Questo articolo è stato la base per un intervento a più voci realizzato il 20 giugno 2025 nell’ambito dei Giochi antirazzisti 2025, che si sono svolti a Bologna dal 20 al 22 giugno presso il centro sportivo Bonori. L’iniziativa è stata replicata dal 10 al 13 luglio a Riace, paese calabrese diventato il simbolo dell’accoglienza. Questi giochi sono una manifestazione annuale che unisce sport popolare e impegno contro il razzismo e le discriminazioni, incluse quelle di genere. Il contributo che segue è stato realizzato da Gioia Virgilio e Rita Scalambra (Associazione “Giochi antirazzisti”), Federico Sibillano (Associazione “Avvocato di Strada”).
Abbiamo scelto il caso delle “farfalle di ginnastica ritmica”, che riguarda l’Accademia internazionale di Desio, scoppiato nel 2022 e che si trascina ancora oggi con un processo in atto.
Perché? è emblematico della cultura dell’eccesso di prestazioni sportive verso bambine per raggiungere risultati, senza considerare i loro disagi, fino a produrre danni alla salute delle giovani atlete; interroga sul confine e il limite tra rigore della disciplina sportiva ed abuso nei confronti delle atlete; fa capire la complessità del fenomeno della violenza nello sport e delle contraddizioni nell’affrontarlo.
Esperienze di Rita Scalambra sulla ginnastica
“Sono stata allenatrice di ginnastica ritmica per 30 anni. La ritmica, a differenza dell’artistica, utilizza i piccoli attrezzi (clavette, cerchi, nastri, palla, fune) e richiede un allenamento che lavora sull’allungamento muscolare. L’artistica invece utilizza i grandi attrezzi (parallele asimmetriche, trave, cavallo, corpo libero) e lavora sul potenziamento del corpo.
Sono stata selezionata all’ISEF per diventare tecnica nazionale a Tirrenia, ma per fortuna ho rinunciato.
Ho proposto una formazione di base per le giovani allenatrici che potesse rilevare la parte tecnico-educativa delle discipline delle ginnastiche.
Nel 2003 ho avviato, per conto di un Ente di promozione sportiva, un percorso formativo di tecnico- educatore con l’ambizione di fornire pillole formative alle neo-insegnanti. Questo ha permesso nel giro di 3-4 anni di formare 10. 000 persone in tutta Italia.
Quando poi incontravo queste neo-allenatrici in campo gara e chiedevo loro come avessero applicato le competenze acquisite, mi rispondevano che le allenatrici più vecchie dicevano: ‘Sì, bello bello, però continuiamo il lavoro tradizionale!’.
Questo rivela che il sistema è difficilissimo da scardinare.
Ho fatto allenamenti con squadre dell’Est, dove le allenatrici mortificavano le giovani ginnaste tanto che dopo gli esercizi e il commento dell’allenatrice andavano via a testa bassa piangendo. Le stesse ginnaste nel nostro stesso albergo alla sera mangiavano una foglia di insalata.
In Italia le ginnaste del Team Italia provano tutti i giorni in maniera continuativa i loro esercizi per raggiungere la massima performance.
Un giorno ad una ginnasta cadde una clavetta sul dente spezzandolo, quindi la ginnasta chiese all’allenatrice di andare a casa per rimetterlo a posto, ma questa le intimò: ‘Se vai a casa non torni più’. La ginnasta andò a casa e non rientrò più nel Team Italia.
Sono safeguarding di una società sportiva con il compito di prevenire e contrastare gli abusi. Questa figura è stata recentemente normata (anche se è sempre esistita), ma ad oggi non esistono sanzioni specifiche nel caso in cui una persona non svolga questo suo ruolo”.
Descrizione sintetica del caso
Nel novembre 2022 due ex ginnaste della squadra nazionale delle “Farfalle”, che ancora minorenni frequentavano l’Accademia internazionale di ginnastica ritmica a Desio, denunciano abusi, insulti e umiliazioni subite, legati all’eccessivo controllo del peso, fino ad arrecare danni seri alla loro psiche (disturbi alimentari), nei confronti della direttrice tecnica e della sua assistente.
Depongono quindi le loro testimonianze a Roma davanti al procuratore federale e si avvia d’ufficio un’indagine conoscitiva da parte della procura federale, che in passato non aveva mai usato la mano pesante di fronte a molti ex atleti che avevano denunciato maltrattamenti. Contemporaneamente, parte l’indagine della procura ordinaria di Brescia, a seguito di un esposto arrivato da due mamme per abusi fisici e psicologici subite dalle rispettive figlie per mano di un’allenatrice.
Alle denunce delle due ex azzurre seguiranno centinaia di altre testimonianze in tutta Italia, a dimostrare che il marcio del sistema coinvolge non solo l’agonistica della Nazionale ma anche le categorie inferiori.
Il presidente della Federginnastica commissaria l’Accademia di Desio e viene revocata la direzione tecnica.
Nel 2023, alla fine del processo sportivo, l’assistente sarà assolta e l’allenatrice tecnica verrà solo ammonita senza ricevere un provvedimento più severo, perché secondo i giudici avrebbe peccato di “eccessivo affetto” nei confronti delle ginnaste per stimolarle a un maggiore impegno e spingerle a risultati migliori.
Conseguenze:
La ex Farfalla dopo tre anni di sofferenze decise di abbandonare per sempre la Nazionale e la sua compagna e giovane promessa, entrata nella squadra nel 2019, nel 2021 ha trovato la forza di andare via.
“Per le allenatrici ero solo una pedina. Non mi hanno mai chiesto come stessi”. Nina veniva pesata quotidianamente “in mutande davanti a tutti, sempre dalla stessa allenatrice”. Che poi segnava i numeri su un quadernino e dava il giudizio: “Cercavo di mettermi ultima in fila, non volevo essere presa in giro davanti alla squadra. L’allenatrice mi ripeteva ogni giorno: ‘Vergognati’, ‘mangia di meno’, ‘come fai a vederti allo specchio? Ma davvero riesci a guardarti?’. Una sofferenza”.
Il controllo del peso arrivava dopo la colazione: “Infatti per due anni non l’ho mai fatta. Ogni tanto mangiavo solo un biscotto, ovviamente di nascosto, mentre ci cambiavamo per l’allenamento”. E ancora: “Mi pesavo 15 volte al giorno. Il lassativo mi disidratava e, non mangiando, non avevo più forze. Mi ammalavo, avevo poco ferro nel mio corpo. Una volta sono svenuta a colazione, ma le allenatrici mi hanno fatto andare lo stesso in palestra, pensavano fosse una scusa”. E non sapeva quale fosse lo standard a cui adeguarsi: “Non ce l’hanno mai detto. Io pesavo sui 55 chili (per 175 cm di altezza ndr), ma l’allenatrice aveva sempre da ridire. Il cibo era diventato un incubo, pensavo alle conseguenze del mangiare determinati alimenti. Avevo imparato che di notte perdevo 3 etti e che un bicchiere d’acqua ne pesava 2”. Le istruttrici erano tre, più la maestra di danza. “Ma soltanto una era quella che si esprimeva con commenti negativi, era sempre la stessa, le altre si limitavano a leggere i dati sul quaderno. Non so se la Federazione sia a conoscenza di questo metodo: magari dei controlli sì, ma del trattamento e delle umiliazioni no”.
Entrambe le ex atlete hanno deciso di denunciare “per aiutare il mondo della ritmica e tutte le bambine più piccole che ora sono al nostro posto”.
Colpiscono, in particolare, le successive denunce tardive di campionesse olimpiche di ginnastica artistica, come Vanessa Ferrari, nel 2022, e Carlotta Ferlito nel 2024.
La Ferrari, vincitrice della medaglia d’argento a Tokyo nel 2020, all’alba dei 32 anni, di cui 25 passati nel mondo della ginnastica, rivela di non essere affatto sorpresa delle notizie sulle denunce e dichiara: “Come tanti altri ho vissuto sulla mia pelle i problemi alimentari e all’età di 19 anni mi mandarono in una clinica a Verona e grazie al supporto di esperti e dopo un paio di anni di percorso sono riuscita a guarire”. “Ho avuto modo di confrontarmi anche con il pensiero di altri ginnasti ed ex ginnasti e spero che finalmente si possa intervenire definitivamente affinché la ginnastica, lo sport che amiamo, senza distinzione di sezioni o di livello sia pulito. Crediamo a quello che è stato denunciato e siamo vicini a tutti voi, lo sport è fatto di sacrifici e di rinunce ma prima di tutto, prima di qualsiasi risultato, vengono le persone e la loro salute. Quindi faccio appello all’umanità delle persone perché penso che debba esserci un confine netto tra severità in ottica di disciplina e cattiveria”.
Carlotta Ferlito nel 2024 racconta in tv, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo su Canale 5, degli abusi nel mondo della ginnastica: “Non denunciai all’epoca perché c’era molta omertà”. L’ex ginnasta azzurra che ha partecipato a due Olimpiadi è tornata a parlare delle violenze fisiche e psicologiche subìte durante i suoi anni da atleta. Ha svelato i retroscena amari di una carriera scintillante (aveva conquistato un argento nella specialità della trave e un bronzo di squadra europeo). Per ribadire un concetto: “Questo sport non può e non deve essere più fatto di violenze psicologiche e fisiche”. Come quelle sperimentate da lei stessa in passato, ad esempio: “Mi ricordo una volta che è volata una sberla, durante un allenamento. Per fortuna i miei genitori mi sono sempre stati vicini e li ringrazio”.
In un suo monologo, mandato in onda durante la trasmissione Le Iene, su Italia 1, aveva dichiarato: “Nessuna ragazzina dovrebbe essere presa a sberle, umiliata se chiede di andare in bagno, costretta a fare esercizi dove rischia l’osso del collo solo per punizione, o essere chiamata “maiale” per aver osato mangiare un biscotto in più”. “Noi siamo piccolissime quando iniziamo l’agonistica. Alla mia prima olimpiade avevo 17 anni. Quando sei così piccolo non hai ancora la consapevolezza, o il carattere, per reagire”.
E se episodi di questo tipo sono capitati a tutti, Ferlito ha aggiunto che nei suoi confronti aveva percepito un particolare accanimento dopo che ha iniziato ad avere attriti con un allenatore. Ne sono derivati abusi fisici ma soprattutto psicologici, come alcune frasi che le sarebbero state ripetute: “Non vali niente”. O: “Questa gara non la fai perché quell’altra persona è meglio di te”. Allora, tuttavia, non denunciò per la “paura di essere esclusa”.
Nel dicembre 2023 dopo tante polemiche arriva la rivincita della direttrice tecnica che torna alla guida tecnica di Desio e porta le Farfalle alla qualificazione alle Olimpiadi di Parigi.
In agosto 2024 il procedimento penale avviato presso la Procura di Monza è stato aggiornato, con la presentazione di una richiesta di archiviazione. Secondo i legali delle ginnaste, il procedimento penale presenta però elementi di novità tali da riaprire il caso sul piano sportivo.
Ha commentato la prima atleta: “La giustizia ci è stata rubata fin dall’inizio. Parliamo di un sistema che ha ignorato centinaia di voci, dandoci delle imbroglione, quando bastava semplicemente prestare attenzione, fare un po’ di silenzio, e ascoltare”. La seconda atleta invece ha voluto sottolineare come la denuncia non derivi da“invidia o ricerca di visibilità”. Anzi, ha affermato, “è nostra responsabilità e responsabilità di tutti far sì che questo non accada più e che lo sport torni ad essere motivo solo di gioia e adrenalina”.
Nel marzo 2025 la magistrata di Monza ha respinto la richiesta di archiviazione dei Pm e ha mandato a processo la direttrice tecnica. Ha ordinato alla procura di disporre l’imputazione coatta, a carico della stessa ct della Nazionale, per il reato di “abitualità” di maltrattamenti, sul quale ha chiesto ai Pm anche di valutare l’esistenza dell’aggravante delle lesioni, derivanti da disturbi psico-somatici e alimentari.
In un documento di 30 pagine ha scritto:
“Urla incontrollate, pretese di controllo assoluto sulla vita delle atlete” e quel rituale umiliante della “pesatura”, corredata di insulti e svolto alla presenza di tutte le atlete.
Ha riconosciuto, inoltre, una serie di “condotte omissive”, come la mancanza di uno specialista che offrisse supporto psicologico e di un nutrizionista, figura introdotta solo dopo le prime denunce, ma non indipendente (era il figlio del compagno della direttrice tecnica, che non aveva ancora terminato il percorso di studi per la qualifica).
Da questo processo penale, inoltre, sono emerse alcune intercettazioni riferibili al primo procedimento sportivo aperto dalla Procura Federale (e conclusosi con l’ammonizione della allenatrice) in cui l’ex presidente della Federginnastica, Gherardo Tecchi, ed il Procuratore Federale Fgi, Michele Rossetti, cercavano di informarsi sull’andamento del caso per “controllarlo”.
In seguito alla nomina del nuovo Presidente Federale e la diffusione di queste intercettazioni, il Procuratore Rossetti è stato rimosso dal proprio incarico ed è stato aperto un nuovo procedimento sportivo che si è concluso proprio pochissimi giorni fa, il 16 giugno scorso, con il patteggiamento della ex allenatrice Maccarani a 3 mesi di squalifica per “comportamento antisportivo”, e 15 giorni di sospensione anche per l’ex presidente Gherardo Tecchi per aver “più volte parlato” con l’allora procuratore federale informandosi sull’andamento delle audizioni.
Riflessioni su queste vicende
In certi sport vengono inseguiti canoni di magrezza ritenuti necessari per primeggiare nelle prestazioni, ma se questi standard fisici sono enfatizzati e ottenuti in modo sbagliato, dando più importanza all’esito agonistico che all’aspetto educativo, si mette a rischio la salute psico-fisica delle atlete.
Qual è il confine tra rigore della disciplina ed abuso?
Nell’indagine Unesco e Un Women 2023, Manuale per policy makers e praticanti sportivi, per contrastare la violenza contro le donne e le ragazze nello sport, fra i vari dati, si afferma che:
il 32% delle atlete intervistate è stata punita con allenamenti o esercizi eccessivi, contro il 26% dei maschi.
Quindi, questa forma di violenza psicologica e fisica viene considerata “normale”, prevedibile e giustificabile, pur di ottenere dei risultati.
Ancora, nel Rapporto del 2024 alla Assemblea generale delle Nazioni Unite, sulla violenza contro le donne e le ragazze, sulle relative cause e conseguenze, è dedicato un paragrafo specifico al controllo coercitivo sulle atlete. Si afferma che nello sport il controllo coercitivo è utilizzato per ridurre le comunicazioni, rafforzare l’isolamento sociale, imporre eccessivi allenamenti e lavoro fisico senza compensazione/risarcimento e controllo severo della dieta, limitando seriamente in tal modo l’indipendenza nel comportamento delle atlete.
Questo accade anche perché in alcuni sport, come quello dell’atletica, si arriva a gareggiare nelle grandi competizioni anche a 15 anni con buone possibilità di vittoria. Si innesca pertanto negli allenatori quello strano meccanismo per cui bisogna sfruttare il corpo ancora non sviluppato degli atleti per adattarlo alle proprie esigenze ma soprattutto, dal punto di vista dell’allenatore, dover gestire atlete così giovani è senza dubbio un vantaggio: un’atleta giovane è più obbediente rispetto a una più matura. Può non essere felice durante gli allenamenti, ma li svolge.
Casi simili a quello descritto verificati in tante altre discipline e tante altre nazioni
In Olanda, per esempio, dei giornalisti hanno raccolto in una serie di articoli le testimonianze di una decina di atlete della nazionale di ginnastica olandese. Tutte avevano iniziato ad allenarsi attorno ai sette anni, oggi hanno un’età compresa tra i 18 e i 41 anni e tutte condividono una storia fatta di orrori, umiliazioni e abusi finalizzati a un unico obiettivo: vincere.
A finire sul banco degli imputati è Gerrit Beltman, uno dei migliori allenatori del Paese, che al “Noordhollands Dagblad” ha confessato: “Il comportamento che ho avuto è stato assolutamente ingiustificabile. Io volevo assolutamente vincere, a ogni costo. E sono stato molto duro. Ora mi vergogno profondamente”. Beltman ha dichiarato inoltre di non aver mai avuto consapevolmente l’intenzione di “colpire, rimproverare, di fare male o sminuire. Ma è successo. Ho pensato che fosse l’unico modo per coltivare una mentalità sportiva di alto livello. Mi rimprovero di aver fallito”.
In America, invece, sotto accusa nel mese di marzo 2025 è finita nuovamente la Federazione di Ginnastica (già colpita nel 2022 dallo scandalo del preparatore atletico Nassar condannato a 60 anni di prigione per accuse di pornografia minorile perpetrata nei confronti di alcune atlete).
Ad essere sotto accusa adesso è Maggie Haney, tecnica della Nazionale americana, in particolare di Laurie Hernandez e Riley McCusker, rispettivamente medaglie d’oro nella squadra alle Olimpiadi di Rio 2016 e ai Mondiali 2018.
Attraverso la Southern California News Group, la USA Gymnastics è entrata in possesso di alcune e-mail che testimoniano episodi di violenza verbale e psicologica nei confronti delle ragazze seguite dalla Haney, che avrebbe molestato, bullizzato e minacciato le giovani ginnaste e le avrebbe costrette a gareggiare nonostante gli infortuni, facendole rimuovere fasciature e tutori.
Solo due settimane prima, inoltre, un’altra tecnica della Nazionale, Anna Li, si era dimessa dopo che alcune ginnaste e i loro familiari hanno dichiarato di essere state vittime di violenza verbale, psicologica e emotiva della stessa e di sua madre Jiani Wu, anch’essa allenatrice.
L’ultimo caso riguarda la coach russa Anna Levandi, 58 anni, che allena nel pattinaggio in Estonia. Nei giorni scorsi, il sito della tv estone Err ha pubblicato un lunghissimo reportage contenente i dettagli delle denunce presentate all’Eadse (l’organo estone per l’antidoping e l’etica nello sport) da numerose atlete e dai loro genitori nei confronti dell’allenatrice.
Nel documento che accusa Levandi gli atleti sono identificati con le lettere dell’alfabeto. In particolare, la madre dell’Atleta A racconta come Levandi, prima di una gara, avesse definito la figlia «un maiale», e in seguito, quando la donna aveva ritirato la giovane dai suoi allenamenti, l’aveva minacciata che avrebbe fatto in modo di non farla più gareggiare. Un altro genitore, madre dell’Atleta B, racconta come la coach mortificasse i bambini, anche di quattro anni, davanti ai compagni, chiamandoli “ritardati mentali”, “grassi” e “gambe storte”, e facendoli piangere. Molte denunce citano testimonianze oculari sulle vicende della ventunenne Eva-Lotta Kiibus, due volte campionessa nazionale estone, allieva di Levandi per 12 anni, fatta allenare così duramente in vista delle Olimpiadi di Pechino da obbligarla a un intervento chirurgico di ricostruzione dei nervi. Levandi, che le intimava di non andare dal medico per non farsi «riempire la testa di sciocchezze», in un’occasione, raccontano più genitori, le lanciò i pattini addosso, mancandole il viso per poco, e le sputò. In seguito, Kiibus aveva cambiato allenatore.
Che fare per prevenire e contrastare questi tipi di violenza nello sport?
Far emergere i casi: è il primo passo per richiedere nuove politiche sportive e per non riprodurre la cultura che normalizza (e giustifica e scusa) le varie forme di violenza;
Aiutare le atlete e gli atleti a riconoscere le tipologie di violenza: individuare subito i segnali di malessere e disagio indicatori di una violenza subita;
Formare i tecnici, i dirigenti sportivi, i genitori: le persone che operano nelle società sportive siano formate anche su tematiche che vanno oltre il gesto tecnico e la competenza specifica della disciplina che insegnano, come l’utilizzo di un linguaggio corretto e l’abbattimento di stereotipi;
Aiutare le vittime: devono essere accolte, ascoltate e supportate. Reazioni inappropriate (non credere, minimizzare, far finta di nulla, rimproverare, ecc.) non solo aggravano le conseguenze della violenza ma rendono ancora più difficile e improbabile la sua emersione.
È comunque da rilevare che qualcosa nel mondo dello sport si sta muovendo.
Infatti, la riforma dello sport ha introdotto un nuovo adempimento a carico delle società sportive. L’articolo 16 del Decreto Legislativo 39/2021 richiede la predisposizione dei modelli organizzativi e di controllo dell’attività sportiva e dei codici di condotta a tutela dei minori e per la prevenzione delle molestie, della violenza di genere e di ogni altra condizione di discriminazione prevista dal Decreto Legislativo 11 aprile 2006, n. 198 o per ragioni di etnia, religione, convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale. Inoltre, tutte le Associazioni e Società Sportive devono nominare entro il 31 dicembre 2024, ex art. 33 D.lgs. 36/2021 e delibera n.159/89, un responsabile contro abusi, violenze e discriminazioni nei confronti dei minori (c.d. Responsabile Safeguarding), mentre entro il 31 agosto 2024, dovranno predisporre un modello organizzativo dell’attività sportiva e codici di condotta.
Grazie a questa nuova procedura ci sono già stati dei primi procedimenti sportivi e non, che hanno avuto ad oggetto violenze fisiche e psichiche nei confronti di ragazzi e ragazze.
Tuttavia, è da rilevare come questa non possa essere la soluzione al problema. Si tratta, infatti, di una serie di disposizioni normative volte a prevenire episodi di violenza tramite l’adozione di codici di condotta, la nomina di figure deputate al controllo sul rispetto di tali codici (il c.d. Safeguarding Officer) e altre azioni simili.
Partendo dal presupposto che il controllo preventivo resta interno alla società e che la figura del Safeguarding Officer viene nominata direttamente dalla stessa società, sorgono spontanei i dubbi proprio sull’effettiva applicazione di tale controllo, soprattutto negli sport e nelle categorie c.d. “minori”, dove si rischia di sminuire determinate fattispecie o di insabbiarle per evitare di esporre la società a procedimenti che possono rivelarsi scomodi sotto un profilo economico e di immagine. Della serie: va bene tutto, ma chi controlla il controllore?
La domanda finale: Siamo sicuri che lo sport di alta prestazione necessiti di una frustrazione psicologica per raggiungere alti livelli o ci sono altri strumenti e metodi educativi?