Sono tante intense e tutte da decifrare le ultime emozioni che i palchi nostrani ci offrono. A cominciare da vari fatti ed eventi collaterali tra i quali possiamo annoverare la nomina all’incarico direttivo under 35 di Francesca Fazio ma anche la recentissima assegnazione dei recenti Ubu che ha visto un certo equilibrio tra le parti e una scorrevole sobrietà nella cerimonia adeguata a tempi politici culturali estremamente complessi a tutti i livelli. E che non invitano certo a sfrenato ottimismo ma piuttosto ad uno stare non per caso ma con intenzione, come ricorda Nicola Borghesi nel ricevere insieme al sodale Baraldi e a tutto il cast il riconoscimento peraltro meritato e congruente per A place of safety quale miglior spettacolo italiano dell’annata.
Sopratutto questo sarà ricordato anche come l’anno in cui si sono finalmente accesi i riflettori non poi tanto metaforicamente su una vicenda vergognosa della quale si parlava profusamente ma ancora a mezza voce perché indagini e procedimenti penali erano in corso. Stiamo naturalmente parlando della vicenda Teatro Due di Parma che ha scoperchiato una sorta di vaso di Pandora riguardo abusi psicologici e fisici cui da tempo ricorrentemente venivano fatte oggetto allieve della scuola di alta formazione per attori e attrici. In particolare, si deve alla determinazione che non mi piace banalizzare in “coraggiosa di Veronica Sacchetti, perché credo sia stata una scelta sofferta, faticosa, dirompente da parte sua, avvertita evidentemente come necessaria a sé e per il bene di tante e di tutte noi donne e del Collettivo Amleta, d’altro canto, che ha sostenuto la causa da subito, se oggi abbiamo un conclamato quadro di colpevolezza. Non ci piace il giustizialismo ma credo sia opportuno ribadire con forza che il mondo del Lavoro tutto sta diventando un luogo di ricatti e sopraffazioni di ogni tipo e che essere giovani e donne continua ad essere una condizione molto difficile. Tantopiù in un luogo dove giocoforza corpo e nervi e cuore e intelletto vengono esposti e disposti nella pratica teatrale. Il luogo della massima libertà e sacralità, dunque, suscettibile tuttavia dei giochi della più intensa e subdola manipolazione. Sappiamo come nonostante la chiarezza del verdetto, strascichi ve ne siano e molti. Relativamente al fatto che ambigue sono parse ai più le prese di distanza dello staff direttivo del pur prestigioso teatro dai fatti sì ma anche in qualche modo dalla sentenza quasi a marcare un anodino “noi però non c’entriamo”, con tanto di invito ad una pubblica discussione. Vedremo quali ripercussioni nel tempo e quali echi ulteriori susciterà questa vicenda che per ora ha visto troppa prudenza nei commenti ufficiali. Più facile forse esprimersi sulla Palestina e persino superare con leggerezza gli aspri fiordi della censura preventiva russofona che prendere di petto una questione che mette fortemente in crisi proprio quella valenza pedagogica e quella sacralità di cui sopra si diceva, intimamente connesse ad una epistemologia che comunque ha poche frecce di potere economico nella sua fragile faretra e deve affrontare di volta in volta sempre più immaginifiche forme di spending review.
Si sa anche che la pratica teatrale è da tempo e in anticipo sui tempi al centro di un discorso di welfare culturale e di prescrizione sociale, ma evidentemente pratiche in qualche modo riabilitativo decolonizzanti dovrebbero essere previste anche per le sue forme organizzative interne se è vero che esso è appunto anche uno specchio fedele dei tempi “malati” in cui stiamo
Ed in effetti, questa mia carrellata che sicuramente non risulterà esaustiva, sulle ultime cose viste sui vari palchi Ert e non solo e anche misura del dilagare di tematiche legate a forme diversificate di disagio fisico morale psicologico sociale combinate indistricabilmente insieme. La panoramica ampia e variegata attenendoci ad un senso largo sia di malessere diffuso che di “forme di cura “anche paradossalmente intese. Si parte in questa accezione di eccessi da normalità con la nuova drammaturgia italiana ed un testo di Emanuele Aldrovandi, che firma anche la regia di questo Come diventare ricchi e famosi da un momento all’altro. Una famigliola, seppur ricomposta tra madre, figlioletta e nuovo compagno della madre che fa anche le veci di una sorta di coro tragico contrappuntistico. Un compleanno infantile, l’invito rivolto ad una compagna di scuola che scopriremo affetta da una forma di disabilità, poiché interessa avere la madre famosa di lei alla festa, onde ingaggiarla come possibile influencer delle qualità presuntamente artistiche della rampolla al centro delle ossessioni e dei complessi di inferiorità della madre numero uno. Una serie di siparietti grotteschi e battute ad incastro con lo sprovveduto cognato tirato in mezzo e inconsapevole voce della verità e cartina al tornasole di tutte le miserie morali e le posture ricattatorie dei due nuclei parentali disfunzionali. Un meccanismo ad orologeria che deflagra secondo i paradigmi di tutti più allarmanti dati statistici OMS sulla Salute Mentale dei più giovani. Lo spettacolo o meglio la sua drammaturgia accuratamente costruita oliata, non sporcata in qualche modo e di sicuro acchiappo, ha tuttavia il merito di evidenziare come il mondo adulto sia preda del Dio di illusioni che mescola tra tecnologia e post verità mitologie di riscatto e ascensore sociale che la società, il Lavoro, le Istituzioni non sanno più assicurare. Da discutere il perché il gioco al massacro si esprima proprio attraverso le figure femminili mentre i maschi assumono un ruolo corollario al tutto. Malattia morale, crisi dell’etica sociale che diventano alla fine disagio mentale fino alle estreme conseguenze che non spoileriamo su un canovaccio costruito sul modello Jasmina Kadra. Andando avanti, un lavoro molto intrigante di teatro documentazione, in prossimità delle giornate che celebrano la lotta all’Aids è stato questo A visual diary, in cui il tema della malattia, della morte e del prendersi cura di, sono centrali per tratteggiare la poetica di tre grandi artisti visivi della New York queer. Una città che non dorme mai di cui tutti conosciamo i nomi più celebrati di una scena che in realtà abbiamo superficialmente attraversato e probabilmente visto solo attraverso gli occhi di poche realtà ma che, come lo spettacolo talk mostra attraverso rari filmati, cose di repertorio, scelta accurata di vinili d’accompagnamento, è stata anche un’epopea di lotta comunitaria per il diritto alla Salute e alla cura e per la sconfitta dello stigma. Al di là della qualità artistica, dell’accuratezza nel rintracciare percorsi e coincidenze significativi dal punto di vista narrativo, dell’esaltazione di bellezza e gioventù presto calpestati da una sorte crudele come in tutte le mitopoiesi che si rispettino, questo aspetto di presa in carico delle persone tout court più che l’accento sulle patologie in sé e senza dubbio l’aspetto di questo lavoro che cattura stupisce commuove e lo rende straordinariamente contemporaneo. Ma naturalmente se vogliamo addentrarci in un territorio contiguo, ma non certo arte terapico, alle tematiche del circuito dei Teatri della Salute, eppure ben distinto in qualche modo da questo filone, dobbiamo riferirci a due indiscussi maestri quali Danio Manfredini e Pippo Delbono in qualche modo adottati da Ert che li vuole protagonisti di riprese e produzioni. Due artisti che rivedremo e che hanno fatto non solo degli aspetti contenutistici ma anche del dialogo con altre forme espressive, per esempio il teatro danza, la musica e il cinema per quel che riguarda Pippo e l ‘arte pittorica per quel che riguarda Danio, una cifra di stile tutt’altro che fine a se stessa. Due artisti che portano in qualche modo o assumono nel loro stesso corpo nella loro postura fisica tutto il dolore del mondo e il peso della esclusione sociale senza rinunciare a guizzi di umorismo o a lampi inattesi di speranza in mezzo al pessimismo della Ragione necessariamente dominante. Delbono riassume una intera vita, la propria e i suoi più importanti sodalizi artistici, i suoi amori musicali e iconografici celebrando Bobo, suo grande amico e muto mentore, suo grande legame artistico e affettivo scomparso 5 anni fa. Lo fa esponendo la sua malattia, i suoi rimpianti, le sue ferite interiori ed anche da un lato rievocando a memento, che non si sa mai, la brutalità del manicomio di Aversa da cui Bobo era stato letteralmente tirato via e d altro canto esaltando la svagata eppure inconfutabile sapienza artistica di tutta l’anomala Compagnia Robledo/ Delbono. Una famiglia coesa, intensamente e consapevolmente espressiva che fa da lampante contrasto in positivo con tante forme di famiglia naturale reali o rappresentate che siano ed anche con tanta competizione presente perché no anche nel mondo performativo. Bene ha fatto Ert a celebrare tutto questo, dunque, non solo con la rappresentazione teatrale del Risveglio ma anche con la proiezione in sede di cinema Modernissimo del film biografico su Bobo.
Quanto a Danio Manfredini di cui è nota la viscerale passione per la pittura di Francis Bacon, bene ha fatto Arena ad accompagnare forma spettacolo con esposizione di dipinti e schizzi di Manfredini stesso ai piani superiori di Arena. Peraltro chi, avrebbe potuto mostrarsi come degno erede di un realismo trasfigurato e cristologico proprio di una illustre tradizione lombarda morale e sacra nel dire l’indicibile, l’osceno del quotidiano, affabulando in maniera spericolata, se non Danio Manfredini che ambienta questo suo lavoro coraggiosamente nell’anonimo modestissimo interno di un appartamento popolare condiviso per pazienti psichiatrici? A chi sarebbe potuta venire in mente una ambientazione tanto difficile da rendere poetica al di fuori di un genettismo di maniera che certo avrebbe preferito un interno con eccesso criminogeno? Eppure non siamo lontani da quei vertici poetici in questa sorta di commedia buddy buddy delle puzzette e della terapia che non fa tirare, delle telefonate un po’ Franca Valeri mood rivolte però allo psichiatra o all’ assistente sociale. Amori lontani, sogni improbabili di riscatto artistico tra lavatrici da caricare, soldi amministrati col contagocce, pasti frettolosi e sciatti, il letto come ultima spiaggia per ottundere i molti limiti di una condizione. Scatti di rabbia, giri a vuoto e ritorno all’apatia o alla paura di tutto e di niente. Personaggi periferici un po’ bauscia sfasciati e un po’ svaniti come Epifanio stanno in scena a ricordarci la banalità e la tristezza; eppure, l’intrinseca peculiarità di ogni sofferenza dell’anima. Chapeau, ancora una volta per questo fare rappresentazione artistica e non spettacolarizzazione, di un vissuto più diffuso di quanto si creda e comune a migliaia di persone. Grazie per portare a livello di conoscenza esperienziale ciò che difficilmente per quanto dottamente si possa tentare di spiegare in astratto per chi non ha sceso i gradini di questo inferno di perdita di cittadinanza e diritto di ascolto e di parola fino in fondo.
Ma cosa può esserci di più profondamente patologico dell’amore, in tutte le sue declinazioni di idealismo ed erotismo immaginifico, specie se amore trasgressivo, tra molte virgolette?
Ci si richiamava poc’anzi ad una matrice di pensiero cattolico in qualche modo al contempo calvinista e lombardo che ha le sue matrici in tutta una scuola illuminista e positivista di scrittura e pedagogia del Nord d’Italia, di cui certo Manzoni, Lombroso e Beccaria fan parte. A livello espressivo contemporaneo, chi meglio incarna anche rispetto all’impianto linguistico di pastiche, queste istanze di liberazione del racconto e di tutte le possibili forme definitorie dei rapporti interpersonali, se non il ruvido magistero di Giovanni Testori? E difatti, al teatro delle Moline va in scena un lavoro notevolissimo pèr vivactà e spessore quale questo Per sempre, di e con uno strepitoso Alessandro Bandini, che ci restituisce un Testori come non abbiamo mai conosciuto fin qui. Il cantore di un certo decadentismo di borgata settentrionale, cultore e inventore, non solo certo, ma tra i primi, di un pastiche linguistico vorticoso che mescola tutte le armi retoriche del trivio e del quadrivio, compie giravolte folli tra alto e basso, iconografia pittorica longhiana compresa e compressa, per approdare ad una dolente, erotico-eretica eppure conservatrice, consegna alla fede cattolica, qui appare straordinariamente giovane, travolgente, tramortito.
Una inusitata innocenza, quasi quella del folle di dio, trasuda dalla incandescente passione amorosa di un Testori giovane uomo ancora forse incerto del proprio se pubblico, ma molto radicato nelle sue origini lombarde, terragne, familiari e gioiosamente proiettato attraverso un fittissimo carteggio, in un sofisticato universo parigino, trasfigurato dall’amore per l’astro nascente della critica pittorica, espressione di un milieu cosmopolita, avanzato, volatile. Un milieu che pare quasi inafferrabile al nostro che sente quasi una sorta di peso specifico che lo tiene confitto al suolo eppure smanioso, ondeggiante come una fiamma guizzante.
Dice tutto, non solo la dicitura entusiasta a perdifiato, a bout de soufflé, tanto per rimanere in tema transalpino, del nostro Bandini, giovanissimo ma già molto sapiente nel suo mestiere, ma tutta la sua postura e l’azzeccatissimo costume di scena. Un completo giacca camicia, cravatta sottile molto sixties, portato su bermuda e calzettoni quasi atletici a rimarcare qualcosa di molto fisico e giovane e libero, proprio di una fase irripetibile del secolo scorso in cui tutto pareva possibile. È giovane per sempre.
Lo spettacolo possiede ed è posseduto dal suo carismatico protagonista che ha pazientemente scoperto e studiato queste lettere che da filosofiche, infarcite di neoplatonismo virano poi alla sfrontatezza più audace ed esplicita, restituendoci un magistero Testori, tutt’altro che strangoscias e felicemente spudorato. Casomai occhieggiano ogni tanto legittime preoccupazioni sulla cultura omofobico repressiva che si respira nel nostro paese e il timore di non essere all’altezza di questo mondo bello e disposto nell’immaginario del nostro eroe come in una cartolina patinata colma di suggestioni. un epistolario che a mio avviso, non solo restituisce l’autore, il letterato, l’intellettuale Testori ad una sua dimensione di umana verità, fuori da una sorta di stereotipia autocostruita, ma celebra la bellezza della scrittura, il sedimento dell’attesa, l’immaginazione fomentata dalla lontananza forzata spazio temporale Milano Parigi, come luoghi di erotismo, di introspezione, di meditata coscienza di sé e dell’altro. Luoghi dell’anima che abbiamo perso, nella nostra foga visiva e nei nostri piccoli piaceri instant che escludono qualsiasi logica di sacrificio, di aspettativa, di ispirazione soprattutto, accontentandosi tutti di molto, molto poco, oltretutto credendo invece di avere tutto a disposizione. Insomma titanismo sentimentale per principianti potrebbe essere il sottotitolo di questo imperdibile spettacolo che sicuramente il pubblico femminile sente molto suo perché una dimensione di cura è per l’appunto molto presente in questa relazione a distanza. ma proseguiamo veloci che gli spettacoli di cui parlare sono tanti, per esempio, anche l’esordio, sempre alle Moline, del giovane Trebbi alla regia, anche qui lavoro segnato come quello di cui sopra da un lavoro molto lungo di documentazione, nel primo caso su un archivio privato di difficile accesso, nel secondo sulla vita e le opere di San Tommaso D’Aquino.
Il titolo della pièce che vede protagonista femminile in un ruolo per lei insolito di moglie e di madre, Donatella Allegro, è l’incendio. Anche in questo caso un accento flamboyant che allude al fatto che si verifica davvero nella trama, ma naturalmente ci rimanda anche al piano delle fede più accesa, tema dei grandi della patristica… Fede peraltro duramente messa alla prova non solo sul piano degli eventi esterni ma anche su quello delle vicende personali dei protagonisti travolti da una crisi familiare eppoi dalla presenza appunto della malattia. Una malattia che sconvolge equilibri e percorsi di vita ma paradossalmente assurge lei al ruolo di cura dell’anima. Un lavoro certo coraggioso per molti aspetti sia contenutistici che di costruzione drammaturgica, aspirando a contenere diversi livelli di scrittura di genere, compreso un piccolo mistero e inscenando una sorta di Twin Peaks buonista, dunque rovesciato, davvero insolito per i nostri cinici tempi.
Chi del male morale e del disagio mentale per come si incuneano nelle famiglie nostrane, ha un ‘idea seppur con accenti assai diversi nei rispettivi casi, molto più dura e palesemente disperata, sicuramente sono gli Omini, visti in stagione Agorà, che riprendono uno spettacolo di 15 anni fa, la famiglia Campione, campionessa e campionario di disfunzionalità assortite e Ivonne Capece, attrice autrice dramaturg emergente con il suo Nella città dei vivi, tratto dal best seller di Nicola Lagioia. Anche in questo caso, che ricordiamo è tratto da una storia di cronaca alquanto sconvolgente forse ormai di una decina di anni fa, protagonista è sì la Roma dai mille vizi e virtù del generone, ma anche la crisi verticale della famiglia italica, luogo di ricatti affettivi, aspettative sbagliate, consumismo sfrenato: insomma non più nido affettivo protettivo, ma categoria di soggettività economica come in ogni buon esame di economia politica che si rispetti. Nel caso degli Omini, tre attori in scena organizzano la miracolosa compresenza di tre generazioni familiari a provenienza proletaria e geometria variabile: toscanacci si direbbe, con acuto senso dello sfotto, nessun pudore nel mostrarsi meschini, vittimisti, petulanti, richiedenti. Il fatto è che qualcosa di terribile dev’essere passato anche sopra queste identità che ormai appunto non hanno più una connotazione proletaria chiara che sia contadina, artigiana, operaia. Sono nullafacenti o semi occupati o mantenuti o miracolati da qualche sussidio. sono depressi, sbraitano, balbettano, prendono psicofarmaci i rapporti tra fratelli se fratellastri sono tutt’altro che idillici e con molto meno aplomb che in un film di Jarmusch. C’è poi la figlia, la ragazza che ha scelto di farsi beffe della famiglia allargata o ristretta che sia, e sta chiusa da giorni in bagno. Una ritirata sociale che si fa beffe degli stanchi rituali da baruffa e sceglie il parassitismo programmatico e la fuga anche da quel minimo di universo di cura cui le donne del gruppo sono in qualche pur maldestro modo dedicate. Si ride molto amaro a questa storia di sliding door da caseggiato suburbano in cui c’è poco spazio davvero ormai per il piacere e la pochade, se pure in passato ci sono stati come sembra alludere la volgarità del maschio alfa della situazione. Una dimensione artigiana per gli Omini, un sontuoso apparato scenico, illuminotecnico audio e video per questa Roma decadente e sorrentiniana nell’allusione di statue sparse e livide in scena.
La terribile vicenda di un massacro in un interno, come già fu quello del Circeo a suo tempo, assume anche qui la valenza non solo sociale di contesto ma anche quella simbolica di famiglie tenute insieme o disfatte per convenzioni ed interessi incrociati in cui il mistero delle reciproche genealogie e dipendenze è fitto come un mistero eleusino. E forse questo è il dato che emerge dallo spettacolo sottraendolo ad una facile e solo parziale lettura sociologico pasoliniana; esiste una misura tragica in qualunque famiglia, i classici ce lo hanno ben insegnato e lo stesso Lagioia nel precedente La ferocia, ce ne aveva parlato doviziosamente. Anche in quel caso usci poi uno spettacolo teatrale, premiato agli Ubu con diversi riconoscimenti, da quel libro. La messinscena di Vico Quarto Mazzini aveva a suo tempo scelto una chiave narrativa logico consequenziale, il più possibile cronologica, nonostante la struttura molto lirica del romanzo. Capece, viceversa, lavorando su un canovaccio ricreato sì, ma pure sempre cronachistico sceglie invece di confondere i piani temporali, di affidare in parte al personaggio coscienza, che è un po’ l’autore, un po’ lo spirito di Roma, un po’ il padre di uno dei due ragazzi assassini, una sorta di controcanto riflessivo che fa coro ad un racconto volutamente confuso e frammentato che non bastano gli inserti video a rendere più realistico, perché vissuto in una presa diretta allucinatoria e folle. L’abuso di sostanze stupefacenti fino alla dipendenza patologica, la malattia mentale conclamata e mai veramente riconosciuta e presidiata, la indeterminatezza dei ruoli di genere, tutto contribuisce ad una sorta di sbocco forse in qualche modo evitabile eppure già inscritto in questo non voler nominare le cose ed affrontarle. Forse per sfuggire a questa sorta di limbo morale in cui vittime e carnefici della storia sono calati costantemente senza barlumi di consapevolezza vera, il lavoro scegli di chiudersi su un crescendo di truculenza di scena, opposto alla asciuttezza della tragedia greca. Tanto che lo spettacolo è sconsigliato alla visione ai minori di sedici anni. Giovani, tuttavia, in sala ce ne sono molti, per lo più accompagnati da genitori e insegnanti e tributano un buon successo a questo lavoro che è anche un tour de force performativo di durata extra large per i giovani attori tutti in parte che si destreggiano benissimo con il romanesco contemporaneo e l’ambiguità dei loro tipi umani… In qualche modo anche qui un anelito morale testoriano sembra aleggiare sulla intera vicenda. Un fatto incontestabile che la deriva valoriale, la crisi idealistica che viviamo, la misura quantitativa più che qualitativa della disuguaglianza e della differenza tutto contribuisce a letture già connotate dal momento che costruire un immaginario realmente diverso sembra ardua impresa.
Per chiudere momentaneamente il cerchio di questo ragionamento sulla salute e la cura nel nostro consesso umano per come oggi il teatro li declina, scelgo infine di raccontarvi qualcosa su Elena Bucci e il suo spettacolo, anch’esso non nuovo ma di repertorio, visto alla gloriosa sala auditorium Centofiori al centro civico Gorki di Corticella e l’ultimo lavoro al chiuso, ma anche no, pur sempre itinerante, di Archivio Zeta.
Stiamo dunque parlando di In Canto e in Veglia, uno struggente e coinvolgente lavoro in solo, eppure corale di Bucci sulla perdita e la elaborazione del lutto che ha saputo parlare a modo suo al cuore di ciascuno spettatore coinvolto, dimostrando come la nostra contemporanea assenza di rituali dell’addio faccia il paio con una assenza di aderenza al nostro habitat naturale, al nostro ecosistema che viviamo come estraniato da noi stessi. si sente spesso il canto degli uccellini mentre Bucci affabula e richiama a sé i suoi morti, c’è molto dello spirito più autenticamente pascoliano dentro questa cantilena sull’argine, così la immaginiamo almeno. Il tempo e lo spazio e una comunione con la natura ci sono necessari per sopravvivere e questo stare nel simbolico delle cose è il segreto di tutto il teatro più grande e più vero, quello che non ci stanchiamo di rivedere.
Un ragionamento di spazio è ovviamente ben presente nel Gran Teatro anatomico sontuosamente inscenato con tanto di costumi d’epoca, nel nuovo sorprendente lavoro di Archivio Zeta, omaggio al genius loci femminile dell’Istituto ortopedico Rizzoli, a tutti gli effetti luogo di cultura oltreché sanitario, nonché oltre al sant’Orsola uno degli spazi di cura abitati da questo ensemble teatrale davvero extra ordinario, che coniuga passione e acribia archivistica con un senso largo anche della storia della letteratura, del pensiero e delle Scienze. Sicché poi tutti i fili si tengono mel corso degli anni tra il teatro di Marte, quello di Mann e di Kafka, quello delle vicende bolognesi della povera sottoproletaria Lucia e questo di una storia tutta particolare del corpo umano liberamente ispirata ai racconti poetici del premio Nobel Olga Tokarczuk, certamente meno nota di altri nomi della poesia dell’est, ma indubbiamente assai intrigante per la medesima qualità di intreccio che è propria dei nostri amici. Lo spettacolo ha avuto numerosissime repliche nel mese di novembre tutte andate rapidamente sold out ed avrà pertanto una opportuna ripresa nel mese di maggio, quando le condizioni climatiche saranno decisamente più miti. Ora come ora sarebbe improponibile per il pubblico poter sopportare concentrandosi le basse temperature su nella parte storica e nel Chiostro del Rizzoli. Concentrazione difatti ce ne vuole per comprendere in che dimensione spazio-temporale ci troviamo eppoi comprendere come da un tema di dissezione e mutilazione dei corpi di conservazione ed esposizione ritualizzata di parte degli stessi, apparentemente svolto tra progresso scientifico e rinculi superstiziosi, si celi tutto un altro discorso su una rilettura della storia Europea in senso violentemente coloniale e di reificazione dei corpi. Uno spettacolo che davvero spariglia le carte in modo molto sottile e profondo, cavalcando tra un secolo e l’altro e lasciandoci mille interrogativi. Interrogativi che scioglieremo presto con una intervista dedicata ad Archivio Zeta. Notevole in questo lavoro l’introduzione nella giovane compagine abituale che accompagna negli ultimi spettacoli gli artefici Guidotti- Sangiovanni, la presenza di Ermelinda Nasuto, abitualmente in forze alla compagnia di Licia Lanera, come avremo presto modo di vedere con l’anno che si appressa. Vogliamo segnalarla qui, perché abbiamo anche visto in ambito Agorà un suo studio da uno spettacolo verità, autobiografico che pone proprio al centro il tema persona, malattia, cura, resilienza personale, elaborazione artistica della realtà. Si tratta per ora di una sorta di studio o prova aperta che si avvale della collaborazione di Olga Durano e del contributo drammaturgico del giovane e già premiatissimo drammaturgo e attore Francesco Alberici. Una sorta di esperimento di emozione collettiva aperto ad un contributo altrettanto collettivo, estremamente toccante. Non possiamo al momento spoilerare più di tanto ma è parso molto bello a chi scrive che la percezione che si è avuta fosse non già di una storia individuale in scena, ma di una coralità di contenuti e sentimenti cui ciascuno poteva accedere con la sua chiave personale. Dibattito e commozione in sala per Ermelinda e il suo doppio Olga e molti meritati applausi.