Metalmeccanici, la lotta e il contratto

di Gregorio Carolo /
27 Novembre 2025 /

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L’ipotesi di accordo di Fim, Fiom e Uilm con Federmeccanica e Assistal è un risultato non scontato, in particolare sulla difesa del salario dall’inflazione. Nelle prossime settimane sarà votato dai lavoratori e le lavoratrici nelle fabbriche

Roma, giugno 2024. Sono passati più di due anni da quando le incertezze geopolitiche sulla fornitura di gas russo hanno dato il via a un innalzamento generale dei prezzi, dalle cipolle alle case. Siamo in un’affollata sala riunioni di un palazzo romano. In mezzo alla stanza, al centro del tavolo, un dossier documenta come nel biennio le aziende abbiano rincarato i prezzi dei beni e servizi molto più di quanto siano cresciuti i loro costi energetici, lasciando nel frattempo invariata la quota dei salari di base. Si tratta di una situazione comune a vari paesi europei, vale per l’Italia e vale nel comparto della metalmeccanica: le imprese hanno realizzato profitti stellari, mentre il potere d’acquisto dei lavoratori è stato progressivamente eroso.

Una lunga lotta

Seduti a un lato del tavolo, forti dei numeri e delle analisi contenute nel dossier, i rappresentanti sindacali sostengono che è giunto il momento di redistribuire quella ricchezza. Il rinnovo del Contratto nazionale (Ccnl) metalmeccanico appena scaduto, motivo per cui tutti loro si trovano in quella stanza, è un’occasione propizia per dirimere alcuni dei nodi economici e sociali che attraversano l’Italia.

Al primo punto della piattaforma sindacale campeggia infatti il recupero salariale; negli anni un aggiustamento minimo è avvenuto, i superminimi (e non i salari base) sono cresciuti, ma stavolta si chiede di più: si pretende di superare l’inflazione. Le successive rivendicazioni vanno invece ad aggredire il nesso tra precarietà e povertà lavorativa: si chiede alle aziende di stabilizzare i dipendenti in somministrazione, così come di imporre negli appalti condizioni d’impiego dignitose. Infine, la richiesta più ardita e al contempo più antica: un piano per la riduzione progressiva dell’orario di lavoro, da portare nell’immediato a 38 ore settimanali e poi a 35 nel giro di 3 anni.

Dall’altro lato del tavolo, i rappresentanti di Federmeccanica e Assistal, le associazioni di categoria degli imprenditori metalmeccanici, scuotono la testa. Vengono convocati altri incontri, da giugno si slitta a settembre, poi ottobre, novembre. Il diniego prosegue, le distanze persistono. A quel punto il tavolo salta. Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil lasciano la trattativa, determinate a far rispettare le proposte votate dalle assemblee dei lavoratori.

Otto ore di sciopero categoriale, spezzate in due mezzi turni, vengono indette tra dicembre 2024 e gennaio 2025. Otto ore filate di sciopero, un intero turno, vengono indette a febbraio, poi otto ore a marzo, otto ore ad aprile, otto ore a giugno: in totale cinque giornate di blocco della produzione. Per ciascun automobilista di passaggio nelle zone industriali, le fabbriche metalmeccaniche diventano riconoscibili per le bandiere delle tre sigle sindacali, sventolanti fuori dagli stabilimenti. Appesi ai cancelli appaiono anche degli striscioni, con un messaggio scritto in caratteri cubitali: «vogliamo il contratto». Mese dopo mese, i presidi fuori dalle fabbriche e dalle sedi di Confindustria si alternano a cortei lungo le vie e nelle piazze dei centri cittadini, reclamando risposte dalle imprese e dalle istituzioni.

Le mobilitazioni sono capillari e diffuse in tutto il paese. Forti adesioni arrivano dagli stabilimenti di Marelli, Stellantis e Leonardo in Piemonte, così come dalle fabbriche di elettrodomestici Beko e alla Fosber in Toscana, dagli impianti siderurgici in Veneto e Friuli Venezia Giulia, così come a Fincantieri e alla Piaggio. Scioperano massicciamente alla Comet, Argo Tractor, Sacmi, Bosch, Smeg in Emilia-Romagna, così come in Lombardia, in Liguria, in Campania e in Sicilia.

Sollecitati dai loro stessi associati a riaprire il tavolo e placare gli scioperi, i dirigenti confindustriali ripetono per mesi a Tv e giornali di essere pronti a firmare il contratto in qualsiasi momento, alludendo però ogni volta a contratti completamente scollegati dalla piattaforma sindacale. Però sotto una facciata di compattezza, il fronte datoriale è diviso sui margini di manovra: le aziende rappresentate hanno differenti dimensioni e capacità di sostenere aumenti retributivi. Nel loro tergiversare, pesano incertezze globali come dazi e guerre. Si affollano le incognite sul futuro delle politiche industriali europee, smarrite tra il verde green della transizione ecologica e il verde militare della riconversione bellica.

Per la metalmeccanica si tratta dello stallo più lungo e con più ore di sciopero degli ultimi trent’anni. Agli occhi dei lavoratori viene agitato lo spauracchio del Ccnl vigilanza privata e servizi fiduciari, scaduto nel gennaio 2016 e rinnovato soltanto nel dicembre 2024, uno di quei contratti che la destra ama menzionare per sostenere che ai sindacati non stiano a cuore le sorti dei lavoratori italiani. Gli industriali intendono forse mantenere anche il ccnl metalmeccanico scaduto per anni, con gli stipendi progressivamente erosi dall’inflazione?

Arrivati allo sciopero dello scorso 20 giugno, in contemporanea alle manifestazioni in tutte le province manifatturiere, i 10.000 metalmeccanici del corteo di Bologna deviano dal percorso concordato con la questura e irrompono nella tangenziale. Bloccano un’arteria di traffico per ore, sfidando l’ipotesi di reato penale recentemente introdotta dal Decreto Sicurezza. Si scatenano polemiche e battibecchi, la destra parla di «sovversione» e di «sedicenti operai», ma alla fine le denunce non scattano e, soprattutto, torna l’attenzione mediatica sul mancato rinnovo del contratto.

Il 21 giugno prende la parola la ministra del lavoro: il tavolo è riaperto e le parti sono convocate al Ministero. Per il numero di addetti e per il peso nell’economia nazionale – rispettivamente 1,6 milioni di persone e un’incidenza del 49,6% sul valore aggiunto dell’industria manifatturiera – la metalmeccanica evidentemente non è comparabile con il settore della vigilanza privata. L’indicazione governativa è chiara. Bisogna arrivare a un accordo.

Dalle fabbriche agli uffici, dalle urne alle piazze

Nell’immaginario di molti, i metalmeccanici rappresentano un’avanguardia del movimento operaio, grazie al protagonismo dimostrato nei decenni di conquista dei diritti sociali, in anni come il 1969, con più ore di sciopero in Italia che nel resto del mondo. Da allora la struttura industriale del nostro paese ha subito profonde trasformazioni: è cambiata la produzione e la composizione della forza lavoro.

Nel totale delle aziende manifatturiere circa metà della forza lavoro è composta da tute blu e metà da corpo impiegatizio, cui vanno aggiunte poi le persone impiegate nelle aziende informatiche aderenti a questo stesso contratto. La fatica del lavoro metalmeccanico oggi si esprime ancora in ernie al disco e forme di sordità, legate alla vita di fabbrica, così come in tunnel carpali e disturbi visivi, derivanti dalle ore trascorse al computer.

In questo panorama mutato, in tempi di mobilitazione le tute blu rimangono tutt’oggi la frazione di metalmeccanici che maggiormente si mobilita e aderisce agli scioperi, mentre i dipendenti delle aziende non manifatturiere e gli impiegati rimangono più restii a farsi coinvolgere. Oltre ai momenti di mobilitazione, inoltre, l’esistenza stessa del sindacato dipende dal tesseramento: a dispetto dei miti di un tempo, il tasso di sindacalizzazione nella metalmeccanica viene attestato attorno al 35%.

Inquadrando la questione più in generale, in Italia – come nel resto dei paesi occidentali – le iscrizioni al sindacato sono in calo da decenni, con gli iscritti concentrati nelle fasce d’età più avanzate. Le giovani generazioni, le più esposte alla trappola della precarietà, sembrano tenersi a distanza dalle forme associative del glorioso passato di lotta industriale.

Tutti questi elementi, di per sé desolanti sul futuro delle mobilitazioni, possono tuttavia essere parzialmente rivalutati, oggi più di ieri, alla luce di alcuni fatti avvenuti nell’anno appena trascorso. Le mobilitazioni dei metalmeccanici non hanno avuto luogo su un terreno piatto, bensì su un campo solcato da avvenimenti significativi per le coscienze di migliaia di persone.

Un evento è avvenuto alle urne. I referendum di giugno su lavoro e cittadinanza promossi dalla Cgil non hanno raggiunto il quorum richiesto di votanti sul totale del corpo elettorale italiano; tuttavia, il quorum è stato invece superato tra le persone di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Si è trattato di un risultato inatteso (e taciuto dai media): le istanze di cambiamento sociale promosse dai referendum sono state recepite dagli elettori più giovani, superando nettamente i confini esistenziali dei luoghi di lavoro ad alta densità sindacale – su 5 milioni di iscritti alla Cgil, solo 400.000 rientrano infatti in quella fascia anagrafica. L’altro segnale confortante riguarda la disponibilità dei più giovani a esercitare – in determinate condizioni – il diritto fondamentale della modernità, oltre al suffragio universale: il diritto di sciopero. Oltre che nelle aule scolastiche e universitarie, anche nei luoghi di lavoro sono state le generazioni più giovani a trainare la partecipazione agli scioperi generali di settembre e ottobre per Gaza. Si è scioperato per la prima volta in contesti lavorativi pressoché privi di storia sindacale, ad esempio in molte delle già menzionate aziende informatiche: è capitato che giovani lavoratori e lavoratrici si rivolgessero alle risorse umane per capire come scioperare o chiedessero il permesso ai superiori. Questi numerosi scioperanti – spinti da un moto di adesione spontanea, da una molla etica, di fronte alle atrocità in corso – si sono uniti nelle strade e nelle piazze con le migliaia di persone scese dai pullman organizzati dal sindacato nei capoluoghi di provincia, più istruite nella pratica dello sciopero.

In questi mesi le bandiere della Palestina hanno trovato il loro posto nei terrazzini e nelle finestre di innumerevoli case. Oltre che nelle piazze, vedremo se i sindacati riusciranno concretamente a farsi interpreti di questa sensibilità sui luoghi di lavoro, ad esempio esercitando pressione sulle grandi aziende in cui sono presenti, come Leonardo e Fincantieri. Qualcosa, in verità, è già avvenuto: in ottobre i metalmeccanici della Leonardo di Grottaglie (Taranto) hanno lanciato una petizione ai vertici aziendali, «Non in mio nome, non con il mio lavoro», chiedendo uno stop alle forniture belliche verso Israele e una riconversione della produzione nel settore civile. L’iniziativa, appoggiata dalla Fiom, ha raccolto rapidamente migliaia di appoggi, ma non è stata accolta positivamente dalle altre sigle sindacali.

Un’ipotesi di accordo

Chiaramente scioperare ha un costo. Per una persona inquadrata con livello C3, una figura con ruoli tecnici specifici, scioperare per il Ccnl ha avuto un peso totale sulle buste paga di circa 490 euro come trattenute in un anno. Ma ha avuto il suo risultato: il tavolo è stato riaperto e le parti hanno preso posto. E ora ci siamo: dopo più di un anno di stallo e una serie ravvicinata di incontri negli ultimi mesi,  alle 18 di sabato 22 novembre è stata finalmente firmata un’ipotesi di accordo tra le parti.

Sui salari innanzitutto: per i C3 scatta un aumento di 205 euro mensili sulla paga base (laddove la piattaforma sindacale ne rivendicava 280), quota da riparametrare per i livelli superiori e inferiori. Un aumento superiore, seppur di poco, all’inflazione depurata dai costi energetici. Una piccola redistribuzione della ricchezza accumulata in questi anni. Sulla precarietà vengono introdotti alcuni vincoli sul ricorso alla somministrazione: acquisiscono in misure diverse un diritto alla stabilizzazione sia i lavoratori in staff leasing (con contratto a tempo indeterminato presso le agenzie del lavoro), sia i somministrati a tempo determinato. Sulla riduzione dell’orario di lavoro viene fissato l’impegno di istituire una commissione che supervisioni una sperimentazione, nel frattempo aumentano le ore di permessi retribuiti per gli addetti ai turni più disagiati. Ulteriori azioni vengono poi mosse su temi quali appalti, sicurezza, formazione, parità di genere.

Non mancano chiaramente i punti critici: due giornate di permessi retribuiti all’anno passano sotto il controllo delle aziende per potenziali chiusure collettive, il limite alla durata dello staff leasing viene fissato a 48 mesi, gli impegni sulla riduzione dell’orario di lavoro restano vaghi e generici.

Nelle prossime settimane l’ipotesi di accordo sarà illustrata nelle assemblee e verrà sottoposta al voto dei lavoratori e delle lavoratrici. Un anno di piazze, scioperi e cortei, si è tradotto infine nella prospettiva di un cambiamento economico, in un aumento del potere d’acquisto, un gruzzolo in grado di incidere sulle condizioni materiali di vita. Una strada è stata tracciata per tutte le categorie lavorative con Ccnl scaduto.

Gli altri obiettivi della piattaforma restano proiettati su un futuro più distante; la promessa di una commissione per la riduzione dell’orario di lavoro appare meno tangibile, più fumosa, ma come scrivevamo un anno fa si tratta di uno dei temi che risuonano maggiormente tra gli animi dei Millenials e dei Gen Z: una battaglia con questo obiettivo può essere la chiave per sindacalizzare le giovani generazioni restie a tesserarsi o partecipare attivamente alle forme associative.

Questa vertenza ha recuperato una dimensione movimentista, che è stata l’origine del sindacato, la sua radice storica nel continente europeo. Soltanto avendo dalla propria parte la forza dei numeri, la legittimità data dalle migliaia di persone in sciopero, è stato possibile compiere un atto di disobbedienza civile, invadere la tangenziale di Bologna, sfidando il Decreto Sicurezza e riaprendo così la trattativa sul Ccnl.

Movimentista è stato anche, in ottobre, proclamare uno sciopero generale per la Palestina con meno di 48 ore di preavviso, un fulmine a ciel sereno anche per le aziende di settori industriali abituati storicamente alle mobilitazioni: un blocco della produzione imprevisto e fuori controllo, estraneo a qualsiasi trattativa interna o di categoria – in altre parole, un piccolo, autentico assaggio di conflittualità sociale.

Tra referendum e piazze, scioperi e cortei, questo 2025 che ormai volge al termine ha lasciato il suo segno sulle coscienze di migliaia di lavoratori e lavoratrici: un solco, su cui sono stati gettati numerosi semi di giustizia sociale. Prenderci cura di queste esperienze, valorizzarle e risignificarle nelle stagioni a venire può essere il nostro impegno d’ora in avanti: solo così al tempo della semina, seguirà – presto o tardi che sia – il tempo del raccolto.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 25 novembre 2025

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