L’Europa perduta nella crisi globale

di Marco Bascetta /
5 Marzo 2026 /

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A ogni nuova accentuazione della crisi globale l’Unione europea sprofonda sempre di più in una penosa esistenza spettrale. E i singoli stati nazionali non si fanno scrupolo di giocare ognuno la propria partita scegliendosi, nel caso, partner occasionali. Sulla Groenlandia si era vista l’ultima generica posizione comune contro le pretese di Trump. Poi solo sporadiche esibizioni di vuota retorica da parte di von der Leyen.

E qualche bellicosa dichiarazione dell’Alta rappresentante del nulla Kaja Kallas.

Quanto più Trump agisce d’impulso secondo una logica (se mai si possa usare questo termine) poco comprensibile ai suoi stessi accoliti, tanto meno i governi europei, con l’eccezione di quello di Madrid, si azzardano a esprimere un giudizio netto. C’è chi si sottrae a un coinvolgimento troppo diretto nelle politiche di Washington, chi critica questo o quel punto ma senza denunciare nel suo insieme la catastrofe made in Usa, chi tace e acconsente ma anche chi tace e dissente. In una schermaglia di «amicizie» e «lealtà» a geometria variabile e prive di qualunque consistenza.

In tutto questo un elemento di verità è tuttavia emerso. L’ipocrisia dei «valori», dello «scontro di civiltà», del mondo libero contro quello soggiogato, delle democrazie contro le dittature, della pace contro la guerra, spesa al servizio dei più avidi interessi è stata quasi universalmente messa da parte per far posto a quella dottrina della forza che muove ormai senza fronzoli l’azione e l’autorappresentazione degli stati sovrani. A Parigi si esalta più la force de frappe che quella dei principi dell’89, si ragiona ormai in termini di ombrello nucleare, potenza atomica e flotte in movimento, trovando immediata eco a Londra; a Berlino si vagheggia la realizzazione del più potente esercito d’Europa, laddove solo il mito di un ritorno alla potenza militare è riuscito a scalzare quello per lungo tempo inscalfibile del pareggio di bilancio. Ma ad ogni buon conto, nel bene e nel male, è la relazione con Trump, pur nella sua imprevedibilità, a dettare il comportamento degli stati nazionali europei anche nei rapporti che intrattengono fra loro.

Il cancelliere Merz sembrerebbe aver soppiantato tutti nel ruolo di sponda privilegiata del presidente americano in Europa.

Concorde sui fini della guerra all’Iran, se pure cortesemente dubbioso sugli esiti futuri, finge di credere che Trump troverà una qualche soluzione non sfacciatamente putiniana in Ucraina e asseconda tutte le spacconate del tycoon, sperando nella clemenza sui dazi. Non una parola, invece, sul diritto internazionale e il ruolo delle Nazioni unite, per non parlare della differenza tra i «valori europei» e l’ideologia Maga, evocata solo qualche settimana fa.

Le oziose speculazioni sugli «assi» (franco-tedesco, italo-tedesco?) e le locomotive oscurano il fatto che la Bundesrepublik si muove soprattutto come potenza nazionale sulla base di una rottura radicale con gli aspetti decisivi della sua tradizionale politica europea: l’antimilitarismo, la conversione ecologica e il diritto di asilo. Per dirla in breve il paese più popoloso e ricco d’Europa è anche quello più vicino alle politiche di Trump sull’energia fossile, la lotta all’immigrazione, l’incremento della spesa militare, per non parlare della più completa legittimazione del massacro dei palestinesi di Gaza. Non è certamente il solo, ma quello di maggior peso. La socialdemocrazia che lo tiene in piedi in attesa di un definitivo sdoganamento dell’Afd è del tutto evaporata.

La guerra, che dilaga dal Golfo al Mar rosso al Mediterraneo orientale e chissà fino a dove, assesta ora un durissimo colpo alle economie europee che hanno disertato il fronte delle energie rinnovabili, imboccando la strada che dai profitti facili dell’energia fossile conduce alla guerra per il controllo delle risorse, alla scarsità, alla crisi e a nuove guerre per superarle. In una spirale a suo modo anacronistica che oggi solo la superpotenza statunitense sarebbe in grado di sostenere. Non senza pagare comunque un prezzo piuttosto alto.

La visita del cancelliere Merz a Washington ha coinciso con la netta condanna, la più diretta pronunciata nel Vecchio continente, della guerra israelo-americana contro l’Iran da parte del premier spagnolo Pedro Sanchez. A riprova dello stato miserevole in cui versa l’Unione europea, il cancelliere tedesco è rimasto impassibile di fronte alle minacce rivolte da Trump a un importante membro dell’Unione come la Spagna, rimproverando anzi quest’ultima di non voler procedere all’aumento della spesa militare preteso dalla Nato.

Un’Europa di destra, nonostante la prosopopea nazionalista e gli interessi commerciali contrastanti, ruota di fatto intorno a Donald Trump e alle sue spericolate giravolte. La diversità europea passerebbe invece per un esteso ciclo di lotte contro queste destre. La Spd tedesca e il Labour di Starmer hanno già dimostrato di essere subalterni o incapaci. Il Ps francese e il nostro Pd non promettono molto di meglio. È un compito che torna ai movimenti e a una forma del tutto nuova, materiale e diffusa, di antifascismo.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 4 ottobre 2026

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