Dopo le toghe “rosse” e i giornalisti “non allineati”, ora tocca ai professori “di sinistra”.
“Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda politica durante le lezioni?”, questa è una delle incredibili, inquietanti domande a cui gli studenti sono chiamati a rispondere, e compare nel questionario diffuso nei giorni scorsi in diverse scuole italiane dagli attivisti di Azione studentesca. Per chi lo ignorasse, si tratta di una organizzazione giovanile legata al partito Fratelli d’Italia, germogliata direttamente da Azione Giovani di Alleanza Nazionale, voluta da Gianfranco Fini e diretta all’inizio del 2000 da Giorgia Meloni. Di che ci meravigliamo?
Chi ha buona memoria ricorderà che il 19 settembre 2000 un manipolo di giovani fascisti fece irruzione in una libreria romana, imprimendo sulle copie del manuale di Storia del XX Secolo per le scuole superiori, scritto nel 1998 da A. Camera e R. Fabietti, un timbro con la scritta “falsi d’autore, non comprateli”. Augusto Camera, storico e docente, aveva avuto l’ardire di inserire nel volume da lui curato assieme a Renato Fabietti, un paragrafo sulle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Fu messo alla gogna come fazioso insegnante di sinistra.
Qualche mese dopo, esattamente nel novembre 2000, il Consiglio regionale del Lazio guidato da Francesco Storace, lui pure di Alleanza Nazionale, delibera di istituire una Commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie, da diffondere all’intero territorio nazionale. Quale la motivazione dell’atto censorio che suscitò l’indignazione di studenti, insegnanti e dell’opposizione politica? Si era appurato da parte degli estensori della delibera che molti dei testi adottati nelle scuole superiori, in particolare quelli che trattano di storia, raccontano i trascorsi della nazione mistificandone intere pagine e omettendo di scriverne altre dando prova di manifesta faziosità.
Si trattava sicuramente di consiglieri “esperti”, magari gli stessi che, privi di vergogna, chiedevano in quegli anni di equiparare i “meriti” dei militi filo-nazisti di Salò a quello dei partigiani che lottarono per la libertà e la democrazia. Questi esponenti della Destra vivono in un Paese democratico ma ne ignorano i principi ispiratori, nello specifico quelli sanciti nell’art. 21 della Costituzione che riconosce a tutti i cittadini il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, e ribaditi nell’art. 33 dove si sottolinea che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
Nella locuzione tutti i cittadini sono compresi ovviamente gli insegnanti, quelli di sinistra e quelli di destra, particolare che pare sfuggire agli attivisti meloniani. Evidentemente gli orfani di Salò non riescono a liberarsi dall’ideologia nefasta che ne ispira l’azione e ne ottunde il pensiero. Essi contrappongono al pluralismo delle idee la piatta uniformità del conformismo gregario sintetizzato dal motto: Un capo, una legge, una fede.
Pur definendosi giovani attivisti di Fratelli d’Italia, sembrano una copia sbiadita dei vecchi nostalgici del ventennio che rimpiangono gli anni in cui nella scuola elementare si introduceva il testo unico di Stato, l’abecedario fascista come veniva definito. Siamo nel 1929 quando una Commissione ministeriale nominata allo scopo, dopo aver esaminato oltre 400 testi scolastici, dichiara che nessuno di essi è confacente alle nuove esigenze della nazione fascista. La pluralità dei libri di lettura e dei sussidiari, espressione dell’autonomia didattica degli insegnanti, ostacolava il proposito del regime di utilizzare la scuola per l’indottrinamento delle nuove generazioni al fine di suscitare nei giovani il forte spirito nazionalistico e militare necessario alle auspicate avventure belliche. Dai libri di testo si passa ben presto a chi li scrive e li utilizza per l’insegnamento. Lo Stato autoritario mal sopporta il pluralismo delle idee e ancor meno tollera il dissenso degli intellettuali.
Nel giro di un biennio, nell’agosto 1931, il Duce impone ai docenti universitari la famigerata solenne dichiarazione che recita: Giuro di essere fedele al Re e al Regime fascista…di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere a tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi e probi e devoti alla patria e al Regime fascista.
Coloro che non hanno accettato di adeguarsi sono stati licenziati. Oggi dove si vuole arrivare?
Auspichiamo che i partiti di opposizione e tutti i democratici del Paese reagiscano con determinazione a questo maldestro e vergognoso tentativo di schedare politicamente il corpo docente. Secondo il dettato costituzionale non sono i cittadini “di sinistra” a essere fuori legge, bensì coloro che si ispirano, pur sotto diverse spoglie, ai principi del disciolto Partito Nazionale Fascista.