La nuova Strategia Nazionale in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro

di Maurizio Mazzetti /
25 Gennaio 2026 /

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La Strategia Nazionale in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro 2026-2030 approvata nel dicembre 2025 – strategia vera e propria o somma di auspici e desideri? 

In un certo silenzio, tranne che tra gli addetti ai lavori, il 18 dicembre 2025 il Comitato nazionale di cui all’articolo 5 del TU 81/2008, competente per indirizzo e coordinamento di vigilanza e altre iniziative per la salute e sicurezza sul lavoro, ha approvato il documento di cui sopra; si veda il relativo (e ottimistico come d’obbligo) comunicato stampa ministeriale (https://www.salute.gov.it/new/it/comunicato-stampa/salute-e-sicurezza-sul-lavoro-ministero-della-salute-approvata-la-nuova-strategia); e vista la composizione del Comitato, possiamo dire che rispecchia fedelmente, nelle omissioni forse ancora più che in ciò che c’è, la strategia dell’attuale governo, non poi così dissimile da quella dei precedenti. E il termine strategia, dico da subito lasciando a chi mi leggerà il giudizio, è vocabolo improprio se si esamina il contenuto del documento. 

Il documento (33 pagine) è articolato e complesso, ricco di spunti e suggestioni, e meritevole di più trattazioni o approfondimenti, pur nell’uso eccessivo di tecnicismi anglosassoni o di “parole d’ordine” – Vision Zero per gli infortuni, ad esempio – o termini alla moda – “resilienza” -; il che agli operatori della sicurezza, e per di più se diciamo “stagionati”, può provocare una qualche giustificata insofferenza. 

Il testo completo è comunque reperibile, tra gli altri, all’indirizzo https://www.ciip-consulta.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1727:strategia-nazionale-ssl-2026-2030-pubblicata-dal-ministero-della-salute&catid=19&Itemid=133. E ciò che immediatamente emerge è che di strategico nel documento troviamo pochino: al momento è poco più che un elenco, per quanto apprezzabile e anche innovativo, di obiettivi e relative azioni di implementazione della Sicurezza Sul Lavoro (d’ora in avanti SSL); azioni possibili o auspicabili, ma assolutamente vaghe circa la loro realizzazione.  Mancano infatti indicazioni operative su contenuto, tempi, e neppure, con forse un paio di eccezioni su cui tornerò, risorse umane, strumentali e finanziarie per attuarle; e neppure è precisato a chi spetti compierle. Non è individuata inoltre alcuna priorità, e paiono tutte poste sullo stesso piano prescindendo dalle più o meno gravi situazioni di partenza, territoriali e/o settoriali, situazioni che ovviamente sono differenziate ed anche di molto. La stessa dichiarata necessità di un monitoraggio annuale non precisa indicatori e strumenti (che non si improvvisano né si introducono in corso d’opera…), limitandosi a individuare come sede “naturale” il Comitato ex art. 5 del Tu 81/2008, dove le Regioni, cui pure ricade il maggior peso delle attività previste, sono però in minoranza. 

Dopo una pregevole parte introduttiva sul sistema istituzionale europeo ed italiano, poi sulle banche dati e relativi numeri e serie storiche, (occupati, infortuni e malattie professionali, numero e dimensioni delle imprese, settori di attività economica e rischio, sorveglianza sanitaria e da chi effettuata) la Strategia si articola in cinque Assi Strategici per le azioni (o, meglio, ambiti di intervento) da svolgere, cioè: 

Asse Strategico 1: Affrontare i cambiamenti del mondo del lavoro 

Asse Strategico 2: Rafforzare e incrementare la resilienza del sistema istituzionale 

Asse Strategico 3: Potenziare l’efficacia delle tutele 

Asse Strategico 4: Supportare le micro, piccole e medie imprese 

Asse Strategico 5: Diffondere la cultura della prevenzione 

Per una prima, sintetica esposizione del contenuto di detti Assi Strategici riproduco integralmente il riassunto che Elena Bruno, Tecnico della Prevenzione presso l’ASL Roma 5, ne fa in pregevole articolo pubblicato on line su Punto Sicuro del 19 gennaio 2026. 

  • L’Asse 1 è dedicato ai cambiamenti del mondo del lavoro, richiama la necessità di aggiornare continuamente le valutazioni dei rischi in relazione a rischi emergenti, transizioni digitale, cambiamenti climatici e nuovi modelli organizzativi, inclusi lavoro a distanza e lavoro ibrido. 
  • L’Asse 2 punta al rafforzamento della resilienza del sistema istituzionale, promuovendo il coordinamento delle attività di vigilanza, la condivisione dei dati e il dialogo sociale. Per i professionisti HSE ciò implica una maggiore integrazione tra competenze tecniche, sanitarie e organizzative. 
  •  L’Asse 3 mira a potenziare l’efficacia delle tutele, con attenzione ai settori ad alto rischio e alle situazioni di vulnerabilità. L’approccio suggerito è quello di una prevenzione mirata, basata su evidenze epidemiologiche e analisi settoriali. 
  •  L’Asse 4 riconosce il ruolo centrale delle micro, piccole e medie imprese, prevedendo strumenti di supporto, assistenza tecnica e incentivazione. Un ambito in cui la consulenza HSE assume un valore strategico per tradurre gli indirizzi normativi in soluzioni concrete e sostenibili.” 
  • L’Asse 5 investe sulla cultura della prevenzione, sottolineando l’importanza della formazione e della sensibilizzazione fin dalle scuole, in una prospettiva di lungo periodo, ambito nel quale i Tecnici della Prevenzione dipendenti delle Asl operano già attivamente attraverso interventi nelle scuole tramite i gruppi di lavoro scuole che promuovono salute (SPS), sviluppati anche nell’ambito dei Piani Mirati di Prevenzione”

Attenzione: fino alla sua approvazione da parte della Conferenza Stato Regioni la strategia delineata nel documento non ha alcuna effettività, né, tanto meno, vincolatività; e tra quanto si scrive sui documenti, ed il realizzarlo, sappiamo quale distanza e quanto tempo possano passare. 

Per avere qualche dettaglio operativo in più, dobbiamo quindi andare piuttosto al cosiddetto, nei comunicati stampa, Piano Nazionale per la Prevenzione 2026 – 2031, dal quale ci si aspetterebbe, in quanto definito appunto Piano, qualche indicazione di maggior dettaglio? (NB: notate lo sfasamento temporale rispetto alle Strategie). 

Detto Piano però, anche in base ai comunicati del Ministero stesso, in realtà è quello complessivo in materia di salute e relative risorse, quali stabilite dalla legge di stabilità 2026 (https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/legge-di-bilancio-2026-le-misure-la-sanita/?tema=Piano+nazionale+della+prevenzione). Avremo poi singoli Piani regionali, nonché quello triennale già in corso INAIL 2025 – 2027 (https://www.inail.it/portale/prevenzione-e-sicurezza/it/prevenzione-e-sicurezza/normativa-di-riferimento/piano-triennale-della-prevenzione.html?all

Chi avesse la pazienza, o la necessità professionale, di consultare tali documenti, osserverebbe in primo luogo le analogie, quando non la sostanziale identità, di molte parti; il che si spiega sia per la il necessario riferimento ai piani di attività dell’Agenzia Europea di Bilbao (https://osha.europa.eu/it/campaigns-and-awards/healthy-workplaces-campaigns), peraltro fermi a quelli 2023-2025 (!), sia con la comune formazione e cultura degli operatori, o almeno di coloro che tali piani redigono. Osservo peraltro che a tale ricchezza di piani e documenti corrisponde una sorprendente rarefazione, se non della consuntivazione delle attività svolte, di analisi e valutazioni di efficacia esterna in termini di maggior sicurezza; affermazione mi rendo conto impegnativa, che però ogni persona interessata o ogni addett* ai lavori può verificare, compulsando i siti istituzionali dei soggetti coinvolti. 

Con tutte le dovute cautele circa la sua futura attuazione, alcune osservazioni sulla Strategia 2026-2030 sono possibili, anzi doverose, da subito, su ciò che c’è e soprattutto su ciò che non c’è. 

Iniziando dall’Asse 1  cambiamenti del mondo del lavoro, correttamente il documento enumera una serie di elementi di contesto di cui tenere conto: nuovi lavori e relativi nuovi rischi, rischi tradizionali non eliminati da  automazione e robotizzazione, innalzamento dell’età media di chi lavora e prolungamento della vita lavorativa, rischi da cambiamento climatico, nuove tecnologie digitali e non, rischi da utilizzo di nuovi materiali o riciclo/smaltimento di altri, nuovi modelli organizzativi legati alla digitalizzazione, ma anche all’AI, lavoro a distanza e lavoro ibrido, lavori sulle piattaforme digitali, nuovi rischi psicosociali, ottica di genere, legami tra malattie riconosciute come professionali e condizioni complessive di salute. L’analisi trascura però due elementi importanti, cioè: 

a) La crescente precarietà del mercato del lavoro, con il proliferare delle varie forme di “flessibilità” che il documento richiama come da tutelare, senza però poi neppure enumerarle: contratti a tempo determinato e di somministrazione, o il lavoro intermittente, tramite i voucher, tutti anche di breve o brevissima durata; orari festivi e notturni o a turni spezzati o sempre più flessibili anche nel lavoro a tempo indeterminato; falsi lavori autonomi, magari con partita IVA, lavoro nero fino al vero e proprio caporalato (questo sì citato). È persino banale ricordare che, se la SSL si basa sui comportamenti, comportamenti sicuri anche, e per, queste categorie di lavoratori dovrebbero ricevere particolare attenzione, a partire da formazione ed addestramento; e passa sotto silenzio come la precarietà lavorativa tenda a trasformarsi in precarietà esistenziale, con tutti gli accresciuti rischi psicosociali che ne seguono, oltre alla peggior qualità della vita. Nei fatti, non solo nulla fa pensare ad una diminuzione della precarietà, ma per la SSL le cose vanno piuttosto in direzione opposta; e mi limito qui a rinviare al recentissimo ”addolcimento” dell’obbligo formativo nelle imprese turistico-ricettive e negli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, operato dalla legge 198/2025 e di cui ho parlato nell’articolo dell’11 gennaio scorso. 

b) Presenza sul mercato del lavoro, e proprio nei settori a maggior rischio come agricoltura, edilizia, logistica e trasporti, riders, di lavoratori e lavoratrici stranieri, con le relative difficoltà linguistiche e anche culturali ad approcciarsi alla sicurezza sul lavoro, e in condizioni maggior fragilità che li porta ad accettare condizioni di lavoro peggiori per non perdere il lavoro, e quindi il permesso di soggiorno, o per averlo già perso e quindi essere precipitati nella clandestinità. La loro sicurezza sul lavoro è solo una parte, per quanto rilevante, di una più ampia politica per l’integrazione degli immigrati che, credo si possa dirlo senza tema di essere smentiti, non ha l’obiettivo di facilitarla e promuoverla, anzi; e che la Strategia taccia sul punto ne è una conferma forse indiretta, ma innegabile.  I lavoratori stranieri (NB: solo quelli emersi …) sono quantificati, a seconda delle fonti, più o meno intorno ai 2,3 milioni, dei quali 1,6 milioni extracomunitari, il che significa circa il 10% del totale degli occupati. Per restare alla sicurezza sul lavoro, i dati INAIL, da quando il fenomeno è studiato, indicano costantemente come i lavoratori stranieri si infortunino più degli italiani anche a parità di rischio, cioè anche quando svolgono gli stessi lavori. Sul punto mi limito qui a citare il dato più aggiornato, quello sugli infortuni denunciati nel 2024 (https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/comunicati-stampa/comunicato-stampa.2025.07.relazione-annuale-inail-2024.html) che vede gli infortuni dei lavoratori stranieri arrivare al 23,5% del totale, ed al 21,6% per gli infortuni mortali, quindi, all’ingrosso, il doppio che per gli italiani; ed entrambi in aumento. Ma la Strategia su questo elemento glissa completamente. 

Degli altri Assi parlerò in successivi articoli; torno però prima sulla parte introduttiva, ed in particolar modo alla parte (pagine da 10 a 13) dedicata alla sorveglianza sanitaria – d’ora in avanti SS – effettuata dai Medici Competenti – MC.  Si registra (tabella a pagina 11) un progressivo aumento del numero di lavoratori soggetti a SS sul totale degli occupati, passando al 64,4% nel 2018 al 66,0% nel 2019, al 67,5% nel 2021, al 73,0% nel 2022, all’84,4% nel 2023 e all’85,2% nel 2024, cioè in numeri assoluti da 14.786.462 a 20.380.552; il che potrebbe indicare un rischio maggiore, o una mera estensione dell’obbligo, o entrambe le cose. Però molto minore, e non parallela, è la crescita di quelli effettivamente visitati, che passano da 7.421.594 nel 2018 a 8.975.328 nel 2024, con un aumento di poco meno del 21%, cioè un quarto di quello sul numero di persone soggette; e progressivamente minore è la quota percentuale dei visitati sui soggetti. 

Senza commentare altri elementi di pur sicuro interesse, (differenze di genere, distribuzione territoriale, numero di rischi medio per lavoratore soggetto), va tenuto presente che su questi numeri influisce la differente periodicità delle visite a seconda del tipo di rischio e/o delle condizioni del lavoratore; non è riportato (e probabilmente non è rilevato in quanto non rilevabile) il numero delle visite effettuate. La tabella a pagina 13 indica una pressoché generalizzata relativa prevalenza del rischio MMC da movimentazione manuale dei carichi. 

Ci si può chiedere: la SS è quantitativamente adeguata? Ci sono abbastanza MC?  Non ho specifiche competenze per dirlo. Il documento riporta due differenti dati, difficilmente conciliabili e da approfondire: nel 2024 risultavano 8.410 MC in un elenco meramente ricognitivo tenuto dal Ministero della Salute, di cui però solo 4.713 avevano effettuato la obbligatoria comunicazione riepilogativa all’INAIL prevista dall’articolo 40 del Tu 81/2008. peraltro il documento afferma che “…si ritiene che la disponibilità di MC in Italia sia adeguata al fabbisogno, come peraltro anche emerso in esito ad un approfondimento tecnico realizzato in seno al Comitato ex art. 5 condiviso dalle società e associazioni scientifiche di riferimento ed approvato dalla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e Province Autonome …”. 

Non si rinvengono però ulteriori informazioni su tale approfondimento; in base ai due dati esposti sopra risulta essere presente un MC ogni, rispettivamente, 2423 o 4324 lavoratori esposti, nonché ogni 1067 oppure 1904 lavoratori visitati. Dati tutti, questi, che meritevoli di un più approfondito e competente esame da parte di chi Medico del Lavoro lo è; e se ve ne sono tra chi legge, sarebbe interessante un suo parere. 

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