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Il caso Patrick Zaki e il ruolo delle università, una carta ancora da giocare

Pubblichiamo il contributo di Simona Salustri, docente a contratto di Storia contemporanea dell’Università di Bologna

Dopo essere stato sottoposto a torture e minacce, come ha riportato il suo avvocato, Zaki è stato ascoltato il 7 marzo e la detenzione preventiva, più volte riconfermata, si è progressivamente prolungata costringendo il giovane studente a rimanere in carcere per oltre un anno e mezzo. Nell’udienza del procedimento a suo carico, che si è tenuta da pochi giorni, il tribunale di al-Mansoura ha rinviato al 7 dicembre ogni decisione. Un tempo molto lungo che dovrebbe almeno permettere agli avvocati difensori di fare copia di tutti i documenti d’accusa – mai da loro ricevuti – e poter elaborare memorie efficaci per evitare a Zaki i 25 anni di carcere previsti dai reati di cui è accusato.

L’Italia prima, e la comunità internazionale poi, associazioni, artisti, istituzioni e singoli cittadini hanno moltiplicato i loro interventi a favore di Zaki nel corso del lungo periodo di detenzione nel quale la salute del giovane universitario è stata ulteriormente minata dalla possibile esposizione al COVID-19 nelle durissime carceri egiziane.

Non da ultimo il Senato italiano, nello scorso aprile, ha approvato la mozione che chiede che venga concessa la cittadinanza italiana a Zaki perché, come ha voluto ricordare una dei sottoscrittori, la senatrice a vita Liliana Segre, C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare, ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà.

La libertà di espressione è anche uno degli elementi centrali della mozione che il 12 febbraio 2020 aveva promosso l’Università di Bologna in un incontro straordinario, su iniziativa del rettore Francesco Ubertini e in accordo con il Consiglio d’Amministrazione, i direttori e le direttrici di tutti i Dipartimenti, i e le Presidenti di Campus, la Consulta del personale tecnico-amministrativo, il Consiglio studentesco, per richiedere la scarcerazione di Zaki appellandosi all’importanza di difendere i diritti umani e i diritti politici. Una presa di posizione più istituzionale rispetto a quella sottoscritta dai sette Atenei facenti parte del Consorzio che da vita alla laurea Gemma, in cui si chiedeva al governo egiziano di rilasciare immediatamente Patrick e di mettere in atto ogni misura finalizzata ad impedire attacchi contro studenti, ricercatori, accademici, giornalisti e difensori dei diritti umani, con un chiaro ma non esplicito riferimento alla morte di Giulio Regeni.

Un altro importante organismo universitario, l’Associazione delle Università italiane statali e non statali (meglio nota come Conferenza dei rettori-CRUI), il 21 dicembre 2020 ha lanciato una petizione sottoscritta da otto diverse reti universitarie internazionali affinché fosse permesso a Zaki di tornare dalla sua famiglia per rimettersi dalle precarie condizioni di salute denunciate da Amnesty International.

Gli interventi, gli appelli e le petizioni si sono dunque susseguiti mantenendo accesa nel corso dei mesi l’attenzione sulla vicenda del giovane universitario, al suo arco l’università ha però ancora una freccia non utilizzata. La Magna Charta Universitatum, il documento che redatto proprio a Bologna nel 1988 in occasione dei novecento anni dell’Ateneo è stato sottoscritto inizialmente da oltre 300 rettori, oggi arrivati a 947, e che comprende anche otto università egiziane, si fonda su quattro principi fondamentali a cui fanno seguito strumenti atti alla realizzazione degli obiettivi condivisi. Tra questi si legge che: ogni università, nel rispetto della specificità delle situazioni, deve garantire ai propri studenti la salvaguardia delle libertà e le condizioni necessarie per conseguire i loro obiettivi culturali e di formazione. Impedire dunque che uno studente universitario, iscritto oltretutto ad un corso di studi per sua natura internazionale, veda negate le proprie libertà e gli siano impedite le condizioni per continuare la propria carriera studentesca non rientra forse nei principi che gli atenei sottoscrittori della Charta hanno condiviso?

Ci auguriamo che l’Università di Bologna, come promotrice della Magna Charta, intervenga quanto prima per far leva sulla comunità universitaria internazionale affinché tutti gli atenei sottoscrittori richiamino le università egiziane al rispetto di quanto condiviso e che la vicenda Zaki non rimanga solo un nastro rosso da apporre al bavero di qualche politico.

Voglio solo tornare a studiare è il messaggio che Zaki ha fatto pervenire in più occasioni tramite il suo avvocato, a noi il compito di riportarlo al suo posto: in un’aula universitaria!

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