Scoprire Milano attraverso i suoi fantasmi

di Francesca Bellini /
1 Agosto 2025 /

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La sociologa Valeria Verdolini e gli antropologi Paolo Grassi e Giacomo Pozzi hanno appena curato un ritratto urbano corale in cui le persone e le loro relazioni con la città sono messe al centro, per raccontare il punto di vista dei singoli attori sociali e mostrare come le traiettorie di vita private si intersechino a fattori politici e storici più grandi. Tra finanziarizzazione, rigenerazione, marketing e turistificazione

Dopo uno sfratto o un esproprio la casa che viene lasciata non resta mai del tutto vuota: tra l’arredo e le mura di casa rimane sempre qualche traccia di chi ha vissuto precedentemente in quello spazio. Allo stesso modo nelle novità di un quartiere rigenerato è facile ritrovare alcuni elementi che ricordano il suo passato architettonico e le storie di chi ha abitato lì. Per la sociologa e docente dell’Università degli Studi di Milano Valeria Verdolini e gli antropologi e professori Paolo Grassi della Bicocca e Giacomo Pozzi della IULM, questi indizi di passato sono memorie di quelli che ora sono dei “fantasmi”. È infatti attraverso questa metafora che gli autori raccontano nel loro libro “Milano fantasma. Etnografie di una città e delle sue infestazioni”, pubblicato da Ombre corte a giugno 2025, una città che negli ultimi dieci anni ha lasciato indietro interi quartieri e gruppi di persone e dove la sovrapposizione di alcune dinamiche, come finanziarizzazione, rigenerazione, marketing e turistificazione, ha colpito gli strati più poveri della sua popolazione. 

Milano è infatti la città più diseguale d’Italia. Secondo una ricerca realizzata da Uil e dal centro studi Eures (2021), al reddito medio di 35.585 euro, che la rende il capoluogo italiano più benestante, si affianca un indice di Gini -indicatore che misura il grado di concentrazione dei redditi in valori compresi tra zero (completa uguaglianza) e uno (completa disuguaglianza)- pari a 0,54, il più alto nel Paese.  

In queste contraddizioni, che rendono Milano un territorio complesso dove i cambiamenti avvengono a un ritmo particolarmente accelerato, Pozzi, Grassi e Verdolini hanno realizzato un ritratto urbano corale in cui le persone e le loro relazioni con la città sono messe al centro, per raccontare il punto di vista dei singoli attori sociali e mostrare come le traiettorie di vita private si intersechino a fattori politici e storici più grandi.

“Quando si racconta una città includere le storie di chi la abita assume un valore ancora più importante perché obbliga a ripensare l’idea stessa di spazio urbano. Nella maggior parte dei casi le città vengono guardate e studiate con uno sguardo molto ampio, attraverso delle macro categorie che ne identificano i processi globali che le caratterizzano. Raccontare però un territorio a partire dalle singolarità che lo attraversano, compongono e modificano, obbliga a ridefinire anche la città stessa in quanto ambiente condiviso di vita, unità politica e prodotto collettivo” spiega ad Altreconomia Giacomo Pozzi. 

Unendo quindi il passato, il presente e il futuro, i tre autori raccontano Milano, identificando e analizzando quattro dimensioni che la compongono: dalla prospettiva individuale del corpo e della casa a quella più ampia che riguarda i processi collettivi dei quartieri e della città nella sua totalità. Per farlo si rifanno alla figura dei “fantasmi”, riprendendo il filosofo francese Jacques Derrida che già negli anni 90 invitava i suoi lettori a considerare nella concretezza del presente le “infestazioni” del passato, ovvero i rapporti e gli abusi di potere di un periodo precedente che, anche se non in maniera chiaramente visibile, continuano a esercitare delle ripercussioni nella vita di tutti i giorni.  

Diventano dunque “fantasmi” Gianluca, noto anche come Schizzo, che si aggira per la stazione di Rogoredo chiedendo, con la scusa di dover andare a trovare la madre a Cagliari, delle monetine per poter comprare la dose giornaliera di droga. O Sandra la cui malattia mentale è strettamente legata alle condizioni abitative in cui è costretta a vivere, dove il suono degli schiamazzi dei bambini che giocano nel cortile, degli scarafaggi che si muovono sul pavimento o delle porte che vengono sbattute da chi cerca di occupare gli appartamenti vuoti durante la notte, diventano motivo di terrore e di manie di persecuzione. Anche Marco è divenuto un fantasma: all’inizio non ricevendo lo stipendio che gli spettava per il lavoro svolto all’interno di un’impresa edile, poi con il licenziamento, i debiti accumulati e infine con lo sfratto dalla sua casa nel quartiere Corvetto, segnato dal senso di vergogna per il timore di aver fallito e di aver perso l’unica sfera di protezione che sentiva di avere. 

“L’oppressione viene spesso descritta come una condizione del presente: ci si abitua, la si normalizza come se ci fosse sempre stata e come se la sua esistenza  non fosse  imputabile a nessuno. L’identificazione dei ‘fantasmi’ permette invece di vedere la matrice di quell’oppressione, di comprendere come ad un certo punto alcuni gruppi abbiano costruito delle narrazioni e delle strutture culturali per opprimerne altri, e quindi anche di ricostruire le dinamiche di quelle strutture della violenza del potere -commenta Verdolini-. Se lo sguardo resta solo nel presente si perde la possibilità di una comprensione più profonda anche di ciò che accade oggi. Pensiamo ad esempio a come la migrazione viene raccontata e di come si mistifica invece la nostra storia coloniale. Cercando i ‘fantasmi’ diventa paradossalmente tutto più chiaro perché siamo obbligati a guardare anche dove non vorremmo, a mantenere lo sguardo su ciò che ci perturba. Dal mio punto di vista è proprio questo aspetto del perturbante e della sofferenza sociale a creare nella città la richiesta da parte di chi è più ricco di separarsi dalle persone economicamente fragili e dal loro dolore. Non si tratta di un fenomeno nuovo, è una richiesta che storicamente c’è sempre stata ma che oggi -aggiunge la sociologa- si può osservare in una forma maggiormente enfatizzata, perché i casi di disuguaglianza sono sicuramente aumentati e perché si è forse meno abituati a immaginare delle forme di empatia e non si sa come relazionarsi con questa sofferenza”. 

Dal racconto di Grassi, Pozzi e Verdolini appare una città spaccata che nel suo territorio vede una contrapposizione di spazi. Come il Borgo di Vione che, in una ex cascina milanese ristrutturata appena fuori Basiglio, ospita un centinaio di famiglie benestanti in uno spazio chiuso all’esterno da delle sbarre automatiche che permettono l’ingresso dei soli abitanti. O come il quartiere Brera-Castello il cui reddito medio della popolazione è pari a 100.489 euro, cinque volte superiore a quello dei “vicini” che abitano a Quarto Oggiaro, a soli sette chilometri di distanza. A essere polarizzata è anche la narrazione che vede scontrarsi da una parte un racconto autocelebrativo che idolatra la metropoli in quanto città elegante, attrattiva e produttiva, mentre dall’altra un racconto totalmente negativo che la dipinge come un luogo esclusivamente inabitabile, governato da soggetti senza scrupoli e dal neoliberismo più feroce. 

“Tutti e tre nelle nostre ricerche adottiamo una concezione relazionale dello spazio in cui lo consideriamo come prodotto delle persone e delle relazioni sociali, ma anche come attore attivo che a sua volta retroagisce, produce e influenza la vita e le relazioni delle persone. Per questo lo spazio conta ed è importante. Questo però non vuol dire ‘essenzializzarlo’ e pensare che stare in un quartiere equivalga per forza a comportarsi in un certo modo o a sperimentare necessariamente delle traiettorie di vita -spiega Grassi-. La sfida di chi studia i luoghi è quella di tenere insieme le polarità che costituiscono il reale, considerando sia le cose belle sia quelle brutte. Questo libro non è un libro sulla marginalità ma sulla città nel suo insieme. I margini tuttavia sono i luoghi che probabilmente contano più ‘infestazioni’ perché risentono maggiormente dell’impatto di sistemi di potere abusivi”.

“In questo -aggiunge Pozzi- Milano presenta sicuramente al suo interno delle specificità che riflettono un certo spirito di questo tempo e un certo modo di intendere la città, il lavoro, la mobilità, il rapporto tra locale e globale, la marginalità e la ricchezza, però presenta anche alcune dinamiche generalizzate che sono tipiche del modello di città neoliberale, presenti in molte altre parti d’Europa e del mondo. Il problema -conclude l’antropologo- è che se altre città hanno scelto di reagire a livello politico e pubblico a certe dinamiche -penso a Barcellona Vienna o Berlino- Milano negli ultimi anni sembra non averlo fatto, prediligendo al contrario un servilismo del pubblico nei confronti del privato e divenendo così una città attraversata e stratificata da sistemi di oppressione, basata su un modello economico che tratta la città come merce anziché come bene sociale e che non lascia spazio per i suoi ‘fantasmi’”. 

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 1 agosto 2025

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