L’ultimo numero del Bollettino trimestrale Dati INAIL (https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/pubblicazioni/bollettino-trimestrale.html?all=true) reca i primi dati su infortuni e malattie professionali denunciati nel 2025; prima di parlarne, in attesa dei dati definitivi e “puliti”, che di solito sono diffusi e analizzati in apposita Rapporto a maggio – giugno, ricordiamo che:
- Si tratta di dati provvisori sui soli eventi denunciati, che però, in una qualche percentuale, non saranno riconosciuti né, quindi, indennizzati dall’INAIL; sul punto la Relazione INAIL sul 2024, uscita a Luglio 2025, indicava percentuali di riconoscimento del 67% per gli infortuni, del 48% per quelli mortali, e del 37% per le malattie professionali, pur in presenza di un certo numero di casi ancora in istruttoria (ma, verosimilmente, con analoghe percentuali).
- Non sono conteggiati gli infortuni cosiddetti in franchigia (inabilità al lavoro inferiori a tre giorni) né quelli di un solo giorno;
- Riguardano i soli lavoratori assicurati all’INAIL; quindi non comprendono i coltivatori diretti già pensionati, forze dell’ordine, militari, vigili del fuoco, agenti di commercio, e soprattutto i lavoratori autonomi non artigiani, con o senza partita IVA, con eccezione dei cd. riders o ciclofattorini, per i quali l’INAIL ha previsto già nel 2020, e come confermato da apposita circolare 40 nel 2025, una copertura assicurativa anche qualora il rapporto di lavoro sia autonomo (ma si tratta di numeri limitati, ordine di grandezza decine di migliaia, e con forte turnover);
- Non riportano né gli indici di frequenza né quelli di gravità; attendiamo fiduciosi, per questi ultimi, un aggiornamento; peraltro sulla banca dati statistica dell’INAIL compaiono ancora quelli relativi al triennio 2021-2023, pesantemente influenzati dal COVID (https://bancadatistatisticaoas.inail.it/analytics/saw.dll?Dashboard)
- Ovviamente non considerano il lavoro in nero, ove eventuali infortuni si nascondono tra le malattie “comuni, e sempre che emergano in qualche modo.
Nei suddetti limiti il quadro che ne esce è sostanzialmente, ancora una volta stabile, nei suoi aspetti positivi (si fa per dire) ed in quelli negativi; le variazioni in numeri assoluti, come in percentuale, sono infatti limitate, ad eccezione delle malattie professionali per le quali, peraltro, il trend in aumento è costante anche nelle dimensioni da anni (ma non sembra ricevere alcuna particolare attenzione). Vediamo comunque qualche numero, riservando una analisi più puntuale all’uscita del Rapporto.
Infortuni denunciati: 597.710, (+ 1,4% rispetto ai 589.571 del 2024); a lavoratori 516.839 (+1,0% rispetto alle 511.688 del 2024), a studenti 80.871 (+3,8% 77.883), con questi ultimi a rappresentare il 13,54% del totale.
Tra i lavoratori gli infortuni avvenuti in occasione di lavoro sono saliti a 416.900 da 414.853 da (+ 0,5%,), continuando ad essere poco più dei quattro quinti degli infortuni totali; quelli occorsi in itinere sono cresciuti con più intensità, da 96.835 a 99.939 (+3,2%), portando la loro incidenza dal 18,9% al 19,3%. Poiché gli infortuni in itinere non riguardano un ambiente di lavoro vero e proprio ma, piuttosto, di vita, caratterizzato dal particolare e molto variabile rischio da circolazione/mobilità, nel quale la sicurezza dipende da fattori diversi e con attori diversi ad assicurarla, l’attività di prevenzione degli infortuni dovrebbe quindi concentrarsi sui suddetti 416.900 casi. Una parte dei quali, peraltro, sono (attendiamo il Rapporto per i numeri) avvenuti a bordo e/o alla guida di un qualche mezzo di trasporto (autisti, fattorini, lavoratori itineranti come trasfertisti o manutentori), quindi originati anch’essi dal rischio della circolazione stradale. E un rapido confronto con i dati storici, per chi volesse consultarli – https://www.inail.it/portale/it/attivita-e-servizi/dati-e-statistiche/statistiche-storiche.html – mostra che, rispetto al 2001, (primo anno completamente confrontabile, in quanto gli infortuni in itinere sono pienamente riconosciuti dal marzo 2000), quando le denunce furono 1.002.709. Ciò è accaduto per diversi motivi: perché gli strumenti (norme comprese) per prevenzione e sicurezza sono certo migliorati, come sono migliorati macchine e impianti, ma soprattutto è diminuito il rischio, o meglio gli esposti al rischio, vista la diminuzione delle attività manifatturiere (causa automazione, delocalizzazioni all’estero, chiusure, abbandoni di certe attività) ad eccezione dell’edilizia. Peraltro nulla si dice circa i rapporti di lavoro di chi si infortuna, che siano autonomi o dipendenti, a tempo indeterminato o determinato, in somministrazione, appalto e simili; e nessuna delle ultime Relazioni annuali, che sia quella lNAIL o quella del Ministero del Lavoro per il Parlamento, lo fa. E si tratta chiaramente di una precisa scelta politica, perché l’esperienza quotidiana, qualche analisi settoriali, e i drammatici casi degli infortuni mortali plurimi, confermano che tra precarietà lavorativa e insicurezza sul lavoro esiste un nesso causale inscindibile che solo l’ideologica esaltazione della cosiddetta flessibilità, pur ipocritamente temperata da richiami al valore del lavoro ed alla validità economica ed occupazionale della flessibilità, e che oggi ha tanta immeritata fortuna, può nascondere.
In ottica di genere, gli infortuni in occasione di lavoro toccano per un terzo le lavoratrici con un aumento del 2% contrapposto ad un -0,2% per gli uomini; in assenza di dati sull’occupazione femminile ed in quali settori, non si può dire di più
Paese di nascita: gli infortuni occorsi a lavoratori nati in Italia diminuiscono dello 0,5%, cioè di circa 2000 unità (poco più di 315.000 del 2024); mentre per i nati all’estero aumentano del 3,7%, cioè da circa 97.500 a poco più di 101.300. L’incidenza sul totale degli infortuni a lavoratori stranieri passa dal 23,5% del 2024 al 24,3% del 2025; e, attenzione, questi ultimi sono circa 2,5 milioni; quindi, sono poco più del 10% dei 24.221.000 occupati totali che l’ISTAT censiva a settembre 2025. All’ingrosso, i lavoratori stranieri si infortunano due volte e mezzo in più degli italiani; il che non è spiegabile solo col fatto che i primi (i maschi, almeno) sono per lo più occupati in attività a rischio più elevato come edilizia, agricoltura, logistica ed attività manifatturiere. Infatti, se le denunce per lavoratori marocchini, romeni e albanesi rimangono le più numerose in termini assoluti, si registrano incrementi percentuali superiori al 15% tra tunisini, egiziani e bangladesi, tradizionalmente più presenti nei servizi e nel commercio. Con questi numeri ci sarebbe quindi da lavorare, e prima ancora anzi da indagare, sul punto: il che non accade – ricordo che la Strategia nazionale 2026 – 2030 nulla dice in materia – e credo mai sia stato fatto seriamente: forse perché gli stranieri non votano, forse perché ad occuparsene “troppo” di voti si rischia (si crede?) di perderne, forse semplicemente perché non si ritiene non dirò necessario, ma importante farlo, se si infortunano più dei nati in Italia sarà fatalità o responsabilità loro, ed una minor tutela = minor costo, è funzionale all’attuale modello economico e produttivo specie nei settori meno avanzati.
Settori di attività e distribuzione territoriale – In un quadro di sostanziale stabilità, con variazioni percentuali intorno o minori dell’1%, l’Agricoltura registra una diminuzione di poco più del 2% e le Costruzioni, al contrario, un 3% in più; il che indica che sotto il profilo della maggior sicurezza la Patente a crediti in edilizia non sembra aver avuto effetti, a meno che (ma anche qui, l’analisi sarebbe da approfondire) l’aumento non sia riconducibile ad una emersione di lavoratori prima in nero, oppure sia comunque troppo presto per misurarne gli effetti.
Due parole, infine, su infortuni in itinere e a studenti. I primi vedono, in controtendenza sul dato generale, una quasi parità tra uomini e donne: 48.000 denunce, poco più di un quarto delle quali legato agli spostamenti tra la casa e il luogo di lavoro, contro il 15% registrato per gli uomini, a conferma di un rischio stradale più rilevante per le lavoratrici e a macchia di leopardo sul territorio nazionale, benché più presente nel centro Nord. Per gli studenti, invece, le quasi 81mila denunce del 2025 corrispondono a un incremento del 3,8% rispetto all’anno precedente, con una sorprendente preponderanza di quelli denunciati dalle scuole paritarie, che pure ne registrano in tutto poco più di 4 mila (+13,9%) rispetto alle statali (+3,3%).
Sempre e ancora sconsolante il dato sui casi mortali, singoli o plurimi: denunce pervenute 1.093, tre in più rispetto alle 1.090 del 2024, di cui 1.085 per lavoratori e otto (ben otto !!) a studenti, cui pure le attività particolarmente rischiose sarebbero vietate. Otto casi in più tra i lavoratori, dovuti esclusivamente agli incidenti in itinere, passati da 280 a 293 (+4,6%), mentre i casi mortali in occasione di lavoro scendono da 797 a 792 (-0,6%). Non può sorprendere la marcata differenza di genere: il 75,6% dei decessi per gli uomini accade sul luogo di lavoro, come diretta conseguenza della loro maggior presenza in settori ad alto rischio come edilizia o industria pesante; per le donne più della metà dei casi (54,3%) accade invece nel tragitto casa-lavoro-casa (effetto del loro maggior carico familiare con relativo stress e pressione sui tempi?). Nel 2025 si contano infine 14 incidenti plurimi con 33 morti complessivi, rispetto ai 12 eventi con 39 decessi dell’anno precedente, con un peso più rilevante degli incidenti dovuti a scontri tra veicoli (23 decessi contro i 12 del 2024). Ancora più che sugli altri infortuni, sui casi mortali emergono i limiti quantitativi e qualitativi dei dati INAIL esposti all’inizio: a mero titolo di esempio, il lodevole osservatorio privato Morti di lavoro (https://www.facebook.com/Mortidilavoro ), che li conteggia tutti indipendentemente dal tipo di rapporto, per il 2025 ne censisce 1119 …
Anche la situazione delle malattie professionali (l’INAIL preferisce il termine lavoro-correlate) è immutata: da a 88.499 a 98.463 casi, con oltre un 11% in più. Il 74,4% delle malattie denunciate riguarda lavoratori maschi (+12,0%), con concentrazione nell’Industria e servizi (75,8%) e Agricoltura (68,7%); per contro, nella gestione Conto Stato che riguarda chi lavora nel settore pubblico il 68,0% dei casi riguarda donne e con crescita del 5,8% sul 2024; mentre invece quelle degli uomini calano dell’11,8%. Il fenomeno è meramente registrato senza commenti …
Le patologie più numerose, come da ormai qualche lustro, restano quelle all’apparato osteomuscolare e il tessuto connettivo, con ben 64.015 denunce nel 2025, cioè oltre tre quarti dei casi e con un aumento del 10,9% rispetto alle 57.744 del 2024. Seguono, ancora una volta, le malattie del sistema nervoso (10.311 casi, cioè 12,1% del totale, +11,1%) e quelle dell’orecchio e dell’apofisi mastoide con 5.273 denunce (6,2%, +5,7%); mentre tumori, malattie respiratorie e altre patologie presentano valori più contenuti e andamenti differenziati. Stante la grande varietà dei fattori causali e concausali extra-lavorativi (che, ricordo, nelle malattie considerate professionali possono coesistere) non è certo in base a dati provvisori che si può procedere ad una analisi causale; non resta quindi che attendere il consueto Rapporto. Tuttavia nei precedenti Rapporti (cfr. l’articolo sulla Relazione annuale INAIL 2024 – https://www.ilmanifestoinrete.it/2025/09/14/relazioni-annuali-sulla-sicurezza-nei-luoghi-del-lavoro – tale seria analisi non è mai stata neppure abbozzata neppure per le patologie più frequenti. Eppure qualche riflessione sul fatto che oltre l’87% delle denunce riguardi apparato osteomuscolare e tessuto connettivo, nonché il sistema nervoso, qualche riflessione, o meglio ancora approfondimento, sulle concrete condizioni di lavoro in Italia lo richiederebbe, se non si vuole solo fare statistica descrittiva.
Un confronto con l’Europa. La pubblicazione INAIL reca, infine, un sintetico confronto con la situazione europea, citando i dati EUROSTAT che indicano per il 2023 oltre 2,8 milioni di infortuni non mortali in occasione di lavoro nella UE-27, in calo del 5% rispetto al 2022, e 3.298 casi mortali (+0,4%); ed il minimo che si può dire è che sono dati non aggiornati e che nulla dicono sulle malattie lavoro correlate. Considerando poi i tassi standardizzati di incidenza per 100mila occupati fonte EUROSTAT per i settori industriali e alcuni (ma solo alcuni …) comparti dei servizi, l’Italia presenta un indice per gli infortuni mortali pari a 1,20, in linea con la media UE-27 (1,23) e con la Spagna (1,18), ma inferiore alla Francia (3,50) e superiore alla Germania (0,53), mentre per gli infortuni non mortali si colloca stabilmente sotto la media europea, con 991 casi contro i 1.300 dell’Ue e valori nettamente inferiori a Spagna (2.391), Francia (2.351) e Germania (1.418).
Personalmente non riesco a ritenere questi confronti significativi: sono diversi i sistemi di assicurazione vigenti in Europa e diverse le nozioni di infortunio (in alcuni paese gli infortuni legati alla circolazione finiscono nelle relative statistiche e non in quelle sul lavoro, in altri i casi mortali sono considerati tali solo se la morte arriva subito o dopo un breve periodo di tempo), per non parlare delle malattie professionali; non tutti i settori produttivi sono censiti, i singoli paesi rilevano e comunicano non uniformemente ed universalmente, e ancora sono diverse le modalità di calcolo degli occupati su cui poi si calcolano i tassi standardizzati. Poco consola, quindi, che la situazione italiana appaia non troppo dissimile da quella europea, perché il problema non è tanto contare i casi e confrontarli, per poi magari rassicurarci in qualche documento ad uso pubblico, ma farli diminuire. E a ben guardare, da un confronto appena più mirato, non ne usciamo poi così bene: l’Italia è il secondo paese per produzione industriale, e relativi occupati, in Europa dopo la Germania, ma quest’ultima per gli infortuni mortali presenta un tasso standardizzato, cioè quello confrontabile con più sicurezza, che è meno della metà di quello italiano, cioè 0,53 rispetto a 1,20.