma invita a riflettere sull’eredità dei Giochi: “Il problema è quello che ci rimane dopo: ricordiamo che le Olimpiadi del 1956 hanno lasciato un pesante indebitamento per le casse comunali, tant’è che sono serviti trent’anni per risanare i conti”.
Nel frattempo a Cortina si continua a gareggiare, in un paradosso di cantieri ancora aperti e opere che destano preoccupazioni. Almeno fuori dai cantieri tra carabinieri, esercito, Guardia di Finanza, polizia di Roma capitale e altre divise, la sicurezza sembra esserci.