A.D. 2025, si prospettano falcate all’indietro sul piano culturale, ritorni al passato feudale, sovranità monarchiche e di successioni familiaristiche, attacco al senso della civiltà. Al rispetto della vita. La porta è già aperta verso il passo indietro, l’epoca moderna è differente solo per questo dal resto della storia dell’essere umano (fermo restando che la storia si è sviluppata verso il senso civico e di civiltà, il passo indietro va verso altri orizzonti). Se è questa la strada che il sistema economico ha bisogno di intraprendere per continuare a svilupparsi e resistere, è chiaro che dobbiamo individuare un’alternativa che c’è, ci deve essere; che tenga in piedi la civiltà (il senso reale della stessa) e che ristabilisca le priorità vere, non quelle costruite ad arte per alimentare il sistema economico, la sfida, la competizione tra gli esseri, lo sviluppo del sistema (non della società).
A questo punto verrebbe da pensare che ci sia bisogno di una ridefinizione di ciò che sia la società, laddove la terminologia pare si sia eccessivamente sovrapposta ad un costrutto post-moderno se vogliamo; a qualcosa che non sta nell’alveo dell’essere ma sta al di fuori, dentro a logiche costruite dai vincitori – coloro che hanno assunto e ridefinito gli obiettivi di una società esclusivamente economica, sotto qualsiasi punto di vista.
La cifra di questo “sviluppo” – è fin troppo chiaro checché se ne dica – è il baratro del cambiamento climatico, della nuova economia di guerra, dell’impossibilità (o incapacità) di ragionare e delineare un “esterno”, un elemento che stia fuori dalle logiche imposte e ormai assunte inconsciamente, troppo nel profondo a volte, che a troppi restituiscono il buio oltre il sistema.
Ma se il baratro è qui, visibile, attraversato e popolato da tutte e tutti, allora perché non stiamo spingendo come matti verso un altro universo? Abbiamo forse paura di indicare e sviluppare quell’obiettivo minimo che dovremmo assumere? Se l’ecosocialismo può essere l’unica alternativa allo sprofondamento totale, abbiamo forse timore di indicare la strada? Abbiamo forse timore di utilizzare parole, terminologie che negli ultimi decenni sono state “stravolte” dal loro reale significato, dai loro reali obiettivi? Siamo stati forse poco in grado di fare valere certe ragioni? Probabile, anzi, sicuro; ma la realtà ci dovrebbe imporre una ripartenza. Le città che viviamo, che collassano e ci soffocano, vogliamo provare a cambiarle? Gli obiettivi della nostra società, della nostra comunità, locale e globale, riusciamo a rivederli? In un presente prossimo ossessionato e distruttivo, per quale motivo stiamo ancora cincischiando poggiati su fondamenta che hanno crashato già da tempo?
Abbiamo il dovere, quasi l’obbligo, di rivedere e ridefinire tutto, non per il sistema produttivo ma per noi, e non è una differenza da poco.
Fortunato Stramandinoli è Segretario Regionale di Sinistra Italiana Emilia-Romagna