Ripensare politicamente la transizione al comunismo

di Sandro Mezzadra /
1 Febbraio 2026 /

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Note sul metodo della trasformazione sociale, a partire dalla costruzione di un terreno terzo tra Stato e mercato, oltre la logica dei blocchi e contro la guerra

Un confronto «sull’urgenza di alternative all’esistente senza rimanere ingabbiati nel rimpianto di ipotesi che non sono state in grado di evitare l’impasse in cui ci troviamo»: l’invito di Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti coglie senz’altro un problema drammaticamente aperto nel nostro presente. Da tempo lo avverto anch’io, pur essendomi formato e continuando a lavorare nel solco di una tradizione – l’operaismo rivoluzionario – che ha sempre guardato con freddezza se non con sospetto al tema delle «alternative». 

La sferzante ironia marxiana sulle ricette per l’«osteria dell’avvenire», già menzionata in questo dibattito, è stata a lungo per me sufficiente a liquidare quel tema: per ricordare una battuta che circolava molti anni fa, pensavo che del modo in cui sarà organizzato il lavoro del becchino in una società comunista ci saremmo occupati a tempo debito. La mia attenzione era interamente rivolta alla dimensione dell’antagonismo di classe, alla composizione di quest’ultima e alla crescita al suo interno di livelli di cooperazione e «autovalorizzazione» che prefiguravano il comunismo.

In questo senso, al pari di molte e molti altri ho vissuto la stessa fine del socialismo reale come una liberazione: come apertura di un nuovo campo di lotta e sperimentazione dopo l’esaurimento di un’esperienza storica che – nonostante quella che mi appariva senz’altro come una degenerazione – continuava a pesare come un’ipoteca su chiunque si dichiarasse comunista. Non è il caso di tornare su quella lettura del biennio 1989/91: basti dire che mi pare oggi quantomeno affrettata. Negli anni successivi, in ogni caso, lotte e movimenti di tipo nuovo si sono effettivamente sviluppati in diverse parti del mondo, contribuendo a formulare elementi di programma che costituiscono oggi riferimenti fondamentali per ogni ragionamento sulle «alternative». A lungo, tuttavia, l’immaginazione e l’azione politica sono rimaste bloccate tra due poli, ovvero tra il ripiegamento su modelli ereditati del passato (per fare due esempi: lo Stato sociale democratico in Europa e il desarrollismo in America latina) e l’enfasi sull’«anticapitalismo». 

Se quest’ultima ha interpretato e promosso lotte e rivolte reali, la sua caratterizzazione «negativa» è emersa progressivamente come un limite. Lavorando in particolare con Brett Neilson, ho cercato quindi di interrogarmi sull’esigenza e sulla possibilità di superarlo e di lavorare alla ricostruzione di un orizzonte «positivo» di trasformazione sociale e politica capace di superare il blocco appena menzionato (si veda in particolare il nostro contributo al volume collettivo Drowning Capitalism. Three Essays on What to Do Next, Rotterdam, Rotterdam, V2_Publishing, 2025).

Se possibile, gli eventi degli ultimi anni e mesi hanno ulteriormente consolidato questa esigenza. Tra la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina, un vero e proprio terremoto ha investito non soltanto il sistema internazionale (organizzato attorno agli Stati) ma anche la sua articolazione con il mercato mondiale capitalistico – quello che teorici come Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi hanno chiamato «sistema mondo». Alle spalle di tutto ciò agiscono trasformazioni potenti del modo di produzione capitalistico, sempre più chiaramente caratterizzato da tendenze monopolistiche, evidenti in particolare negli Stati uniti nell’evoluzione di Big Tech, delle grandi piattaforme infrastrutturali. Lo stesso concetto di neoliberalismo mostra sempre più chiaramente i suoi limiti nel cogliere la direzione complessiva di sviluppo del capitalismo (per quanto evidentemente la razionalità neoliberale continui a condizionare specifiche politiche). Insieme a molte e molti altri, abbiamo cercato di leggere questo insieme di processi e trasformazioni, qui richiamati in modo stenografico, sullo sfondo di una crisi dell’egemonia globale statunitense e dell’emergere di un multipolarismo centrifugo e conflittuale (si veda S. Mezzadra e B. Neilson, The Rest and the West. Per la critica del multipolarismo, Milano, Meltemi, 2025).

Il concetto di multipolarismo è carico di ambiguità e di ambivalenze, su cui non posso qui soffermarmi. Basti dire che nella nostra prospettiva non si presenta come un ideale da perseguire ma come una descrizione del mondo che si è andato formando dopo la crisi finanziaria del 2007/8 (e delle guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan). Aggiungere che il multipolarismo ha caratteri centrifughi e conflittuali significa poi sottolineare che la guerra ne caratterizza gli sviluppi, e che più in generale tende ad assumere la forma di un «regime» con diverse manifestazioni a livello globale (si veda M. Hardt e S. Mezzadra, A Global War Regime). Con ogni evidenza, l’insediamento della seconda amministrazione Trump negli Stati uniti ha da una parte confermato questa presenza «atmosferica» della guerra, aprendo dall’altra nuovi scenari. Il regime globale di guerra conosce una torsione ormai apertamente imperialistica: frenati dal peso del debito e incapaci di esercitare un’egemonia globale, gli Stati uniti puntano a ridefinire gli spazi per la proiezione della propria potenza politica, militare ed economica – prima di tutto (come è apparso chiaro con la nuova Strategia di sicurezza nazionale e poi con l’«operazione militare straordinaria» a Caracas) ristabilendo il loro controllo sull’«Emisfero occidentale» e sull’America latina, che si era in qualche modo allentato dopo la fine della Guerra fredda.

Non è questo il luogo per approfondire l’analisi di questi processi, che puntano in ogni caso a ristabilire la logica dei «blocchi», l’uno contro l’altro armati, come violenta riorganizzazione di quello che ho chiamato multipolarismo centrifugo e conflittuale. In ogni caso, quel che conta è che questi blocchi sono in formazione, e che tanto al loro interno quanto tra di essi la guerra è destinata a essere una presenza costante nel prossimo futuro. Per noi, significa che la lotta contro la guerra non potrà che essere una priorità, e questo (lo hanno del resto notato tanto Bertorello e Gabbuti quanto Stefano Lucarelli) condiziona anche il modo in cui ci interroghiamo sulle «alternative». Se da una parte ci è negata ogni possibilità di sperimentazione politica che non si confronti direttamente con la guerra e i suoi regimi, dall’altra l’opposizione a essi non può invocare genericamente la pace o il rispetto del diritto internazionale. Deve piuttosto caricarsi di contenuti affermativi, delineando e appunto affermando materialmente forme di vita e cooperazione irriducibili al regime di guerra – che è anche un regime di accumulazione capitalistica i cui tratti violenti, estrattivi e monopolistici sono destinati a consolidarsi ulteriormente. Lungi dal poterla rimandare a giorni migliori, la questione delle «alternative» acquisisce ulteriore urgenza nella congiuntura di guerra che stiamo attraversando.

A me pare in ogni caso che ogni ragionamento su una prospettiva di riorganizzazione complessiva dei rapporti sociali e del modo di produzione, capace di spezzare il dominio del capitale, debba assumere come riferimento essenziale elementi di programma materialmente formulati all’interno delle lotte sociali. E questi elementi non mancano certo, basti pensare ai movimenti femministi, ecologisti e antirazzisti: a emergere è qui il profilo di una società in cui la liberazione dal patriarcato e da ogni forma di suprematismo va di pari passo con l’istituzione di nuove forme di riproduzione sociale e di metabolismo ambientale. L’insieme delle lotte che investono il lavoro, poi, rinvia a un profilo della cooperazione sociale come forza produttiva eminente, che si tratta di liberare da rapporti di sfruttamento e di ricatto per trasformarla in fonte non solo di ricchezza condivisa ma anche di libertà e uguaglianza. Attorno ai mondi digitali si sono articolate negli anni lotte e pratiche di grande rilievo, mentre si è determinata un’accumulazione di conoscenza che può costituire la base per un’appropriazione sociale di infrastrutture che – dalle piattaforme all’intelligenza artificiale generativa – si sviluppano oggi secondo una logica proprietaria e monopolistica, facilitando giganteschi processi di accumulazione di ricchezza. È questo insieme di processi, del resto, che mostra come la lotta contro la proprietà privata (la prospettiva realistica della sua «abolizione») continui a rappresentare un terreno essenziale per la definizione delle «alternative».

Certo, che cosa possa significare oggi «abolizione della proprietà privata» è tutt’altro che evidente. Mi limito qui a proporla come orizzonte per il dibattito, sottolineando l’importanza che altri modi di possedere (di cui si è parlato ad esempio nel movimento per i «beni comuni») possono avere entro un processo di trasformazione che punti a scardinare la logica proprietaria come logica essenziale per l’organizzazione dei rapporti sociali. Più in generale, se le lotte sociali costituiscono il riferimento fondamentale per la formulazione di elementi di programma, è evidente come il profilo generale di un mondo per cui valga la pena di battersi possa emergere soltanto attraverso il lavoro di un cervello collettivo – o di una molteplicità di cervelli collettivi. Tra le lotte, la formulazione di programmi di alternativa, l’applicazione politica di questi programmi e ancora le lotte esiste del resto un movimento circolare, di cui è bene essere consapevoli. Il radicamento del rapporto di capitale all’interno dell’organizzazione economica, politica e sociale (nonché sul piano delle soggettività e delle forme di vita) è così profondo che è bene rinunciare all’idea di una trasformazione radicale capace di farne immediatamente tabula rasa. Quella che si tratta di ripensare – mentre proliferano le retoriche sulla transizione egemonica, digitale, energetica, ecologica – è la problematica della transizione al comunismo. E se le esperienze del passato, in condizioni del tutto nuove, ci insegnano qualcosa è che il processo di transizione deve essere inteso come processo di lunga durata al cui interno le lotte sociali – lungi dallo spegnersi – hanno un ruolo essenziale come motore della trasformazione.

Nominare la transizione al comunismo significa porre la questione del ruolo dello Stato al centro del dibattito sulle «alternative» e sul «metodo» della trasformazione sociale. Mi pare una questione dirimente, considerato che attorno a essa si è definita un’altra secca opposizione – tra «Statofilia» e «Statofobia», potremmo dire – nei dibattiti degli ultimi anni all’interno della sinistra in diverse parti del mondo. Lo Stato, tuttavia, viene troppo spesso considerato in modo astratto, come espressione della sovranità popolare o del dominio, senza considerare le trasformazioni radicali che lo hanno investito nel suo rapporto con il capitale. Anche indipendentemente da ogni valutazione sulle conseguenze che ha avuto la centralità dello Stato nelle esperienze storiche di costruzione del socialismo (ad esempio per quel che riguarda la sostituzione della proprietà privata con la proprietà statale), oggi la potenza del capitale non può essere efficacemente fronteggiata e spezzata facendo esclusivamente leva sullo Stato. Questo dipende in primo luogo dal fatto che, come hanno dimostrato le esperienze più significative di governo delle sinistre negli ultimi anni (ad esempio in America latina), le stesse strutture istituzionali dello Stato sono «corrotte» dalle operazioni e dalle logiche del capitale che strutturalmente le attraversano e le condizionano. L’esercizio di competenze sovrane da parte delle grandi piattaforme infrastrutturali, anche in ambito militare (si pensi a Palantir), intensifica oggi questo problema (si veda ad esempio Francesca Bria, Il colpo di Stato della tecnologia autoritaria, in Le Monde Diplomatique, novembre 2025). 

Significa questo che il campo istituzionale deve essere abbandonato? In nessun modo. Solo, va attraversato con quella che György Lukács definiva (nel suo saggio su Lenin del 1924) «Realpolitik rivoluzionaria»: nessuna occasione va tralasciata per conquistare poteri di governo, anzi in questa conquista va individuata una premessa essenziale per la messa in pratica dell’«alternativa» e per l’apertura (pur parziale) di un processo di transizione. Tuttavia, in una città così come in un paese, la conquista del governo deve coincidere con la predisposizione di condizioni che – a partire dal tessuto di lotte e autorganizzazione esistente – garantiscano l’efficacia del processo di trasformazione indicato dal programma di «alternativa» su una molteplicità di livelli. La teoria del dualismo di potere offre qui indicazioni fondamentali, una volta che di quel dualismo si affermi il carattere strutturale (nel processo di transizione) e il necessario radicamento istituzionale. Si tratta di immaginare modalità di espressione e di intervento puntuale di una potenza sociale diffusa, non identificata con lo Stato (o anche semplicemente con il governo). Penso alla continuità delle lotte, certo, ma anche all’azione di quelli che ho chiamato cervelli collettivi, che devono giocare un ruolo fondamentale nella formulazione di una «alternativa» ma anche nelle modalità della sua attuazione – che significa al tempo stesso la sua verifica e il suo ulteriore approfondimento. 

È in questa cornice che l’intera questione del rapporto tra Stato e mercato va a mio giudizio ridefinita, a partire dalla concreta invenzione di un terreno terzo (quello dell’azione politica indipendente dall’una e dall’altro) capace di ridefinire il senso di programmazione e regolazione, innovazione e forme dell’impresa. Il tema della pianificazione è da questo punto di vista di grande importanza, ed è oggi al centro di vivaci dibattiti in riferimento al suo rapporto con le tecnologie digitali (si veda ad esempio Evgenij Morozov, Digital Socialism? The Calculation Debate in the Age of Big Data). Il processo di democratizzazione necessario per rompere il monopolio dei dati e delle infrastrutture della pianificazione detenuto da imprese come Amazon non può che coinvolgere istituzioni pubbliche (nazionali e transnazionali). Nei tempi lunghi in cui questo processo deve essere realisticamente pensato, tuttavia, la stessa pianificazione pubblica non può che fondarsi sull’attivazione di intelligenze collettive e sulla formazione di una molteplicità di organismi sociali capaci di riempire di contenuti quella pianificazione e di contrastare ogni tendenza alla centralizzazione burocratica. 

Sono certo soltanto alcune prime indicazioni, in qualche modo preliminari. Credo tuttavia che il dibattito sulle «alternative» non possa prescindere da una riflessione sul «metodo» della trasformazione sociale. E d’altro canto, mentre la congiuntura di guerra che stiamo vivendo ridisegna gli spazi politici ed economici a livello globale, dobbiamo essere consapevoli che il lavoro per la definizione di un orizzonte di aspettativa alternativo alla miseria del presente non può che svolgersi a livello transnazionale. In questione non è, naturalmente, l’istituzione di un «comitato di saggi» di un’inesistente sinistra mondiale: si tratta piuttosto di moltiplicare le forme e le sedi di scambio tra esperienze e tentativi, per instaurare – in uno spirito internazionalista – un insieme di risonanze tra lotte, immaginari e desideri di liberazione in diverse parti del mondo. Solo così può prendere forma una politica della liberazione capace di tradursi in programmi di alternativa efficaci in una singola città, in un singolo paese, in una singola regione del mondo. Mentre l’imperialismo e la guerra mostrano pienamente la natura distruttiva del capitalismo, la nostra ricerca di «alternative» non può che collocarsi nell’orizzonte di un nuovo internazionalismo.

*Sandro Mezzadra insegna Filosofia politica all’Università di Bologna. È tra i promotori di Euronomade.info e della rivista Teiko. Con Michael Hardt coordina il progetto Portolan. Il suo ultimo libro, scritto con Brett Neilson, è The Rest and the West. Per la critica del multipolarismo (Milano, Meltemi, 2025).

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 28 gennaio 2026

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