A Caracas, Donald Trump attacca il diritto internazionale; a Washington, smantella le istituzioni multilaterali. A meno di una settimana dal raid sul Venezuela, il presidente statunitense ha annunciato che gli Stati Uniti abbandoneranno 66 tra trattati e organizzazioni internazionali, 31 delle quali afferiscono alle Nazioni Unite. La decisione è l’esito di un riesame di tutte le affiliazioni internazionali del Paese ordinato da Trump un anno fa. La ragione è quella già usata in occasione di precedenti addii, come quello all’Unesco: «Cancellano l’indipendenza degli Stati Uniti e sprecano i soldi dei contribuenti per obiettivi inefficaci oppure ostili».
L’uscita più pesante, anche se non inattesa, è quella dalle realtà dell’Onu relative alla crisi climatica, ma i temi di cui si occupano le 66 organizzazioni attaccate sono molti. Gli Stati Uniti lasciano il Forum globale contro il terrorismo, la Commissione dell’Onu sul diritto internazionale, il Consiglio economico e sociale dell’Onu su Africa, Asia e Pacifico, Asia occidentale e America Latina.
La lotta al multilateralismo e alla cooperazione internazionale si salda con altri punti dell’agenda Maga: diverse delle sigle della lista di Trump si occupano di questioni di genere e diritti riproduttivi. Tra queste il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, colpevole agli occhi degli ultraconservatori statunitensi di promuovere il diritto all’aborto. Alcune di queste realtà, come ricorda il New York Times, non richiedono un’esplicita affiliazione degli Stati, ma per la Casa Bianca conta l’elemento simbolico: l’America First non ammette spazio per il dialogo alla pari. Non a caso nelle stesse ore il governo di Washington ha annunciato lo stop agli aiuti al governo somalo.
La ragione ufficiale è un presunto furto ad un magazzino del Programma Alimentare Mondiale ad opera di funzionari somali – un’accusa respinta sia dalle Nazioni Unite sia dalle autorità locali. Donald Trump ha scelto da tempo la comunità somalo-americana, particolarmente radicata in Minnesota, come nemico retorico. «Sono spazzatura» aveva detto in dicembre. Il Minnesota, dove mercoledì gli agenti dell’Ice, l’agenzia anti-immigrazione, hanno ucciso a sangue freddo una cittadina statunitense durante una protesta, è anche lo Stato della deputata di origine somala Ilhan Omar, tra gli esponenti più a sinistra dei Democratici.
Il piatto forte dell’offensiva trumpiana contro le Nazioni Unite è rappresentato però dalla questione climatica. Gli Stati Uniti abbandonano la Convenzione quadro sul contrasto ai cambiamenti climatici e il foro intergovernamentale sui cambiamenti climatici – le sigle sono rispettivamente Unfccc e Ipcc. Il primo è l’accordo fondamentale che sorregge l’intera diplomazia climatica delle Nazioni Unite: dall’Unfccc dipendono sia l’Accordo di Parigi, il più importante trattato sul tema, sia le Cop, gli incontri negoziali annuali sul riscaldamento globale. L’ipcc è invece la più importante autorità scientifica mondiale in campo climatologico.
Almeno per uscire dall’Unfccc servirebbe in realtà un voto del Congresso, secondo la maggioranza dei costituzionalisti. Ma non sarebbe la prima forzatura istituzionale di Trump.
Proprio qui la sfilza di addii della Casa Bianca si intreccia con gli attacchi su Caracas. Trump non ha nascosto il suo interesse per il petrolio venezuelano, e un editoriale di Bloomberg di pochi giorni fa ipotizzava la nascita di un «impero del petrolio trumpiano» che, mettendo le mani su tutti i pozzi delle Americhe, arriverebbe a controllare il 40% delle estrazioni mondiali. Un’arma geopolitica formidabile, che però resta tale solo se il Pianeta nel suo insieme continua a dipendere dai combustibili fossili. Da qui l’offensiva contro la diplomazia climatica: l’imperialismo statunitense non può permettersi la transizione energetica.
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto l’8 gennaio 2025