Crisi dell’automotive, smantellamento del sindacato e guerra tra lavoratori

di Loris Campetti /
24 Gennaio 2026 /

Condividi su

La crisi nell’industria automobilistica e nel suo composito indotto bussa alla porta e lungo la filiera delle quattro ruote sono già partiti i licenziamenti. Ma la crisi è anche l’occasione per il capitalismo per mutare il sistema di relazioni sindacali a esclusivo vantaggio dell’impresa che vuole riprendere tutto il potere nelle sue mani. Il sindacato come corpo intermedio è un ostacolo da cancellare per tornare al rapporto personalizzato padrone-operaio e mettere i lavoratori in conflitto tra di loro. Da Castelfranco Veneto nel Trevigiano arriva una notizia che spiega meglio di qualsiasi analisi politica o sociologica cosa vuol dire guerra tra poveri e svela la natura del capitalismo contemporaneo che questa guerra tenta di scatenare.

Nel caso in cui l’azienda si trovasse in difficoltà “chi lasceresti a casa?”. Lo chiede con un questionario distribuito ai suoi 60 dipendenti il padrone della Bluergo, azienda metalmeccanica che produce componenti elettrici per l’industria dell’automotive. Chi verrebbe meno penalizzato tra di voi in caso di licenziamento? “Chi ha meno figli, chi è stato assunto da meno tempo”, chi è a part time, i volontari? In parole povere, meglio licenziare scegliendo come criteri l’età, o la situazione familiare, o l’anzianità di servizio? 10 operai hanno accettato di rispondere al questionario, 50 hanno preferito rivolgersi ai sindacati avendo subito capito dove voleva andare a parare il padrone cercando di scaricare sui lavoratori la responsabilità e le modalità dei licenziamenti già programmati“Una mossa scellerata”, denunciano le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici. “Così si finirebbe per trasformare l’ambiente di lavoro in un campo di battaglia”, dice la FIOM, “disgregando il tessuto sociale dell’azienda”. Così si tenta di mettere un lavoratore contro l’altro normalizzando il sospetto e la delazione tra colleghi di lavoro. Divide et impera, un vecchio motto del potere sempre attuale, in tempo di crisi e di debolezza di una classe operaia ormai priva di sponde politiche assume aspetti e modalità che riportano non al secolo scorso ma addirittura all’Ottocento.

Giustamente qualcuno ha ricordato “Squid Game”, una fortunata serie televisiva sudcoreana in cui si scatena la lotta dei concorrenti per la sopravvivenza simulando un antico gioco, in cui chi perde viene ucciso e i giocatori per disperazione sono pronti a sacrificare solidarietà, umanità e moralità. È la conseguenza logica della competitività spietata che brucia ogni legame sociale. Penose le repliche dell’impresa trevigiana alle polemiche suscitate dal questionario. Era solo un modo, si difende, “per dare un contributo fattivo per aiutare l’azienda a superare un momento difficile”, nient’altro che “un’indagine per testare il clima aziendale e comprendere il sentimento dei dipendenti”. E i lavoratori hanno palesato il loro sentimento rifiutando il questionario killer e rivolgendosi al sindacato. Tanto più che l’azienda pretendeva che i dipendenti firmassero con nome e cognome il questionario.

Il “modello” Stellantis

Di fronte alla crisi dell’auto non sono solo le piccole aziende a scegliere strategie “creative”. Stellantis sta riducendo all’osso la produzione dei modelli Fiat negli stabilimenti italiani senza che il governo Meloni abbia alcunché da dire a una multinazionale che da 127 anni produce utili con il sostegno pubblico. Tra qualche giorno il nipote dell’avvocato Gianni Agnelli, John Elkann presidente di Stellantis, riceverà le aziende dell’indotto torinese convocate per chiedere loro di avviare la produzione in Algeria dove la Fiat ha portato sei modelli. È ovvio che si tratterebbe di impegni produttivi non aggiuntivi ma sostitutivi, mentre lo stabilimento di Mirafiori e l’indotto annesso stanno languendo con una produzione annua inferiore a quella dei primi anni Cinquanta. Lo stipendio in Algeria è di 140 euro al mese. E nella fabbrica aperta in Marocco la Fiat sta raddoppiando la produzione. Anche in Serbia cresce la produzione (sempre Fiat) che una volta veniva fatta in Italia, al punto che dallo stabilimento sottoutilizzato di Pomigliano d’Arco (Napoli) è stato chiesto agli operai di accettare il distacco nella fabbrica di Kragujevac, e a decine hanno accettato pur di non dover vivere con un salario decurtato dalla cassa integrazione. Ora, 800 lavoratori che gli eredi degli Agnelli non riescono a trovare in Serbia li importano dal Marocco e dal Nepal. Cosa non si fa per abbattere i costi ed evitare di dover fare i conti con i sindacati e le normative sul lavoro italiane. Elkann vuole far cassa, il suo obiettivo è aumentare i dividendi da distribuire tra i membri della sua rapace e numerosa famiglia. E visto che c’è, a questo scopo ha anche annunciato la vendita di Repubblica e della Stampa.

Quando il lavoro è svalorizzato, quando il profitto è l’unico parametro utilizzato, quando i sindacati non compiacenti vengono messi in croce mentre i salari continuano a restare immobili e l’inflazione fa crollare il potere d’acquisto, che c’è di meglio del mettere gli operai in competizione tra di loro – anziani contro giovani, part time contro tempi pieni, italiani contro algerini – a Castelfranco Veneto come a Torino?

Questo articolo è stato pubblicato su Area il 23 gennaio 2026

Articoli correlati