Perché è fallita l’esportazione della democrazia in Afghanistan

di Nadia Urbinati /
19 Agosto 2021 /

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A Taliban fighter looks on as he stands at the city of Ghazni, Afghanistan August 14, 2021. REUTERS/Stringer NO RESALES. NO ARCHIVES

Le celebrazioni del ventesimo anniversario dell’attentato dell’11 settembre 2001, con il crollo delle Twin Towers a New York e l’attacco al Pentagono, coincidono con la caduta di Kabul in mano ai talebani. In mano cioè a coloro che l’Amministrazione G.W. Bush ritenne responsabili insieme agli irakeni di Saddam Hussein di aver finanziato e preparato i terroristi di Bin Laden. Le forze della Nato risposero all’unisono all’appello, senza discutere. Quella guerra assurda e sbagliata, motiva con menzogne, costata fiumi di denaro e molta corruzione, ha fatto la felicità dei contractor statunitensi immanicati con il Partito Repubblicano, allora dominato dal Segretario di Stato Dick Cheney.

Non si crea democrazia senza popolo, non si scrive una costituzione democratica senza un sovrano collettivo riconosciuto. Alcuni teorici democratici si impegnarono a fare di necessità virtù: l’occupazione, si legge in diversi articoli accademici usciti a partire dal 2003, potrebbe e dovrebbe diventare un’occasione per traghettare gradualmente l’Afghanistan e l’Iraq verso la democrazia, riparando ad un torto (una guerra ingiusta) con un lascito positivo. La comparazione con il successo democratico della seconda guerra convinse alcuni studiosi che fosse possibile un simile esito anche in Medio Oriente. Come avvenne in Giappone e in Germania, dove la costituzione democratica arrivò dopo bombardamenti devastanti e un’arresa senza condizioni da parte delle forze dell’Asse. Nessuna sensata comparazione era possibile con la Germania, un paese che aveva avuto una notevole tradizione politica, che aveva anzi conosciuto un’importante stagione di costituzionalismo democratico contro il quale si era scagliato il nazismo. Circa il Giappone, i suoi leader sconfitti accondiscesero senza resistenza al comando del Generale Douglas MacArthur, che si impose come combattente di una causa giusta. Era in effetti il modello MacArthur di occupazione a motivare chi sperava in una transizione democratica in Afghanistan.

A differenza del Giappone, l’Afghanistan non aveva ne un società civile consolidata nemmeno una cultura religiosa disposta a facilitare un compromesso con il liberalismo e la modernità. La precarietà della situazione afghana fu immediatamente evidente, già nel 2003, per la difficoltà a unificare la frammentata amministrazione delle sue regioni e, soprattutto, per l’ostilità mai mitigata nei confronti degli invasori occidentali. Nonostante la pregevole produzione di ricerche e l’impegno a dar corso pratico alle strategie di transizione, la guerra delle forze Nato non aveva alcuna giustificazione e non poteva vantare alcuna pretesa di giustizia. Si trattava semplicemente di un’occupazione militare, giustificata con menzogne. Nessuna buona volontà poteva rimediare a quel torto originario.   

Questo articolo è stato pubblicato su Domani il 16 agosto 2021

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