Lunedì 8 dicembre migliaia di persone hanno partecipato alla marcia da Venaus a San Giuliano, dove recentemente il popolo NoTav ha costruito l’ennesimo presidio. Il giorno prima, a Susa, una mostra ha ripercorso 20 anni di storia di una resistenza che ha ormai superato i 30 anni di lotte, assemblee, coordinamenti. I governi si susseguono, il mondo cambia, il Pianeta brucia, e le NoTav continuano a vivere la propria valle con presidi, marce e resistenze.
Per essere raccontata, non basterebbe un corposo libro: l’esperienza NoTav è vita di intere generazioni, è parte del tessuto sociale, culturale, economico che innerva la Val Susa. È storia, è presente, è futuro. Tra alti e bassi, perché in valle più che altrove si vive e percepisce il peso della militanza, della repressione, delle promesse mancate. Eppure, è vita, nella sua incessante ricerca delle connessioni tra una valle alpina e il pianeta Terra, nel suo ripercorrere i sentieri della resistenza, nel suo testardo orgoglio di dare un senso collettivo al verbo ‘abitare’.
Certo, la valle ha visto negli anni marce moltitudinarie, molto più grandi di quella che questo 8 dicembre è partita dal presidio di Venaus. La stessa ricorrenza dell’8 dicembre racconta eventi del 2005 durante i quali decine di migliaia di persone sfidarono la militarizzazione del territorio per riprendersi un fazzoletto di terra che solo pochi giorni prima era stato invaso violentemente da forze di occupazione incaricate di avviare i primi cantieri. Eppure, quel vento soffia ancora, nelle parole di chi vent’anni fa c’era, e oggi convive con gli acciacchi dell’età e continua a marciare, e di quante dopo quegli eventi sono nate, e hanno raccolto e rilanciato la sfida.
Se c’è una cosa che insegna la valle, è che costruire ecologie non è un momento effimero. Non è lo sforzo di un momento, la campagna politica di qualche mese, la conquista di un giorno grandioso. È avanzare e tornare indietro e ripartire. È costruire e ricostruire, come è avvenuto con i presidi incendiati. È cogliere le esperienze di tanti decenni, e provare a portarle nel futuro. Ed è guardare altrove, alle altre lotte e ad altri territori, come è successo, anche qui con alti e bassi, in questa lunga storia.
Come tutte le lotte, anche quella della Val Susa vive i suoi momenti di gloria, e le sue fasi di difficoltà. Eppure, c’è. È un dato permanente, ormai cartografico, presente nella toponomastica del territorio e nel vissuto della sua popolazione. Sfila con le attiviste e le amministratrici, gestisce collettivamente i propri territori, continua a imporre un prezzo altissimo a chi vuole deturpare ancora la valle.
In un tempo in cui il dibattito dei movimenti intorno alla crisi climatica ci ha portato spesso verso l’urgenza di fare qualcosa – qualunque cosa – per affrontare il collasso, l’esperienza della valle ci dice qualcosa sul senso della razionalità nel costruire processi di lungo periodo, nel non cercare l’azione o l’assemblea risolutiva, ma provare a intrecciare l’alternativa che rompe i rapporti di forza; nel territorializzare, attraverso pratiche collettive, le ecologie che vogliamo costruire.
Nel contesto planetario, la Val Susa è un remoto angolino, a cui non possiamo certo chiedere di disegnare le traiettorie globali per affrontare la crisi climatica e sfidare chi la produce. Quel che invece possiamo fare, è continuare a supportare questa esperienza, fatta di mille volti ed età, e provare a cogliere quel che, nei successi e nelle incertezze, può insegnarci. Per chi ha l’ambizione di costruire ecologie e connettere le dimensioni sociali e ambientali della crisi climatica, la Val Susa è un libro in costante aggiornamento. Che, anche per questo, è parte di quell’ecosistema da difendere e rafforzare collettivamente. Nei pendii sotto il Rocciamelone, continuano a essere coltivati sogni grandi.
Questo articolo è stato pubblicato su Bologna for Clmate Justice il 9 dicembre 2025