Consumo di suolo, ambiente: Bologna e l’Emilia-Romagna di male in peggio

1 Dicembre 2025 /

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Il nuovo Rapporto Ispra conferma la pericolosa tendenza degli ultimi anni. Nonostante i proclami, in regione e nell’area metropolitana si continua a costruire sempre di più

uscito il nuovo Rapporto Ispra sul consumo di suolo, ma è passato quasi inosservato. L’allarme non pare avere scosso nessuno, in città come in Regione, tra gli amministratori pubblici. I media ne hanno accennato, ma la notizia ha perso subito attenzione. E la pubblica opinione non ha avuto sussulti.

Eppure, i nuovi dati paiono confermare le peggiori previsioni, tanto che verrebbe da “tirare le orecchie” ai tanti responsabili di governo che avevano pronunciato parole di ravvedimento e promesso di “cambiare registro”. Nel 2024, il consumo di suolo ha continuato a crescere in Italia, accelerando significativamente: quasi 84 km quadrati consumati in un solo anno, il 16% in più dell’anno precedente. Ciò che allarma di più è che l’Emilia-Romagna è stata quest’anno la regione che ha consumato di più – 1.013 ettari – più di Lombardia (834 ettari), Puglia (818 ettari), Sicilia (799 ettari) e Lazio (785 ettari). Negli ultimi cinque anni, poi, l’incremento del consumo di suolo in regione è stato di 4503,9 ettari (il terzo in valore assoluto tra le regioni), ben maggiore dei cinque anni precedenti, quando era stato di 1416,2 ettari (quando eravamo stati secondi tra le regioni).

Rispetto all’anno precedente, quando 812,6 ettari di suolo erano stati resi artificiali (e la regione era stata seconda in graduatoria), si sono consumati quest’anno 200,2 ettari in più, mentre ne sono stati ripristinati 143,3 (contro gli 80,4 dell’anno precedente). Nel complesso, dal 2006 al 2024 – quando è iniziata la rilevazione – in Emilia-Romagna si sono consumati ben 14.727 ettari e ne sono stati ripristinati appena 1.416.

Insomma, la nostra regione si dimostra una divoratrice imperterrita di suolo, che continua ad asfaltare, cementificare e impermeabilizzare terreni a ritmi voraci. Nel tempo, la media annuale di consumo ha continuato ad aumentare, passando dai 611 ettari degli anni 2012-2017 ai 770 degli anni 2017-20 ai 901 degli anni 2020-23 ai 1013 attuali (pari a 453 mq/abitante contro una media nazionale di 366). La stessa densità di consumo di suolo (mq per ettaro di superficie totale) mostra come l’Emilia-Romagna, con 4,51 mq/ha, sia stata l’anno scorso seconda solo al Lazio (4,57) e davanti a Puglia (4,22) e Veneto (3,99).

In provincia di Bologna e nel suo Comune le tendenze sono simili. Anche se la provincia presenta quest’anno un consumo di suolo minore di quello dell’anno prima (meno delle province di Modena e Ravenna), gli ultimi cinque anni confermano un aumento rispetto al quinquennio precedente. La densità di consumo di suolo per la provincia di Bologna, peraltro, è molto alta e maggiore di quella nazionale. Il Comune di Bologna, dal canto suo, segna quest’anno un aumento del consumo di nuovo suolo di 29,23 ettari, contro i 21,31 dell’anno precedente, i 16,73 di due anni prima, i 12,17 di tre anni prima e i 5,67 ettari di quattro anni prima, con un incremento lordo cumulato crescente nell’ultimo quinquennio maggiore del precedente.

Per Bologna, come per altre città, il consumo è legato alla cementificazione e in regione, solo i Comuni di Parma, Ravenna e Forlì fanno peggio di Bologna, che conferma come l’artificializzazione di suolo sia trainata dall’urbanizzazione. Un dato positivo per Bologna è che il ripristino di aree consumate si è esteso quest’anno su 4,56 ettari, contro i 0,5 dell’anno precedente e i 0,59 di due anni prima. Il dato negativo, invece, è che Bologna registra quest’anno – tra le città italiane – il valore più alto di densità di consumo, con 21 mq di nuovo suolo consumato per ettaro di superficie comunale. Peraltro, Bologna è la quinta tra le città italiane per aumento della densificazione del nucleo urbano ed è la seconda, dietro Milano, per superficie urbana densificata.

Se guardiamo ai consumi di suolo secondo le destinazioni – per edifici e infrastrutture, per cantieri, poli logistici o altro – e secondo la collocazione geografica e territoriale, vediamo poi che la regione Emilia-Romagna purtroppo eccelle in più di una categoria.

Gli edifici

Consumare suolo significa, tecnicamente, renderlo artificiale, alterarne l’ecosistema, per usi che vanno dalla costruzione di edifici e infrastrutture alla impermeabilizzazione per aree industriali e destinate a centri commerciali e per la logistica alla copertura con pannelli solari. Nell’ultimo anno, l’aumento netto delle aree edificate in Italia è stato di circa 623 ettari. In Emilia-Romagna, la superficie totale edificata ha raggiunto i 59.382 ettari (l’anno precedente era di 52.971) ed è terza dietro a Lombardia e Veneto per estensione. Uno dei problemi, però, è che in Emilia-Romagna il 68,59% di quelle superfici edificate ricade in aree a pericolosità sismica (40.728 ettari), il 5,8% in aree a pericolosità da frana (3.446 ettari) e il 62,78% in aree a pericolosità idraulica media (37.277 ettari).
Inoltre, ciò che preoccupa è che il 35,63% delle aree edificate si trova in zone rurali (ed è la regione con la più alta quota in Italia di nuovi edifici in questa fascia), mentre le zone ad alta densità di suolo consumato e bassa densità di popolazione (assimilabili a zone produttive), non rurali, ospitano il 7,2% degli edifici. Insomma, quasi il 43% delle aree edificate non si trova in aree propriamente urbane. Come nota il Rapporto, tanto in regione che nel resto d’Italia, «prevale la tendenza alla densificazione delle aree suburbane e alla dispersione insediativa nelle aree prevalentemente agricole e naturali».

I cantieri e le infrastrutture (strade, ferrovie, porti e aeroporti)

L’enorme aumento di consumo di nuovo suolo in regione, comunque, è dovuto ai 661 ettari quest’anno destinati a cantieri, che vanno a sommarsi ai 18.339 ettari già consumati in passato (il 9,6% del totale). L’anno scorso gli ettari destinati a cantiere erano stati 361. È il valore totale e annuale più alto in Italia, tra le regioni, come già era stato l’anno prima.
Certo, si dirà, il suolo consumato da cantieri è destinato a “tornare vergine”. Magari. Del suolo consumato per cantieri dal 2006, in regione, solo il 28,9% è stato rinaturalizzato, il 10,31% è rimasto destinato a consumo reversibile, mentre il rimanente 62,8% è stato assorbito dal suolo permanentemente consumato (in Italia, peraltro, le percentuali sono lievemente peggiori). Riguardo alle infrastrutture, 11,53 ettari di nuovo suolo sono stati aggiunti ai precedenti 54.832 (e la regione è seconda solo a Lombardia e Veneto).

Gli impianti fotovoltaici

In regione, 1864 ettari risultano coperti da impianti fotovoltaici, di cui 104 aggiunti solo nell’ultimo anno. Ciò implica che, dal 2006, il 12,7% di suolo consumato è stato dedicato ad impianti per la produzione di energia solare. Tecnicamente, il suolo coperto da impianti rientra nella quota di consumo di suolo “reversibile”, il che è però solo teorico, dal momento che tali superfici rimangono destinate a tale scopo per periodi anche molto lunghi, nell’ordine dei decenni (perdendo gran parte della loro funzione eco-sistemica).

I poli logistici e le aree destinate ai centri commerciali

La crescita della logistica e della grande distribuzione organizzata rappresenta una delle principali cause dell’aumento del consumo di suolo in Italia (solo nell’ultimo anno, 432 ettari in più), con un impatto costante e significativo sul paesaggio e sull’ambiente. Lombardia ed Emilia-Romagna sono le regioni più coinvolte, con 1.145 e 1.052 ettari, rispettivamente.

L’incremento in Emilia-Romagna è stato particolarmente evidente. Tra il 2006 e il 2015, il consumo medio di suolo destinato a poli e centri commerciali è stato di 38 ettari l’anno. Tra il 2015 e il 2018 è salito a 59 ettari annui; tra il 2018 e il 2021 a 69 ettari annui. Nel 2022, si è portato a 126 ettari, scesi a 98 nel 2023 per risalire a 107 ettari nel 2024, con un totale di 1.052 ettari e una densità di 4,69 mq per ettaro.

Consumo di suolo nella fascia costiera

In regione, ben il 38,5% della superficie che si trova entro i 300 metri dalla costa viene consumato (la media nazionale è del 22,9%), mentre della superficie tra i 300 e i 1000 metri dalla costa se ne consuma il 35,7% (è la quota più alta d’Italia, che ha una media del 19,1%) e della superficie tra 1 e 10 km se ne consuma l’11,3% (contro l’8,74% nazionale). Nell’ultimo anno, nelle tre fasce di distanza, si sono consumati in regione, rispettivamente, 12, 24 e 85 ettari, più del 10% del totale di nuovo suolo consumato. L’Emilia-Romagna è la regione con i valori più alti di densità di consumo di suolo nelle fasce 0-300 metri e 300-1.000 metri, con, rispettivamente, 18,38 e 20,10 metri quadrati di nuovo suolo consumato per ogni ettaro di estensione delle fasce.

Consumo di suolo in vicinanza ai corpi idrici

In regione, la presenza di superfici artificializzate nelle vicinanze (entro 150 m) dei principali corpi idrici (laghi e fiumi) è superiore al valore medio nazionale. Degli 880 ettari consumati in Italia nell’ultimo anno, quasi il 40% è concentrato in Emilia-Romagna (139 ettari), Lombardia (109,5 ettari) e Piemonte (92 ettari), con una densità di 3,74 mq/ettaro in regione, contro una media nazionale di 2,79 mq.

Consumo di suolo in aree a pericolosità idraulica, da frana e sismica

In regione, 139 ettari del suolo consumato nell’ultimo anno si trovano nelle aree ad alta pericolosità idraulica e 721 in quelle a pericolosità idraulica media (che sono più della metà dei 1.303 ettari di nuovo suolo consumato in Italia in quel tipo di aree).
Inoltre, il 19,2% del suolo consumato nell’ultimo anno si trova in aree a pericolosità da frana: 2,41% in aree a pericolosità molto elevata, 3,68% in aree pericolosità elevata, 4,86 in aree a pericolosità media e 8,29% in aree a pericolosità moderata.

La cosa che più sorprende, a riguardo, è che la nostra regione, com’è noto, ha registrato alluvioni nel 2023 proprio in ragione delle intense precipitazioni che più hanno manifestato i loro effetti dannosi nelle zone a più alta pericolosità idraulica e da frana. Ciò nonostante, nel 2024 sono stati consumati in regione ben 860 ettari in aree a pericolosità idraulica media o alta e ben 20 ettari in aree a pericolosità da frana media, elevata o molto elevata. Davvero eclatante.

Da segnalare, infine, vi è anche il fatto che una cospicua parte degli incrementi di suolo consumato in Italia si trova in aree ad alta pericolosità sismica ed è concentrata in Emilia-Romagna (692 su 2.652 ettari in tutto il Paese, è la regione con la quota più alta).

Consumo di suolo in aree protette e aree vincolate per la tutela paesaggistica

Una parte, ancorché minima, del suolo consumato nell’ultimo anno è stata compresa nelle aree protette e vincolate. In Emilia-Romagna, l’aumento è stato di 131,4 ettari (seconda solo alla Lombardia), di cui ben 106 ettari su coste, laghi e fiumi (la prima in Italia): oggi, ben 1.828 ettari consumati in regione sono in aree protette. Davvero, non se ne poteva fare a meno?

L’impatto potenziale del consumo di suolo

Il Rapporto Ispra valuta che la percentuale di superficie del territorio impattata direttamente o indirettamente (a distanza di 60, 100 e 200 metri) dal suolo consumato nell’ultimo anno, dal punto di vista eco-sistemico, è stata in Emilia-Romagna, rispettivamente, del 40,1%, del 54,9% e del 77,3%, valori più alti di quelli nazionali del 33,6%, 46,3% e 66,1% (solo la Puglia presenta una percentuale più alta dell’Emilia-Romagna di territorio impattato a distanza di 200 metri).

Anche la cosiddetta “frammentazione del territorio”, che definisce il grado di continuità ecosistemica (misurata rispetto al 2006, secondo una scala a cinque gradazioni), presenta dati preoccupanti. Mentre infatti, in regione, i territori a frammentazione molto bassa subiscono una riduzione di 40.266 ettari, aumentano di 30.516 ettari quelli a frammentazione bassa. E mentre quelli a frammentazione media diminuiscono di altri 26.852 ettari, i territori a frammentazione elevata e molto elevata crescono di 6.048 e 30.554 ettari, rispettivamente. In sostanza, la frammentazione aumenta, tanto che la regione è la terza in Italia, appena dopo Puglia e Marche. Anche il valore ecologico del suolo consumato, peraltro, desta allarme. Il 4,8% (85 ha) del nuovo suolo artificializzato, infatti, ha valore medio, alto o molto alto (la media nazionale è del 5,3%). E il 9,65% del nuovo suolo consumato viene classificato a fragilità ambientale media, alta o molto alta. Insomma, non solo si va consumando nuovo suolo, ma si intacca quello più prezioso e fragile, impattando gli ecosistemi naturali.

In sostanza, quanto mostrato sopra ha portato, secondo quanto valuta l’Ispra, a un degrado del territorio, dovuto tanto ai cambiamenti di copertura del suolo che alla perdita di produttività (capacità di trasformare il carbonio organico in biomassa) che alla perdita stessa di carbonio organico del suolo. Così, della superficie regionale complessiva, dal 2006, risulta stabile il 65%, migliorata il 5,7% e peggiorata il 26,1%: in totale, il degrado per una o più cause ha riguardato ben 62.255 ettari in regione (su un totale di 595.609 ettari a livello nazionale, una quota notevolissima), di cui quasi 15mila negli ultimi 5 anni.

Consumo di suolo, emissioni di gas serra e qualità dell’aria

Se i dati visti sopra destano più di una ragione di allarme, non meno preoccupanti essi appaiono se rapportati ad altri indicatori di tipo ambientale, che descrivono quanto i territori siano esposti alla crisi climatica. Perché questa non è che «il rovescio della medaglia» del consumo di suolo, conseguenza e manifestazione di quello a livello “locale”. I dati elaborati dal centro studi della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Italy for Climate, in collaborazione con Ispra, infatti, permettono di valutare le emissioni di gas e altri indicatori a livello regionale, rendendo evidente il legame tra crisi ambientale e uso del territorio.

Vediamone qui in sintesi i principali.
Iniziamo dagli edifici. Secondo la stima di fonte Enea, l’Emilia-Romagna presenta una quota di edifici in classe energetica A negli Ape (attestati di prestazione energetica) attorno al 10%, inferiore al 12% nazionale. È la regione del Nord che fa peggio, superata anche da Basilicata, Marche, Puglia e Abruzzo. Gli edifici in regione, poi, sono energivori. Nei consumi energetici degli edifici di tipo residenziale, infatti, l’Emilia-Romagna è seconda solo alla Valle d’Aosta, con un valore di 258 Kwh per metro quadro, contro una media nazionale di 225. E, come se non bastasse, quelli sono consumi che dipendono per lo più da combustibili fossili. Di quei consumi, infatti, la quota di consumi elettrici è per la nostra regione del 28%, inferiore alla media nazionale del 30% e superiore solo a Abruzzo, Friuli V.G., Veneto, Lombardia, Umbria e Piemonte. In termini di emissioni di gas serra dei soli edifici (sia residenziali sia di altro tipo), la nostra regione è quella che ne produce di più (1,7 tonnellate per abitante), contro una media nazionale di 1,1.

Il consumo totale di energia, a sua volta, mostra che l’Emilia-Romagna consuma ben più della sua quota di residenti rispetto al resto del Paese: la regione è in testa per consumo di energia, con 2,7 tonnellate di petrolio equivalente per abitante (la media nazionale è di 1,9). Ed è quella in cui il consumo in rapporto al valore aggiunto prodotto è tra i più alti, con 70 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro, contro una media nazionale di 55, anche se meno di Abruzzo, Sicilia, Molise, Umbria, Valle d’Aosta, Puglia e Friuli V.G.

In termini di emissioni di gas serra, l’Emilia-Romagna produce 9 tonnellate di CO2 equivalente per abitante, contro una media nazionale di 7 (meno soltanto di Valle d’Aosta, Molise, Basilicata e Sardegna). Se rapportate al valore aggiunto industriale, invece, la regione fa meglio del resto del Paese (250 contro 260 tonnellate di CO2 equivalente per milione di euro), ma non rispetto al valore aggiunto totale, e la sua industria ha una quota di consumi elettrici ben più bassa di ogni altra regione (31%, contro una media nazionale del 45%). Anche il settore agricolo regionale non fa molto bene, con 0,72 tonnellate di CO2 equivalente per abitante, contro una media nazionale di 0,52 (ma meglio di Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Basilicata e Sardegna). Peraltro, l’Emilia-Romagna è seconda per uso di fertilizzanti (250 kg/ha di azoto), dietro alla Lombardia, contro una media nazionale di 120 kg/ha.

Insomma, in Emilia-Romagna emettiamo gas serra non in proporzione a quanto produciamo o a quanti siamo, ma molto di più. Una delle fonti principali di gas serra sono i trasporti. Se l’Italia produce in media 2 tonnellate di CO2 equivalente per abitante dovute ai trasporti, l’Emilia-Romagna ne produce 2,5 (meno solo di Marche, Liguria, Trentino A.A. e Valle d’Aosta). L’85% delle emissioni dei trasporti sono dovute agli autoveicoli e l’Italia è tra i Paesi in Europa con il più alto tasso di motorizzazione (numero di automobili per abitante), con più di 70 auto ogni 100 abitanti (l’Emilia-Romagna ha un numero simile), ovvero 83 auto per 100 adulti maggiorenni, pari a quasi 41 milioni di automobili (nella Ue, siamo secondi solo alla Polonia).

Il trasporto pubblico locale riflette questo valore, in negativo. In Italia, sono soltanto 85 i passeggeri trasportati annui per residente – e così in regione –, molti meno che in Liguria (più di 200), Lazio, Lombardia, Friuli V.G., Veneto e Piemonte.

Da ultimo, va segnalato che la quota di consumi di energia rinnovabile sul totale è in Italia inferiore al 20%, ma in Emilia-Romagna scende a poco più del 10% (fa peggio solo la Liguria, con l’8%), mentre in Valle d’Aosta si avvicina al 95% e in Trentino A.A. supera il 55%. Insomma, il 90% dell’energia consumata in regione è di fonte fossile. Nel 2023, tuttavia, in Emilia-Romagna sono entrati in funzione nuovi impianti per la produzione di energia rinnovabile per una potenza di quasi 25 kw per kmq di superficie, contro una media nazionale di meno di 20 (e molto meno di Lombardia, Veneto, Friuli V.G. e Piemonte). Il che rende ragione dei terreni destinati all’installazione di impianti fotovoltaici che, come abbiamo visto sopra, sono in aumento.

Una valutazione d’insieme

Come si può ben capire, il quadro che emerge è preoccupante e scoraggiante a un tempo, tanto che verrebbe da “prendere a schiaffi” (metaforicamente) certi nostri amministratori: alle ultime elezioni avevano promesso un cambio di rotta e ciò che si è avuto è solo un’accelerazione su quella stessa rotta. Siamo la regione in Italia che consuma più suolo, con un consumo che aumenta di anno in anno. Nel 2023, le forze politiche al governo si erano presentate alle elezioni con un impegno diverso, che, a quanto pare, hanno totalmente disatteso.

Continuiamo a consumare suolo per costruire edifici – al terzo posto dopo Lombardia e Veneto – e, quel che è peggio, però, è che in Emilia-Romagna il 68,6% di quelle superfici edificate ricade in aree a pericolosità sismica, il 5,8% in aree a pericolosità da frana e il 62,8% in aree a pericolosità idraulica media. Non solo, ma più di un terzo delle aree edificate si trova in zone rurali e il 7,2% in zone poco popolate, con un’accentuata tendenza alla dispersione insediativa. Continuiamo, e questo è il nostro record, a destinare nuovo suolo a cantieri (661 contro i 361 dell’anno prima, più di ogni altra regione) e continuiamo a costruire strade (quest’anno un po’ meno dell’anno prima). Se è vero che parte del suolo utilizzato a cantiere può essere rinaturalizzato, negli ultimi 18 anni ciò è avvenuto solo per neanche un terzo del totale, mentre quasi due terzi sono andati permanentemente perduti.

Infine, continuiamo a destinare suolo vergine a poli logistici e centri commerciali. La nostra regione, con i suoi 1.052 ettari consumati fino a oggi, è seconda solo alla Lombardia. Grave è, però, che tale consumo è andato aumentando negli anni e dai 59 ettari del triennio 2015-18 siamo arrivati ai 107 ettari del solo 2024.

Abbiamo così tanto bisogno di tutta quella superficie per tali usi?

Insomma, nel complesso, il quadro è parecchio deludente, anche perché non si capisce perché si debbano costruire nuovi edifici – ce ne sono migliaia abbandonati, tra quelli non residenziali, e vuoti, tra quelli residenziali – perché si debbano avere cantieri così estesi, nuove strade invece di sistemare quelle esistenti e nuove aree per la logistica e la distribuzione. Certo, si dice, buona parte consumo di nuovo suolo è “reversibile” (può essere rinaturalizzata) perché viene coperta da impianti fotovoltaici (fino ad oggi, quasi il 13% del totale). Tale reversibilità, tuttavia, è solo teorica, dal momento che tali superfici rimangono destinate a tale scopo per periodi anche molto lunghi, dell’ordine dei decenni (perdendo gran parte della loro funzione eco-sistemica).

L’impatto del consumo di suolo sui terreni e gli eco-sistemi è devastante, il degrado riguarda un terzo del territorio regionale e appare gravissimo che si vadano a intaccare terreni ad alto valore ecologico, in aree protette o in aree ecologicamente fragili. Se poi consideriamo che la nostra regione è stata – come altre di recente – vittima di eventi climatici estremi che hanno manifestato la loro devastante potenza su territori proni – sui quali si era costruito e si continua a costruire – non si vede come si possa contare sulle promesse fatte a proposito di governo del territorio.

La nostra regione ha un mix energetico tra i peggiori in Italia, emette più gas serra di quanto produca o di quanti abitanti vi risiedano, in proporzione, è in testa alle emissioni dovute ai trasporti e, pure, vede i suoi amministratori stringersi nelle spalle di fronte agli eventi climatici estremi. Come se non fosse anche nostra la responsabilità di contribuire alla loro diminuzione. No, consumiamo suolo vergine in territori ad alta pericolosità idraulica e da frana, distruggiamo ecosistemi, riducendo così anche l’assorbimento di anidride carbonica. Guardiamo avanti, allora, e proviamo a cambiare davvero indirizzo.

Questo articolo è stato pubblicato su Cantiere Bologna il 30 novembre 2025

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