Abbiamo ancora negli occhi le immagini delle tante piazze che nelle settimane passate si sono riempite di rabbia per il genocidio di Gaza. Settimane di manifestazioni e assemblee, presidi e blocchi. Che, in qualche modo, ci hanno sospinto, trascinato, travolto. Perché Gaza è diventata – giustamente – tutto, mentre parlare di ecologie, crisi climatica, desigillare, forestare, ci sembrava secondario.
Eppure, il legame tra il genocidio e il riscaldamento del Pianeta dovuto alle fonti fossili è fortissimo. Lo analizza Andreas Malm, nel suo libro “Distruggere la Palestina distruggere il Pianeta”, nel quale il geografo e teorico svedese costruisce una genealogia radicale del genocidio in corso a Gaza, smontando la retorica securitaria dell’Occidente e mostrando come la distruzione della Palestina e quella del pianeta siano processi inscindibili, articolati fin dalla loro origine dalla logica di dominio del capitalismo fossile. Quello che emerge è un ritratto lucido e senza concessioni: il genocidio a Gaza non è un incidente della storia, ma il culmine strutturale di un progetto coloniale di insediamento sostenuto dall’imperialismo fossile fin dal 1840.
Il punto di partenza di Malm è una domanda scomoda: che cosa lega così strettamente Israele al resto dell’Occidente capitalistico avanzato? E perché Paesi come Stati Uniti e Regno Unito si sono dimostrati tanto pronti a collaborare attivamente a questo genocidio? Per rispondere, Malm torna indietro di quasi due secoli, al 1840, anno che considera cruciale non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero sistema climatico planetario. È in quell’anno che l’impero britannico utilizzò per la prima volta in modo massiccio i battelli a vapore in un conflitto rilevante, bombardando e conquistando la città di Acri. La superiorità tecnologica legata al carbone ha permesso alla Gran Bretagna di sconfiggere l’Egitto; ma quella stessa violenza fossile ha anche prodotto un’altra conseguenza: è nel 1840 che l’impero britannico propone per la prima volta la colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei, ben 57 anni prima del primo congresso sionista. Il principale architetto dell’impero britannico, Lord Palmerston, tracciava in quegli anni la colonizzazione della Palestina come un progetto strategico per gli interessi imperiali; la Palestina veniva descritta come un territorio desolato, inabitato, decadente, pronto per essere civilizzato attraverso l’insediamento ebraico. Nascono così, scrive Malm, due principi connessi: “in Palestina non esiste nessun popolo” e “la terra va presa con la forza della tecnologia fondata sui combustibili fossili”.
L’eliminazione prefigurativa del popolo palestinese inizia qui, come ideologia imperiale alimentata dal vapore. Quello che Malm chiama ‘momento di articolazione’ tra distruzione della Palestina e distruzione del pianeta si radica proprio in questa sincronia. La tecnologia fossile non era solo strumento di distruzione militare, ma anche dispositivo di trasformazione territoriale. Quando il Mandato britannico occupò la Palestina dopo la prima guerra mondiale per implementare la dichiarazione Balfour, il combustibile fossile del tempo non era più il carbone, ma il petrolio. Il principale obiettivo industriale del Mandato divenne l’oleodotto che trasportava il greggio dall’Iraq attraverso la Cisgiordania settentrionale e la Galilea fino alla raffineria di Haifa. Non si può capire il Mandato, scrive Malm, se non in rapporto alla ricerca sempre più capillare del petrolio nella regione. E il Mandato utilizzò il petrolio per riassegnare la terra dei palestinesi agli ebrei: le autorità privilegiarono sistematicamente la costruzione di strade che collegavano le colonie, le infrastrutture a base petrolifera inclinarono la Palestina verso gli insediamenti delle pianure costiere e ancor più verso i patrocinatori d’oltreoceano.
Il colonialismo di insediamento in Palestina si articola così come progetto inscindibile dall’accesso alle risorse fossili del Medio Oriente: la distruzione della Palestina, quindi, è una strada percorsa assieme alla strada della distruzione della Terra. Ma la connessione tra genocidio e combustibili fossili non si limita alla storia: si materializza anche nel presente. Malm ricorda che l’ultimo decennio ha conosciuto un’espansione accelerata della produzione di combustibili fossili, e tra le frontiere dell’estrazione troviamo il bacino del Levante, lungo la costa che corre da Beirut via Acri fino a Gaza.
Insomma, genocidio a Gaza e crisi climatica sono due facce della stessa medaglia. E’ con questa consapevolezza che dobbiamo costruire percorsi e processi di giustizia climatica.
Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Bologna fior Climate Justice il 5 novembre 2025