Resistenza culturale e sociale in tempi di marginalità. I centri sociali damarginali a risorsa pubblica

di Paola Urbinati /
27 Agosto 2025 /

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Da cosa nasce la “criminalizzazione” dei centri sociali autogestiti? In tempi in cui lo spazio pubblico, inseguendo una visione neoliberale, si restringe sempre di più, viene recintato e sorvegliato, tempi in cui -dice Paolo Rossi- “stanno sparendo i luoghi di aggregazione”, i centri sociali autogestiti rappresentano una delle ultime frontiere dell’immaginazione politica e culturale urbana. Troppo spesso oggetto di politiche securitarie, consolidate dalle amministrazioni e dai governi di destra, ma non sempre disdegnate dal centro sinistra, questi spazi di resistenza urbana restano invece, per migliaia di giovani e di comunità marginalizzate, un laboratorio di inclusione, mutualismo e cittadinanza attiva. Un fattore imprescindibile della politica dal basso che, a sua volta, è garante della salute stessa della democrazia rappresentativa, proprio per la loro volontà di rifuggire qualsiasi forma di omologazione.

Come tutti i centri sociali autogestiti, il Leoncavallo, sottoposto in questi giorni a sgombero anticipato e non concordato con il sindaco, mentre erano già in corso trattative, costituisce l’esempio di un laboratorio di politica dal basso che di certo non piace a un Governo nazionale di destra. Si tratta di quel sale che si mescola in ogni espressione di municipalismo libertario. Sale che disturba chiunque fatichi a percepire gli spazi della città come un bene comune. Disturba il fatto che giovani e meno giovani si organizzino autonomamente, per riempire spazi vuoti, per sottrarli al degrado, a speculazioni e per richiamare presenze accomunate dal bisogno di fare comunità.

Quando si avvia uno sgombero, l’attenzione si posa esclusivamente sul tema della legalità e della sicurezza, su cui fanno leva le amministrazioni, ma questo aspetto sempre più spesso si intreccia col fattore che contribuisce a criminalizzare questi centri, cioè quello economico, correlato al fenomeno della gentrificazione e della speculazione edilizia. I fattori economici così si avvolgono nel mantello della legalità e della sicurezza e attaccano la libera espressione politica, artistica e intellettuale. Attaccano simboli storici antifascisti come quello rappresentato dal Leoncavallo. In tutto ciò si sorvola sul fatto che anche questi centri, pur nascendo da un atto illecito, possano diventare realtà utili al contesto cittadino e possano dunque rientrare in un ambito di legalità. Gli strumenti giuridici ci sono. Ci vuole la volontà politica.

Una genealogia del dissenso: nati nella seconda metà degli anni ’70 da un’esigenza di occupazione attiva e autogestione politica degli spazi abbandonati, i centri sociali si sono sviluppati su tutto il territorio italiano con modalità diverse. Milano, Bologna, Roma, Napoli e Torino sono state le città epicentro di questo fenomeno: il Leoncavallo, Isola nel Kantiere, Officina 99, Askatasuna, Forte Prenestino sono diventati emblema di una propensione collettiva a intrecciare cultura indipendente, azione politica e servizio sociale. Sono i luoghi in cui si sviluppano idee e battaglie che sfoceranno poi nelle proposte di legge come la 675/1976 sulla riforma del diritto di famiglia; la legge 194/1978 sul diritto all’aborto; la legge 180/1978 sulla chiusura dei manicomi e sulla riforma della psichiatria; la legge 833/1978 sulla nascita del Servizio sanitario nazionale; la legge 482/1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche.

Negli anni ’90, con l’onda dei movimenti studenteschi e antagonisti, i centri sociali si moltiplicano e si confrontano con le contraddizioni della città e della società neoliberista. Città divenute luogo degli affari, della finanza, di un benessere che allontana e isola ogni espressione di marginalità. La loro suggestione risiede nella natura meticcia che si scelgono: laboratori teatrali e sport popolare, concerti e lotte per la casa, assemblee politiche e orti urbani, recupero scolastico e sostegno sanitario, accoglienza per persone indigenti, lotte per la difesa dei diritti della comunità LGBTQ.

Il conflitto istituzionale: tra riconoscimento e repressione. Negli ultimi vent’anni, molte di queste realtà sono state sgomberate. Altre hanno scelto la strada della legalizzazione, firmando convenzioni con i Comuni o accettando forme di comodato d’uso. Ma questo doppio binario percorso tra chi cerca un riconoscimento e chi rivendica l’autonomia radicale ha segnato una frattura interna alla realtà degli spazi autogestiti. Nel frattempo, governi di entrambi gli schieramenti hanno progressivamente adottato politiche urbane ostili alla presenza di spazi non conformi: telecamere, retate, ordinanze anti-degrado. L’obiettivo implicito è una “normalizzazione estetica” della città che cancelli il dissenso e nasconda l’emarginazione. Quello esplicito, ripristinare uno stato di legalità e sicurezza.

Impatto urbano e generazionale: cosa resta e cosa serve. Eppure, i centri sociali continuano a esercitare un’influenza preziosa sulle politiche urbane. Lo fanno anticipando pratiche di rigenerazione dal basso, come l’utilizzo creativo di immobili in disuso, che si concilia con le politiche di “consumo zero del suolo”, l’autogestione culturale, il “welfare informale”. Dove lo Stato e le amministrazioni sono assenti o inefficaci, i centri sociali intervengono: distribuiscono cibo, forniscono supporto legale a migranti e senzatetto, promuovono alfabetizzazione digitale, laboratori per minori, servizi di pronto soccorso gratuiti come quello ginecologico e dentistico.

Per molti giovani, poi, specie quelli delle periferie, sono spesso l’unico spazio dove poter esprimere la propria creatività e confrontarsi con modelli alternativi alla competizione, all’omologazione e al consumismo generale.

Un’esperienza significativa è stata quella dell’XM24 di Bologna, che per anni ha messo al centro l’agricoltura urbana, il mutualismo, la cultura transfemminista. A Roma, il Teatro Valle occupato ha promosso un’idea radicale di bene comune, quando ancora non era riconosciuto, coinvolgendo intellettuali, attori e giuristi. Esperienze analoghe si ritrovano in tutta Europa: nei “Centros Sociales Autogestionados” di Barcellona, negli “squat” di Berlino o negli “infoshops” di Londra.

Dalla marginalità al riconoscimento: proposte concrete per le giunte comunali. Ma se in passato queste realtà di autogestione beneficiavano di un supporto da parte di soggetti politici con idee progressiste e con la volontà di sperimentare soluzioni autonome di solidarietà urbana, da alcuni anni a questa parte i centri sociali cadono sotto il nostro sguardo solo quando ci imbattiamo in situazioni estreme. Bisogna quindi uscire dalla logica emergenziale, che vede i CSA solo come problemi di ordine pubblico e riconoscerli per quello che sono, beni comuni urbani, spazi generativi di cittadinanza attiva e innovazione sociale. Come “imprese sociali”.

Le giunte comunali – specialmente quelle che si dichiarano progressiste – possono aprire in questo senso un dialogo istituzionale costruttivo costante, senza che i CSA debbano subire un processo di istituzionalizzazione che ne snaturi la loro essenza. Un rapporto flessibile in base al quale i centri mantengano le proprie pratiche informali. In che modo?

Attraverso, per esempio, un censimento e una mappatura partecipata degli spazi autogestiti presenti sul territorio, con coinvolgimento diretto delle realtà attive e delle comunità locali. Si può procedere con il riconoscimento giuridico dei centri sociali come enti di utilità sociale non profit, sul modello dei “common goods” (patrimonio collettivo dell’umanità) già discussi in sede europea. C’è poi la formula dei Comodati d’uso gratuiti a lungo termine, con garanzie di autonomia gestionale, in cambio di apertura al quartiere e servizi alla cittadinanza. Si possono investire fondi per la ristrutturazione e la messa in sicurezza degli spazi autogestiti, senza subordinare il finanziamento alla depoliticizzazione delle attività. I patti di collaborazione come quelli formulati a Napoli col sindaco De Magistris. Si può procedere con la “tutela delle esperienze storiche”, come quella del Leoncavallo, che non possono essere disperse con ordinanze o sfratti e che andrebbero valorizzate come patrimonio culturale vivente.

Tutto questo per cosa? Per avere città più attente ai bisogni delle soggettività fragili e più sensibili ai cambiamenti sociali. Per produrre cultura e controcultura. Per attivare buone pratiche di autentica rigenerazione urbana.

Una sfida politica e culturale. In un presente in cui i giovani vengono spesso accusati di apatia, e la crisi ambientale, sociale e abitativa rende sempre più urgente ripensare la struttura delle città, i centri sociali propongono un’alternativa concreta. Non solo luoghi di protesta, o luoghi ristretti a pochi, ma spazi di proposta. E se da anni resistono agli sgomberi, è perché fanno fiorire un’idea di città più aperta, più equa, meno frustrata, più lontana dalle logiche mercantiliste. Accettare questa sfida – per le amministrazioni comunali – vuol dire attribuire alla legalità un senso più profondo, quello della giustizia sociale.

Negli ultimi decenni, infatti, la gentrificazione ha trasformato radicalmente il volto delle città italiane ed europee. Quartieri un tempo periferici, popolari o abbandonati sono diventati aree appetibili per investimenti immobiliari, turismo e consumo culturale. In questo processo, i centri sociali autogestiti hanno a volte ricoperto un ruolo inconsapevolmente ambiguo. Da un lato, sono stati protagonisti della rigenerazione urbana dal basso; dall’altro, si sono ritrovati “vittime”, e talvolta persino “innesco involontario” della stessa gentrificazione.

I centri sociali nascono in spazi marginali: capannoni industriali dismessi, ex scuole, magazzini, caserme abbandonate. Li trasformano in laboratori culturali, spazi di socialità, officine politiche. La loro presenza spesso restituisce vita a zone trascurate dalle amministrazioni e fuori dal perimetro della speculazione edilizia. Ma proprio questa vitalità recuperata può diventare un fattore di attrattività. È il paradosso urbano: la cultura che rigenera viene poi cancellata dal meccanismo che ha contribuito, suo malgrado, a innescare. Ed è così che quei centri sociali da protagonisti di una rinascita, diventano un ostacolo, finanche un nemico da cogliere di sorpresa all’alba, mentre la città ancora dorme.

A Berlino, per esempio, molti degli squat storici dell’Est, come Tacheles o Köpi, sono stati sgomberati o progressivamente svuotati dalla pressione del mercato immobiliare. La città, una volta “rifugio creativo a basso costo è diventata terreno fertile per investitori globali e speculazioni”.

In Italia, quartieri come l’Isola a Milano, dove il Leoncavallo aveva rilanciato un’idea di quartiere vivo e antagonista, sono stati oggetto di profonde trasformazioni urbane, culminate con la costruzione dei grattacieli di Porta Nuova e la marginalizzazione del centro stesso. Il Corto Circuito a Roma ha subito lo stesso destino: sgomberato nel 2021 in un’area ormai contesa tra rendita e riqualificazione.

Gentrificazione soft o sgombero violento. Possiamo individuare due dinamiche principali con cui i centri sociali vengono espulsi dalle aree in via di gentrificazione. La gentrificazione soft: quando i centri vengono inglobati nei “piani di rigenerazione” e spinti a depoliticizzarsi in cambio di riconoscimento istituzionale. Una forma di normalizzazione culturale, spesso promossa da amministrazioni “progressiste”. Oppure lo sgombero violento: quando il valore immobiliare dell’area impone lo svuotamento rapido. È il caso del XM24 a Bologna, sgomberato nel 2019 nonostante una lunga storia di attività mutualistiche e artistiche riconosciute a livello nazionale e oggi del Leoncavallo a Milano. Riguardo a quest’ultimo, ci teniamo a ricordare che è molto più di un centro sociale occupato: è un simbolo storico di cultura indipendente, antifascista, di autogestione e resistenza urbana.

“Il Leoncavallo ha rappresentato un centro sociale che è Stato avanguardia nella lotta antifascista, nella resistenza allo spaccio di eroina e nel sostegno alle fasce più fragili”. È “un bosco verticale della resistenza” La sua sopravvivenza, in un contesto di crescente pressione immobiliare e repressione politica, è una questione non solo milanese ma nazionale. (Giuliano Santoro il Manifesto)

“Il Leoncavallo è immaginare insieme futuri diversi, combattere la solitudine con la lotta, togliere spazio alla mercificazione, alla speculazione, alla gabbia del mercato” (Giovanni Paglia assessore AVS Emilia Romagna)

Nati da occupazioni illegali di spazi abbandonati, i centri sociali si sono evoluti in luoghi di aggregazione politica, culturale e sociale, spesso in contrasto con le istituzioni, ma anche in grado di sopperire a carenze amministrative nei territori. Tuttavia, la loro natura giuridicamente ambigua li espone costantemente al rischio di sgombero. Proviamo allora a vedere insieme quale normativa li tutela e quale li ostacola.

Dal punto di vista legale, le occupazioni sono considerate illecite, poiché violano il diritto di proprietà, sia pubblica che privata. Tuttavia, la situazione normativa è complessa e spesso soggetta a interpretazioni politiche.

Di seguito le Norme applicate nel contrasto alle occupazioni: Codice Penale, art. 633: punisce l’invasione di terreni o edifici altrui; Decreto Minniti- Orlando (DL 14/2017): introduce misure di “sicurezza urbana” che facilitano gli sgomberi; Decreto Sicurezza (DL 113/2018): rafforza l’azione repressiva verso le occupazioni, considerandole potenziali minacce alla sicurezza pubblica. A questi dobbiamo aggiungere il DL sicurezza 80/2025.

Eppure esistono strumenti giuridici e istituzionali che, se applicati o adattati, possono offrire forme di legittimazione, tutela o trasformazione degli spazi sociali occupati in beni comuni o beni ad uso collettivo, senza dover rinunciare alla propria indipendenza intellettuale. Stiamo parlando di usi Civici e usi Collettivi Urbani. Si tratta di una forma giuridica riconosciuta (soprattutto in ambito rurale) che consente alle comunità di gestire collettivamente beni, anche pubblici, sulla base dell’uso condiviso e continuato.

Come si può applicare ai centri sociali? In alcune città italiane, gli spazi occupati sono stati riconosciuti come “beni comuni urbani” grazie a regolamenti locali ispirati al principio dell’uso civico. A Napoli, ad esempio, il centro Ex Asilo Filangieri è stato riconosciuto come bene comune ad uso civico e collettivo, gestito in autonomia dagli stessi soggetti che lo animavano. A Roma, l’ex Cinema Palazzo aveva avviato un percorso simile prima di essere sgomberato. L’allargamento a un collettivo più ampio in quanto bene comune della città avrebbe consentito ad Askatasuna di continuare la sua attività a Torino (Alice Ravinale, consigliera regionale AVS).

Diverse Regioni italiane hanno approvato norme sul riuso temporaneo. In Emilia-Romagna, per esempio, la legge regionale 24/2017 sul governo del territorio permette ai comuni di autorizzare usi temporanei anche in deroga agli strumenti urbanistici, se a fini culturali o sociali.

Gli strumenti giuridici e amministrativi per valorizzare gli spazi occupati, anziché solo reprimere o sgomberare, esistono. Tuttavia, il loro utilizzo e la loro applicazione dipendono dalla volontà politica e dalla capacità dei soggetti attivi nei centri di dialogare con le istituzioni, senza snaturarsi.

Certo il rischio di dover rinunciare alla spontaneità è elevato per un centro sociale autonomo e tante soluzioni dipendono da chi governa il territorio.

Se i centri sociali autonomi stanno diventando una realtà marginale e contrastata per motivi di legalità, è responsabilità anche di quella parte politica che in passato li sosteneva e che ha poi preferito inseguire, sul piano della sicurezza, le modalità tipiche della politica di destra. Quello della sicurezza è un tema che riguarda tutti, ma se per la destra la questione sicurezza si riduce alla restrizione, alla definizione di nuovi reati, alla punizione, per la sinistra la questione deve essere affrontata all’insegna della partecipazione, con la condivisione, accompagnata da un contrasto alle disuguaglianze culturali, economiche e sociali che generano disagio, rabbia e violenza. Non si tratta solo di contrastare l’autoritarismo di un governo centrale, seppure di destra, ma anche le condizioni materiali di vita (Ilaria Salis eurodeputata AVS).

Così i centri sociali autogestiti non si limitano a sopravvivere ma a promuovere. Così si aprono alla città e si mettono a disposizione della comunità, là dove il lavoro è precario, il costo della vita è elevato, la cultura è diventata un privilegio.

Dobbiamo chiederci se per le nostre città preferiamo inerzia e repressione o partecipazione e condivisione.

Si tratta di immaginare una città futura alternativa.

Riferimenti bibliografici

Pecorelli, Studi sull’autogestione e i centri sociali(2015) L’Espresso, 31 ottobre 2024

IlManifesto,28/03/2025;22/08/2025; 23/08/2025;

Paola Urbinati è docente e responsabile scuola della segreteria Sinistra Italiana Emilia Romagna

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