Un settembre particolarmente denso e complicato da tanti punti di vista questo, visto che fa da anello di congiunzione o esattamente il contrario, a seconda dei punti di vista, con situazioni di tragica policrisi a livello globale e locale parallelamente.
La sensazione di non aver mai messo tra parentesi nulla, di non aver mai staccato veramente, di non aver mai potuto assentarsi da scenari in continua e non positiva evoluzione non è mai stata tanto forte come quest’anno e dunque anche rendere conto della miriade di manifestazioni culturali, festivaliere che si danno il cambio, fanno staffetta o purtroppo si sovrappongono, è cosa ardua davvero.
Naturalmente ci sarà da parlare del premio teatrale Scenario, di stanza a Bologna, ma di caratura nazionale e rispetto al quale chi vi scrive è parte in causa. Naturalmente bisognerebbe parlare della successione delle varie biennali, appressandosi ora quella musicale; naturalmente ci sono ancora in corso o in arrivo festival teatrali in Nord Italia… naturalmente per tornare a Bologna ci sarà molto da raccontare sui cartelloni a venire, sul cambio della guardia a più teste alla direzione di Ert, e al teatro comunale di Casalecchio. Ma intanto siamo ancora sull’onda di una travagliatissima estate bolognese sotto diversi punti di vista…. E questo significa parecchi appuntamenti ancora en plein air, come la bella rassegna Feminologica, ideata da Simona Sagone per il parco di villa Spada e che celebra il genio femminile in tutte le sue forme letterarie e performative, nonché di rilevanza politica e culturale. Significa la programmazione spettacolare itinerante del Teatro dei Mignoli che da martedì prossimo animerà la Certosa di Bologna. Significa anche per Tra un atto e l’altro- progetto Corpo delle Donne, sbarcare con un cast di attori autori eccezionali forgiati alla scuola di Leo, in quel di Corticella, ai giardini dell’itc Serpieri, con uno spettacolo dedicato alle figure femminili cechoviane dal due al sette di settembre.
E naturalmente, significa soprattutto le programmazioni di Danza Urbana, che si portano in scia gli Ammutinamenti ravennati con la vetrina della giovane danza d’autore, un appuntamento imprescindibile per gli appassionati.
Ma veniamo a noi. Danza urbana, come annuncia il suo direttore artistico Massimo Carosi, scherzando su qualche prerogativa da trekker che forse bisogna possedere per riuscire a fruire in sequenza dei molteplici appuntamenti, si porta egregiamente i suoi anni conquistando pubblici fidelizzati vecchi e nuovi, ma è arrivata, sulle punte, sarebbe il caso di dire, alla sua ventinovesima edizione e sembra passato un soffio. La sua definizione appropriata sarebbe Festival internazionale di danza nei paesaggi urbani. La mappatura del festival, dall’agile libretto che ci viene fornito, ci mostra un delicato equilibrio che viene rispettato sin dai contenuti visivi della overture stessa, di cui a breve andiamo a raccontarvi tra edifici e luoghi di cultura e di storia, posizionati in centro e la bellezza degli elementi naturali esperita nei maggiori e più suggestivi parchi cittadini. Il parco, sicuramente dimensione urbana e non allo stesso tempo, irrinunciabile almeno dal dopo Covid in avanti, appare protagonista insieme a Chiese sconsacrate, palazzi onusti di saperi, musei di arti contemporanea e naturalmente piazzette da sempre molto frequentate dalla rassegna, come piazza s Francesco. Le dichiarazioni d’intenti espresse dalla direzione artistica sono chiare: il momento è greve, minaccioso, la pace e la coesione sociale sono messe a repentaglio, quindi si evidenzia la necessità di aprire varchi e brecce letteralmente, materialmente nel muro del pensiero mainstream dominante partendo esattamente dai luoghi dove la gente passa, si muove, vive, attraversa, progredisce e regredisce. La relazione essere umano, specie umana, persone e ambiente inteso nelle sue mille valenze è il topic più che mai di questa edizione. Perché si ribadisce che non ci si vuole rivolgere ad una sofisticate élite di operatori d’avanguardia, ma alla cittadinanza tutta nella sua complessa e variegata costituzione.
L’inaugurazione di ieri, salutata da una calorosa partecipazione di pubblico, è stata una splendida riuscita dimostrazione di adesione a questi contenuti. In un Lumiere gremito sino all’inverosimile, si è assistito alla proiezione di Porpora che cammina, video installazione potremmo dire, in modalità processuale, realizzata da DOM, progetto artistico di Leonardo Delogu e Valerio Sirna, con Striaz progettualità interna allo storico studio Azzurro milanese, liberamente ispirandosi al progetto performativo omonimo. Progetto che vedeva coinvolta l’attivista queer Porpora Marcasciano, oggi presidentessa della Commissione pari Opportunità del Comune di Bologna, a guida di 15 partecipanti per volta coinvolti in un trekking urbano di memorie esteso per circa 13 km di percorso e dilatato in 4/5 ore di camminata dal pomeriggio a sera inoltrata. Uno dei progetti più iconici tra le recenti estati bolognesi, che viene distillato in una mezz’ora di video ad alta intensità poetica in cui Porpora prodigiosamente assume sembianze diverse riuscendo a incarnarsi in un alter ego bambino sino allo scioglimento finale all’aeroporto Marconi. Un percorso tra centro studentesco e periferie guidati da una malinconica eppur combattiva vena introspettiva nutrita delle parole di Paul B. Preciado, Kae Tempest, Annie Ernaux, Angela Davis e molti altri. Al termine, grande commozione, esponendo sui corpi degli artisti e di Porpora stessa, il vessillo palestinese e doverose le allusioni anche al coordinamento Tutt’altro che si è riunito in assemblea l’8 di settembre a Roma e in cui Leonardo è molto attivo. A seguire, a testimoniare ancora l’ottimo stato di salute del festival, uno spettacolo effettivamente extra-ordinario nei magnifici spazi della chiesa sconsacrata di San Mattia. Stiamo parlando di Bird song, per Salvo Lombardo in scena insieme a Marta Ciappina e Daria Greco in una ipnotica e sorprendente performance dal sapore antropologico, coproduzione Festival Oriente Occidente. Difficile elencare i numerosi progetti in cui Lombardo è coinvolto a varie latitudini della penisola. In questo caso, vengono recuperati i canti primavera di Camillo Prosdocimo, insieme ai richiami venatori per uccelli tipici del bacino del mediterraneo, che danno vita prima al muoversi guardingo prima delle due figure ancestrali femminili, creature della terra, forse più prede che cacciatrici, poi in surreale dialogo nel linguaggio degli uccelli con la figura femminile. Un lavora sold out ad entrambe le repliche che incanta e stupisce. Come sappiamo il festival si nutre di una schiera di forme di contribuzioni e sostegno a tutti i livelli tramite progettualità diverse come Solidarity in motion, XXL, vari formati legati alle città che danzano a livello europeo e anche ad Ater e al circuito Ebal. Dunque, dal giorno 4 in poi entrano in scena le brevi performance in rapida successione nella piazza s francesco, per poi centrarsi venerdì sulla Santo Stefano. Se oggi sarà di scena la danza libanese, si annuncia evento clou domani questi paesaggi con figure a cura del gruppo di ricerca Operabianco che indaga il rapporto quasi mimetico e clandestino dei performers in mezzo alla popolazione di una piazza turistica e trafficata come quella di cui sopra. Ci piace qui ricordare anche, nell’impossibilità di segnalare tutto le varie performances a partire da oggi di Panzetti e Ticcone alla Serra Madre dei giardini, il progetto Micce al Mambo, con i giovani studenti del liceo Arcangeli al Mambo in due repliche al sabato pomeriggio, l’ottimo Nicola Galli in Cosmorama a villa Ghigi e la chiusura affidata a Fabrizio Favale sempre a S. Mattia per il sette sera. Non mancano i talks naturalmente, a Palazzo Marescotti e al Mambo stesso.
Non c’è bisogno che io sottolinei come quella che all’inizio sembro essere l’idea originale di studenti altrettanto eccentrici nata per essere cool o al passo delle avanguardie europee oggi è una necessità praticamente politica dello stare in città e non dimenticare come dice bene Porpora, i nostri sogni di rivoluzione che forse si sono rivelati non eccessivi, ma scarsi, rispetto all’esigenza di rinnovare l’assetto del nostro umanesimo. Questa ricerca estetico valoriale applicata alle comunità è ingrediente importante di altre due rassegne che vanno avvicinandosi, ovvero Ginnasio, tra il 20 e il 30 di settembre realizzata da Dom, la cupola del Pilastro e che dovrebbe veder coinvolte almeno alcune delle famose serrande abbassate in gestione Acer, particolarmente numerose in zona e il festival Per Aspera, altra sperimentazione sui luoghi e gli spazi, prevista tra il venti settembre ed una parte di ottobre.
A questo punto non ci resta che dedicare la restante parte del nostro articolo a questa edizione di Short Theatre in quel di Roma, in programma dal 5 al 14 di settembre. Si tratta della ventesima edizione e non ho bisogno io di dire a voi che cosa questo appuntamento rappresenti per una certa scena teatrale connotata ancora e ancora sull’idea della sperimentazione. Un’idea ibrida, contaminata, porosa, per cui si preferisce parlare di performing arts, non per definire o circoscrivere, ma viceversa per allargare il campo di intervento e comprendere non solo codici espressivi provenienti da altre aree disciplinari, perché in fondo per far questo basterebbe creare sezioni differenti, ma anche moti del pensiero, della speculazione, della politica. Gli eventi previsti sono 70, le compagnie previste 35 e le provenienze sono addirittura globali.
I luoghi sono naturalmente il Mattatoio a Testaccio, con la mitica sezione Pelanda, cuore pulsante delle programmazioni, il Teatro india, il teatro Vittoria, il Palazzo dei Congressi, con incursioni naturalmente all’Angelo Mai. Scorrendo i nomi degli artisti e dei performers coinvolti, non solo si viene colpiti dalla convivenza di generazioni diverse, perché come vedremo, una certa vena pedagogica è comunque sottintesa a tutta l’impostazione generale e quindi ci troviamo Anne Teresa De Keersmaeker, per esempio, con presenze molto più giovani dal sud del mondo, ma anche poetesse come Anedda e curatrici certo ancora giovani in anagrafe e attitudine, ma di lungo corso come Silvia Fanti.
Se andiamo a vedere le contribuzioni economiche e i sostegni vediamo che Short è a tutti gli effetti inserito in una idea di Cultura in quanto servizio pubblico, data la forte presenza del Mic con il tanto discusso Fuss, la Regione Lazio, Roma capitale, il teatro nazionale di Roma. Mentre a livello internazionale vediamo Creative Europe, Fabulamundi e istituti di cultura da Svizzera, Spagna, Grecia. Poi ci sono naturalmente il Teatro Vittoria, l’Accademia di Belle Arti, il Teatro biblioteca del Quarticciolo che rimane un punto di riferimento fondante per gli alternativi nell’attivismo culturale. Rai radio tre, No name radio, Teatro e critica e le edizioni Nero legate ad Angelo Mai, rappresentano il cote media partner.
Ma come dicevamo questo è un settembre ancora pienamente estivo ma già transeunte verso il nuovo e talvolta politicamente, l’ignoto, stante le pesantissime situazioni internazionali che ci troviamo a vivere e i grandi impasse di sistema che coinvolgono qualsiasi contesto. Anche qui si registra un cambio della guardia alla Direzione e chiuso il progetto di Piersandra Di Matteo, troviamo una direzione a quattro certo molto nota anche a Bologna: stiamo infatti parlando della studiosa e curatrice Silvia Bottiroli che già coinvolta in passato in diverse edizioni di Santarcangelo ha poi curato in particolare progetti legati all’adolescenza gestiti da Ert e finanziati con fondi Pon metro, Silvia Calderoni, un nome che non ha bisogno di biglietti da visita, la studiosa e attivista Ilenia Caleo, il danzatore coreografo Michele Di Stefano.
Il festival saluta questo cambio della guardia che non è peraltro una cesura, con una importante scelta grafico comunicativa e pertanto abbiamo ritenuto interessante fare due chiacchiere con Silvia Bottiroli, peraltro parallelamente e freneticamente impegnata anche in un tour esplorativo presso un festival in Slovenia, mentre si preparava questo nuovo inizio.
Mi sembra di poter affermare che esista un nesso tra questa direzione a quattro e certe caratteristiche del festival e forse certe posture politiche richieste dalla congiuntura di contesto complessiva. Mi puoi parlare di questa inedita situazione?
Certamente hai colto un punto: la priorità della dimensione collettiva in un festival che si pone in modo anomalo da sempre nel panorama italiano perché esalta non tanto il senso di una panoramica, di una possibilità di mercato e di affari o di un posto dove si fanno le nuove tendenze e si concludono nuove alleanze in senso strategico economico. Stiamo parlando di uno spazio safe per lo scambio effettivo di esperienze e il privilegiare l’aspetto comunitario. Come vedrai non solo le discipline, se vogliamo continuare a ragionare in questi termini, contenute all’interno del format Short sono tante e le diverse posture intellettuali di noi quattro assecondano questa natura intrinseca, ma il core stesso di Short, risiede nel declinarsi circolare di un movimento dentro-fuori, alto-basso, interno-esterno, che esalta gli aspetti collettivi, più che la ricerca di cosiddette nuove tendenze, nuovi talenti, situazioni di premialità. Quindi un lavoro complesso che apparentemente guarda solo al nuovo, in realtà non è pero effimero, anzi, ha bisogno di una continuità che poi si estende ad altri mesi dell’anno. Soprattutto vive di una intensa dialettica tra Roma, che è la capitale antichissima, labirintica, stratificata, gentrificata come tutte le metropoli e naturalmente il resto del mondo. Ma anche questa relazione è insita, inscritta, nella lunga storia di un polo imperiale così significativo e paradigmatico. Anche i tempi difficili impongono una redistribuzione di responsabilità e punti di vista. Qui non si compila un cartellone, non si assegnano valutazioni ma si fa coproduzione. Molto importante quindi calibrare le nostre provenienze. I paesi coinvolti sono Italia, Spagna, Grecia, Cipro, Filippine, Iran, Libano, costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Francia, Svizzera, Paesi Bassi e dunque non può esistere un filone privilegiato. Esistono invece le esperienze in relazione con i saperi e i luoghi della città. Dunque, io, per esempio, non vivo a Roma, il mio sguardo è per forza di cose più distaccato rispetto a chi invece vive a Roma come Michele, o a chi in tempi più recenti ma con tanta intensità, legata alle lotte, alle occupazioni, dal Valle in avanti, ha scelto di avvicinarsi e compiervi un affondo intellettuale ed operativo come per esempio Silvia e Ilenia. L’aspetto metodologico e antropologico, l’aspetto dello sperimentare e dell’apprendere sono per noi fondamentali. Questo è un festival che fa ricerca, non di ricerca, come comunemente si dice, non un festival che presenta, ma che fa esperienze. L’approccio collettivo sin dalla curatela sicuramente racconta molto di questo modo di stare, di porsi. In questo senso è anche molto importante vedere come le questioni sono assunte anche rispetto al livello politico. Noi non siamo un organismo politico ma ci prendiamo una responsabilità nel momento in cui assumiamo di avere con noi il sud del mondo con tutto ciò che questo comporta. Per questo il festival è concepito per situazioni che sono di fatto ambienti, cornici di senso dentro le quali avviene l’incontro con il pubblico. Comprendi che così si viene a creare una sorta di sapere enciclopedico dell’orizzontalità. Che è trasversale, intersezionale. Tutto questo conduce ad un termine che piace molto anche a noi, ovvero Convergenza. Tutto converge in questo immaginare e prefigurare un nuovo modo accessibile di fare cultura e abitare la città. A questo proposito, avrai notato che, come da tradizione Short, instaura da sempre una dialettica trai suoi spazi storici, come Pelanda, quelli anticonvenzionali e quelli più connotati in senso tradizionale o istituzionali. In questo caso il palazzo dei congressi sarà una new entry. Questo perché amiamo sorprenderci noi stessi e puntare a tutto ciò che è impensato. A queste necessità epistemiche corrisponde l’idea di Leopardo e Camera, per esempio, sorta di installazioni contenutistiche site specific, ovvero attraversate da raggruppamenti di autori e performers. Leopardo è un esempio di landmaking, di collocamento diffuso; Camera è un luogo protetto di scambio di appunti e riflessioni necessariamente non competitivo in dialogo con curatori, dramaturg, operatori e pubblico sulle nuove drammaturgie. Ma ti faccio anche l’esempio dell’eclettismo di Rabih Mrouè, che sarà in scena in varie modalità, tra le quali le sue non academic lectures, riflessioni intorno alla verità delle immagini e alla necessita della riappropriazione degli archivi.
Mi sembra fondante nel quadro da te descritto, anche il discorso immagini e comunicazione del festival. Nonostante i tempi grami, l’immagine portante del festival sembra essere volutamente rasserenante e quasi infantile. Lo sfondo è celeste, i colori pastellosi… non precisamente quello che ci si aspetta da un festival d’avanguardia.
Hai ragione nell’osservare che la comunicazione, le forme altre di discorso in cui noi potevamo esprimerci ha sempre avuto molta importanza e anche valorizzare in tal senso il genius loci…esattamente come molte delle compagnie italiane sono di area romana, abbiamo sempre badato a costruirci spazi di socialità e aggregazione e di fiancheggiamento mediatico locali. Quindi tante sono le collaborazioni con Zerocalcare, Nero edizioni, con le radio locali, la convivialità dell’Angelo Mai, l’aspetto ludico-sonoro, il djsetting che anche stavolta sarà fondante dell’area sSalon. Per quanto riguarda la grafica, non abbiamo abbandonato le nostre collaborazioni abituali, ma abbiamo chiesto se aveva voglia di ripensarsi elaborando, esperendo materiali da esporre capillarmente in città tratti dal lavoro tutto artigianale analogico di Noura Tafeche, una artista visiva che dipinge a mano questi mondi immaginari eterei, ormai proiettati verso il cielo, l’alto, in cui con grazia, sfruttando l’immaginario della cuteness si smonta la retorica militarista dei droni militari per esempio. Ci fa piacere che tu subito abbia notato questa cosa perché questi non sono aspetti secondari per noi, anzi sono parte integrante del concept che deve alludere ad una possibilità di agire l’inusitato fuori dalle convenzioni e dalle catene della storia. Come, per esempio, l’installazione in cui si vedono giovani palestinesi danzare nonostante tutto, oppure potremmo parlare anche a lungo di afrofuturismo… Tutto questo necessità di aspetti iconici attentamente rinnovati. Quindi le immagini di Noura sono prelevate dal contemporaneo della Rete e ricreate in modalità artigiana. Il gruppo comunicativo che ci accompagna creerà commenti visuals a quanto accade da proiettare sui muri del Mattatoio. Insomma, consapevolezze agite con linguaggi diversi vanno non tanto a sovrapporsi quanto a fare massa critica esattamente come la nostra prismatica curatela.
Direi che a questo punto dobbiamo parlare del rafforzamento dell’ambiente Classe, già presente nel festival e degli aspetti più squisitamente politici di settori inerenti la concomitanza con le mobilitazioni della rete Tutt’altro, di cui il collettivo Dom che qui al festival presenterà una sorprendente rivisitazione partecipata interattiva di Picnic ad Hanging Rock, è per esempio colonna portante
Si, Classe è in effetti un momento di formazione aperta e continua con le cittadinanze e i pubblici che ci attraversano effettivamente fondante per noi. Noi di Area 06, lo chiamiamo Istituto Nomade di Pensiero e abbiamo pensato a lungo se la parola pedagogia potesse definire un progetto siffatto. Come sempre le relazioni e le connessioni per noi sono al centro, quindi anche quelle tra linguaggi e fruitori apparentemente distanti. C’è un aspetto didattico nell’insieme, ma si apprende gli uni dagli altri. Non per caso in molte situazioni di Classe noi abbiamo aperto delle call per selezionare i partecipanti (non allievi). Abbiamo messo insieme in larga parte studenti, coinvolto data la mobilità delle lectio, l’Accademia di belle arti, l’università Roma tre, il museo delle Civiltà per ospitare questi talks di Noura, ma anche di poetesse affermate come Antonella Anedda, performer come Bojana Kunst, Lyric Dela Cruz e poi largo spazio lasceremo alla speculazione filosofica. Ma al di fuori di qualsiasi categoria meritocratica e in aperta polemica con le leggi di mercato noi abbiamo rovesciato il dispositivo e le persone verranno pagate per la loro partecipazione e questo mi sembra una pratica già destrutturante e molto interessante. Infine, si, a noi non piace tanto parlare né di affinità, perché esaltiamo le diversità e le differenze e non vogliamo creare circoletti o bolle, ma neppure dei soliti supporti e collaborazioni: la verità è che noi ci nutriamo di complicità con gli artisti, i militanti, le persone. Siamo fatti di reti informali che spaziano su altri livelli territoriali e di competenze e che sono attivi sempre, non a scadenza. Questa è la nostra formulazione e vale tanto più per gli aspetti politici cui accenni. Pertanto, noi non siamo il movimento autoconvocato a seguito delle note vicende che prima hanno coinvolto le nomine proprio qui a Roma ai posti teatrali di spicco dirigenziale, poi i più che discutibili criteri di assegnazione punteggi per l’erogazione del famoso Fuss.
Certo siamo appunto complici e solidali. Tutte noi lo abbiamo seguito dagli esordi. La reputiamo una mobilitazione necessaria che si nutre delle stesse vulnerabilità che potrebbero sfaldarla. Ci sono molte difficoltà logistiche economiche, di risorse umane a tenere in piedi una mobilitazione su scala nazionale. Come ho detto, a noi piacciono le differenze, ce ne nutriamo. Ma non possiamo ignorare quanto a livello regionale, così come accade per il welfare queste differenze pesino tantissimo.
Ora la lotta si porta avanti con i corpi e non basta collegarsi da remoto. Pareva necessario un po’ a tutte un appuntamento in presenza di coordinamento su scala nazionale e ci è parso logico offrire l’ospitalità del festival perché poteva essere una occasione per costruire una manifestazione esattamente come fanno i lavoratori di altri settori. Per ovviare ai costi di spostamento e quant’altro ci stiamo attivando con il mutualismo, la messa a disposizione di spazi. Perciò si lunedì 8 ospiteremo in Pelanda l’assemblea nazionale a partire dalle 9 e 30 e per quel giorno avremo una sola programmazione serale. Ci teniamo in ogni caso a dare un segnale forte sia rispetto alla situazione palestinese sul macro-livello che rispetto al discorso di Tutt’altro. Perché il punto vero è che sarebbe bello cominciare a rompere steccati ed omertà e a dirsi quanto sfruttamento e politica da sottobosco governa tutta la situazione culturale e mediologica italiana. Bisogna uscire da queste secche e ottenere buone leggi nel senso rivendicativo su contributi, previdenze, intermittenze, costruzione di bandi progetti e sovvenzioni, ma non basta. Occorre dire che non vogliamo essere giudicati e catalogati in maniera arbitraria. Non ci sta bene il discorso di chi sostiene che l’allarme sia rientrato e nonostante punteggi più bassi alcune realtà ricevano più soldi e dunque in fondo non sia successo niente. Il punto è che invece le formulazioni ibridate non trovano spazio nella nominalistica ministeriale. Danza, festival di ricerca risultano ghettizzati e penalizzati. Permane l’elefante nella stanza dell’eccesso produttivo a fronte della carenza distributiva. Quindi dovremmo creare qualcosa di permanente dopo i falsi movimenti in era Covid. Adesso ci faremo sorprendere anche da questi appuntamenti di riflessione e lotta dell’8 e 9 settembre.
Mi congedo da Bottiroli invitandovi a tenere gli occhi aperti, le menti vigili e i cuori in ascolto in questo affollato settembre di transizioni e di complessità, in cui tanto si sta muovendo e tutti noi siamo chiamati a fare la nostra parte.