Amici come prima

di Sabato Angieri /
18 Agosto 2025 /

Condividi su

Se c’è una foto che resterà nella storia dell’incontro in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump è quella del volto sorridente del presidente russo seduto nella limousine americana, accanto all’omologo Usa. Soli, senza guardie del corpo, i due capi di stato hanno affrontato il viaggio di circa 10 minuti verso la base di Elmendorf-Richardson, poco fuori dal centro di Anchorage, senza interpreti. La Aurus russa, pronta per partire, è rimasta vuota. L’etichetta di questi summit ci dice che si tratta di una dimostrazione di fiducia enorme e decisamente inusuale.

D’altronde Donald Trump aveva dato ordine di srotolare tappeti rossi sulla pista di atterraggio – l’immagine dei soldati Usa inginocchiati sotto la scaletta dell’aereo presidenziale russo ha destato indignazione e violento sarcasmo sui media ucraini – e l’accoglienza, seppure spartana, è stata calorosa. Quando le telecamere delle emittenti a stelle e strisce si sono soffermate sul tycoon appena sceso dall’aereo abbiamo visto un accenno di saluto militare, il solito sorriso sardonico e un applauso. Proprio così, Trump ha battuto le mani alla vista di Putin. Il quale già sorrideva, camminava a passo più svelto del solito e a pochi metri dall’omologo ha lanciato in avanti una stretta di mano calorosa. Il contegno di Trump è stato a quel punto più posato, ha mantenuto la posizione, attirando a sé l’altro. E poi si sono incamminati insieme verso il palchetto con la scritta «Alaska2025!» in bella mostra. Nel breve momento con la stampa prima dell’incontro tra i presidenti si sono presentate le delegazioni, una giornalista ha chiesto a Putin se «smetterà di uccidere civili ucraini», ma lui ha fatto mostra di non capire, ribattendo poi qualcosa con le mani a megafono. Sempre sorridente. Alle 23 italiane circa è iniziato il colloquio, che inizialmente doveva essere privato, ma poi si è deciso che avrebbero partecipato anche due funzionari per parte oltre agli interpreti. Per la parte russa il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e il consigliere presidenziale (ed ex- ambasciatore negli Usa) Yuri Ushakov. Per gli Usa il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. Lo stesso che la settimana scorsa aveva riportato da Mosca la volontà di Putin di incontrare Trump.

Due ore e quarantacinque dopo le delegazioni sono uscite e i presidenti hanno pronunciato i loro discorsi conclusivi di fronte alla stampa. Segno ulteriore che l’incontro è andato bene perché Trump aveva sottolineato che non ci sarebbe stata alcuna conferenza stampa se avesse sospettato che la controparte bluffasse. Invece entrambi hanno parlato di «colloquio molto produttivo», di «progressi significativi per la cessare la guerra in Ucraina», di rilancio delle relazioni bilaterali (soprattutto dal punto di vista commerciale) e di una «grande chance di arrivare a un accordo». Otto minuti e mezzo letti dai fogli per Putin, quattro a braccio per Trump. Il quale ha chiamato più volte l’omologo «Vladimir», come fosse un vecchio conoscente. A confronto con la veemenza del leader russo, Trump è apparso stanco, sottotono. Una rapida menzione allo scandalo delle influenze russe sui social media statunitensi durante le elezioni del 2016 e poi molti aggettivi ma poca foga. Non è il Trump al quale siamo abituati e, soprattutto, non quello che ci aspettavamo in quest’occasione.  Il tycoon ha dichiarato che restano «davvero pochissimi» punti da discutere rispetto all’Ucraina. «Alcuni non sono così significativi. Uno è probabilmente il più importante, ma abbiamo buone possibilità di arrivarci; non ci siamo arrivati, ma abbiamo buone possibilità di farlo. Ci siamo quasi». Molto probabilmente si tratta della questione dei territori ucraini occupati dai russi che Mosca vuole tenersi. «Con Putin ho da sempre ottimi rapporti e oggi abbiamo fatto grandi progressi. Ma non c’è accordo finché che non c’è accordo, chiamerò la Nato e Zelensky e gli dirò dell’incontro di oggi».

Il discorso di Putin è partito, come sempre, dalla storia e dalla geografia. L’importanza dell’Alaska come punto di passaggio e di unione tra la storia russa e quella Usa. Le chiese ortodosse presenti nello stato, i 700 cognomi di origine russa, la Seconda guerra mondiale e i rifornimenti per il fronte est che passavano dallo stretto di Bering. Tra i vari ringraziamenti alla controparte, Putin si è detto d’accordo sulla necessità di «garantire sicurezza all’Ucraina», che comunque è uno «stato di fratelli» per i russi. «Questa situazione fa soffrire molto anche noi e abbiamo tutto l’interesse di finirla il prima possibile». Tra una sviolinata e l’altra all’ego di Trump, il capo del Cremlino non ha mancato di sottolineare gli «importanti e sinceri» sforzi per la pace dell’attuale amministrazione di Washington e ha lanciato un monito contro l’Ue che «non deve essere un ostacolo».

Ma il punto significativo è stato il post-scriptum. «Lasciatemi aggiungere una cosa – ha concluso Putin – nel 2022 ho chiamato l’allora presidente Usa per spiegargli qual era la situazione e che bisognava fare qualcosa […] sono sicuro che se Donald Trump fosse stato presidente, questa guerra non sarebbe mai scoppiata». La mossa perfetta: prendere la retorica che il tycoon usa costantemente e confermarla, renderla verace con una testimonianza diretta. La Casa bianca non può che aver apprezzato.

Alla fine si capisce che non c’è ancora nulla di deciso, che i due presidenti hanno concordato solo di rivedersi. «La prossima volta a Mosca», dice inaspettatamente Putin in inglese. «Questa è interessante – ha risposto Trump spiazzato – Mi prenderei un po’ di critiche. Ma potrebbe anche succedere». Niente domande della stampa, solo una breve posa per i fotografi. Putin sempre più sorridente, Trump desideroso di scendere dal palco e, forse, di andare a riposare un po’ dopo quello che è sembrato uno sforzo al quale non era preparato. L’incontro tra le delegazioni al completo – che doveva far durare il vertice «sei o sette ore» come aveva dichiarato Trump nei giorni scorsi – non si è tenuto, o forse c’è stata una rapida consultazione. Ma alle 2.30 italiane circa, i due aerei presidenziali hanno lasciato l’Alaska.

Il capo di stato Usa si è poi precipitato a rilasciare un’intervista a Fox news nella quale «consiglia» all’Ucraina di accettare la proposta uscita dal vertice, perché «la Russia è più grande e più forte». Un messaggio preliminare per Zelensky, ribadito al giornalista statunitense Sean Hannity più chiaramente con la frase: «ora tocca in gran parte a loro». Prima della fine di questa giornata campale Trump ha effettivamente chiamato gli alleati della Nato, dell’Ue e Volodymyr Zelensky. Un colloquio durato circa un’ora e mezza che non ha entusiasmato gli europei. A parte il durissimo editoriale del Kyiv Independent, alle 9.30 di questa mattina il governo ucraino non ha ancora rilasciato commenti ufficiali. Zelensky dovrebbe essere a Washington lunedì per discutere con Trump di quanto emerso ieri e provare a «risolvere» quel «grande problema» che per il tycoon ora è l’ostacolo principale alla tregua.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 16 agosto 2025

Articoli correlati