Michela Vanda Caserini, ricercatrice del Politecnico di Milano e illustratrice, ha curato un racconto visivo a carattere di inchiesta sull’impatto ambientale delle infrastrutture legate alle Olimpiadi invernali nei paesaggi montani. Utilizzando il disegno a mano come strumento di analisi e racconto critico, denuncia processi di trasformazione e di progressivo depauperamento ambientale indotti dagli interventi infrastrutturali. Un omaggio attualissimo a Eduardo Galeano
“Ha forse un padrone la terra? Com’è possibile? Come si può venderla? Come si può comprarla? Se non ci appartiene, ebbene, noi siamo suoi. Suoi figli siamo. E così sempre, sempre. Terra viva. Come genera i vermi, così ci genera. Ha ossa e sangue. Ha latte, e ci dà da pappare. Ha capelli, erba, paglia, alberi. Sa partorire patate. Fa nascere case. Fa nascere gente. Lei ha cura di noi e noi la curiamo. Lei beve chica, accetta il nostro invito. Siamo figli suoi. Come si può venderla? Come si può comprarla?”
Eduardo Galeano, “Memoria del fuoco”
Considerare un atto di depredazione solo quando un popolo compromette l’esistenza di un altro popolo è una posizione di evidente limite. Sarebbe opportuno ridefinire i confini in cui questo atto si configura e includere, all’interno dell’alterità, anche ciò che umano non è. In questa estensione si colloca il concetto di ecocidio: la distruzione sistematica degli ecosistemi come conseguenza diretta di azioni economiche e infrastrutturali. Un reato che nella legislazione internazionale non è pienamente riconosciuto come tale.
Nel contesto dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026, l’istinto predatorio, mascherato da grande rito conciliativo tra le nazioni, si manifesta mediante processi di trasformazione profonda e irreversibile del paesaggio alpino. L’estrattivismo legato alle grandi opere impoverisce i territori e ne sfratta gli ecosistemi, esponendoli al potere esercitato da gruppi economici che operano su scala sovralocale.
Il progetto “Echi e tracce: le vene aperte dietro il paesaggio olimpico” -titolo che rende omaggio all’opera di Galeano- nasce come un tentativo di denuncia visiva delle devastazioni ambientali legate ai Giochi olimpici, utilizzando il disegno a mano come strumento di analisi e racconto critico. Il lavoro si struttura attraverso due registri: tracce ed echi, appunto.
Le tracce corrispondono a una lettura di tipo analitico e didascalico. Il lavoro prende avvio dai dati e dalle mappe pubblicati da Altreconomia che costituiscono la base informativa dell’indagine. Attraverso una loro rielaborazione grafica, il disegno mette in evidenza il paesaggio ambientale precedente agli interventi -boschi, praterie, elementi naturali e abitazioni- e lo mette in relazione con una seconda rappresentazione riferita al 2025 in cui emergono le porzioni di territorio compromesse attraverso segni e campiture.


Gli echi, invece, adottano un linguaggio più evocativo. Quattro luoghi vengono rappresentati in prospettiva: in basso in ciascuna composizione, l’intervento infrastrutturale, ridotto a una campitura bianca; in alto, ciò che è stato impattato.
Terre smottate, fiumi deviati e boschi squartati rimangono sospesi nello spazio del disegno, come presenze fantasmatiche tra le cime. Il carattere apparentemente surrealista di queste immagini non intende essere un artificio estetico ma il paradossale riflesso di azioni reali.


Opera di drenaggio, l’infrastruttura delle Olimpiadi ha soprattutto manomesso la rotta delle acque, elemento fondamentale per l’equilibrio ecologico. L’acqua, per sua natura, obbedisce a leggi condivise e tende all’equilibrio. Il suo forzato cambiamento di corso è un atto di disobbedienza verso queste leggi, aumentando il disordine nella gestione delle risorse idriche e aggravando un equilibrio già da tempo compromesso. Con questo, la montagna è stata sbiancata. Già si sospende verso l’alto l’eco del suo dissenso mentre il corpo del reato rimarrà un desolato testimone delle vene aperte per i Giochi olimpici 2026.
Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 16 febbraio 2026