Skip to content

Genova Vent’anni dopo. Una finestra sul futuro

Vent’anni fa si manifestò un movimento che esprimeva la crisi della politica non per incubare l’antipolitica, al contrario consente ancora oggi di immaginare uno scontro politico e spazi pubblici comuni

Mi ero ripromesso di non scrivere nulla su Genova 2001, su quelle tre giornate fortunate e maledette e la dinamica del movimento «No-global». Troppi anni, troppa storia depositata, troppi ricordi, coinvolgimenti, senso della sconfitta, paura di nostalgie fuori luogo. Ma l’elenco di posizioni e giudizi senza fondamento ha iniziato a farsi troppo lungo, posizioni prese da chi, spesso, non sa nulla di quelle giornate, di quegli anni, non ha memoria e ricostruisce la memoria con gli occhi rivolti al presente. Oppure rincorrendo le proprie personali ossessioni.

Abbiamo già trattato qui la posizione di un settimanale che ha una certa influenza a sinistra, l’Espresso, che rilegge Genova 2001 con l’ossessione del Movimento 5 Stelle realizzando addirittura una connessione tra quelle giornate, represse dalla polizia, e l’avvento di Beppe Grillo. A sinistra esistono anche altri contributi che, senza neanche nasconderlo troppo, puntano a rinverdire il refrain «ve l’avevamo detto» per ricordare che in fondo fu un’impresa senza speranza, squagliatasi al sole con un po’ di botte e che i movimenti generici, che vogliono cambiare il mondo, non servono a nulla, devono avere obiettivi precisi altrimenti meglio stare a casa. Eppure, subito dopo Genova, figlio di quelle giornate e di quel movimento globale, ci fu un altro sommovimento internazionale che chiedeva lo stop della guerra in Iraq: obiettivo concreto, concretissimo, ma senza risultato, quella sì una sconfitta epocale.

Infine, c’è il rischio di «nostalgismo», a volte veicolato da chi di quelle giornate e di quegli anni è stato anche protagonista, ma su questo limite non vale la pena insistere perché in fondo chi ha vissuto quella stagione si vuole ancora bene e non polemizza.

Il rischio del cortocircuito quindi è evidente e alla fine, se si vuole trasmettere un po’ di memoria, passare un testimone a chi non ha vissuto quegli anni, si rischia solo di fare confusione e perdersi nelle letture astratte o di parte. Qui, con un po’ di presunzione, ci si propone di ricostruire cosa è stata davvero Genova 2001, come ci si è arrivati e perché, cosa è rimasto sul terreno, provando a ricostruire seguendo il più possibile i fatti. Sarà una ricostruzione di parte, come tutte le altre, ma il cui scopo non è dare lezioni, bensì cercare di ricordare al meglio.

Gli antefatti globali

La prima annotazione di rilievo è che Genova 2001 non è un caso italiano isolato, non è il frutto della crisi della sinistra, della protervia di alcune organizzazioni relativamente di massa, né un problema di polizia italiana. Genova 2001 sta dentro il primo movimento globale dopo il 1989, dopo il crollo del Muro, la fine dell’Urss, la fine del progetto comunista organizzato in occidente, a partire dal Pci, e quindi la fine di tutto quello che aveva sedimentato la forza e le speranze del movimento operaio organizzato. Siamo in quegli anni in una fase di passaggio, dopo l’89 sono gli Stati uniti a prendere l’iniziativa con il progetto del Nuovo ordine mondiale scatenato dalla guerra in Iraq del 1991. Gli Usa si fanno forti, intellettualmente, di concetti come «la fine della storia» (Francis Fukuyama) e «lo scontro di civiltà» (Samuel Huntington) e rilanciano un’egemonia globale come mai prima era stato loro permesso. L’Europa, che nel frattempo ha avviato l’esperimento unitario dopo il trattato di Maastricht, inizia a governare con i parametri finanziari e sul piano geopolitico conosce la tragedia delle guerre jugoslave, misurando la propria impotenza. Ci sono movimenti di resistenza, la storia è tutt’altro che finita, ma a livello globale solo la piccola, ma emblematica, rivolta zapatista del 1994, e la sua presa di parola, offre un barlume di speranza e indica che la storia non è finita. Non è un caso che il primo incontro internazionale, «intergalattico», di movimenti sociali si svolga proprio in Chiapas, anche se finisce nel nulla.

Il contesto di grigiore politico è però incrinato da alcuni eventi non ancora globali, ma nazionali che in modi diversi favoriranno la convergenza globale dei movimenti. Nel 1995 la Francia è attraversata da un movimento sociale di notevole intensità con uno sciopero che blocca il paese per settimane e che, poco dopo, consentirà alla «gauche plurielle» , cioè al Partito socialista e al Partito comunista francese la conquista del governo nonostante la presidenza Chirac. Da quel movimento nasce un pulviscolo di associazioni, sindacati, strutture sociali che si installeranno stabilmente nella società francese (il movimento dei disoccupati, il sindacato Sud, forze della sinistra radicale che si rinvigoriscono) e il cui processo di convergenza e mobilitazione in comune avrà uno sbocco internazionale. Tra il 1998 e il 1999 infatti nasce Attac France, il cui ruolo nella dinamica dei Social forum sarà importantissimo, ma è anche un’altra dinamica a creare il fatto scatenante. L’accordo Omc, sul commercio mondiale, si deve chiudere a Seattle nel 1999 e anche in questo caso si realizza una convergenza inedita e sorprendente tra i nuovi movimenti sociali di cittadinanza e ambientalisti e alcuni storici sindacati dell’Afl-Cio, come i camionisti (teamsters and turtles è una delle espressioni che saranno utilizzate per descrivere quell’evento). Seattle sarà bloccata da questa forza sociale a cui si collegano associazioni e strutture di altre parti del mondo, compresa Attac France e vedrà in azione il movimento dei «black bloc» che contribuiscono a creare un clima di guerriglia, utile in quel momento a determinare lo shock del vertice mondiale.

Terzo fattore importante, lo scongelamento della politica brasiliana. Il Partito dos Trabalhadores (Pt) di Lula da Silva, con il 47% ottenuto al secondo turno del 1989, dimostra che in quel paese c’è un fatto nuovo e di grande rilevanza. Attorno al Pt si afferma la forza dei contadini nel Movimento sem terra, il sindacato Cut si rafforza e cresce, si rafforzano i contatti in tutto il continente facilitati dall’alleanza contadina che si organizza nella Via Campesina e si crea una relazione privilegiata e stabile con la componente sociale della Chiesa cattolica. Tutto questo produrrà il primo Social forum mondiale a Porto Alegre nel gennaio del 2001 che vedrà una presenza massiccia dell’America latina, ma anche decine di delegazioni del resto del mondo. 

L’Italia si recherà in massa con molteplici organizzazioni sociali, in primis l’Arci e la Fiom, ma anche i Cobas, la rete Lilliput, campagne come Sdebitiamoci e molte altre ancora. Unico partito presente, Rifondazione comunista che invia una piccola delegazione di tre persone, più un giornalista del quotidiano Liberazione (il sottoscritto).

A Porto Alegre si fanno le prove generali di convergenza. Nell’Assemblea dei movimenti sociali che si tiene durante il Forum – una serie importante ma sequenziale di dibattiti e convegni – la delegazione italiana decide di intervenire con una voce sola ed elegge suo portavoce Vittorio Agnoletto. Se sarà il portavoce a Genova lo si dovrà a questa scelta. A Porto Alegre si decide che Genova 2001 sarà un tappa importante di tutto il movimento globale perché la riunione del G8, il «vero governo del mondo», deve essere contrastata unitariamente e globalmente.

A Genova nasce lo spazio pubblico comune

Questo antefatto aiuta a comprendere le aspettative generali di quelle giornate a cui si arriva in modo complesso e articolato, con assemblee nazionali e internazionali, introducendo la modalità delle azioni coordinate mutuata proprio dalle pratiche dei movimenti internazionali. Non si litiga per chi deve stare in testa o in coda al corteo, per chi vuole assaltare la zona rossa – la pratica dominante a quel tempo nei vertici internazionali dopo Seattle e dopo il vertice tra Unione europea e Stati uniti di Goteborg – o chi vuole solo sfilare o fare un sit-in. Si decidono spazi settoriali in cui ognuno manifesterà come crede. Alla fine sarà la polizia a unificare il movimento, riempiendo di botte tanto il corteo dei «disobbedienti» quanto il sit-in con le mani bianche della rete Lilliput.

A Genova 2001 arriva un movimento che è in larga parte composto dalle associazioni nazionali, diretto dai suoi gruppi dirigenti, in assemblee che saranno soprattutto degli «intergruppi». Ma a Porto Alegre si è imparato un nuovo metodo: il consenso. Non si vota per alzata di mano, non si litiga fino a notte sulla mozione di turno, si decide che si marcia insieme e ci si infila in mediazioni anche defatiganti, ma utili a tenere tutti uniti. La formazione del Genoa Social Forum segue questa logica, i portavoce che in quei giorni terranno le file soprattutto del rapporto (fallimentare) con la polizia, sono espressione di una logica unitaria. Nei movimenti italiani, prima di Genova, questa pratica non esisteva, ma ci si contrapponeva in modo furibondo e spesso violento tra diversi gruppi politici. 

Un altro merito di quelle associazioni, sindacati, partito, fu quello di consentire l’apertura di uno spazio pubblico comune. I Social forum nacquero ovunque in tutte le città, dopo Genova (altro che «buco nero») e permisero ampia partecipazione. Sul piano della democrazia diretta e della effettiva partecipazione le cose non filarono del tutto lisce, le decisioni importanti furono sempre prese dalle riunioni di vertice, ma una movimentazione politica si produsse. E se ne ebbe una prova schiacciante un anno dopo Genova, nel 2002, quando a Firenze si tenne, su iniziativa italiana, il primo Forum sociale europeo con una partecipazione di massa ai forum e una manifestazione finale imponente.

Questa partecipazione si produsse anche perché la politica dei partiti di sinistra aveva lasciato uno spazio inespresso. Si veniva dal fallimento del centro-sinistra al governo, dell’Ulivo prodiano, della rottura tra le «due sinistre» e nel 2001 Silvio Berlusconi aveva ottenuto la vittoria elettorale più imponente mai raggiunta nella sua lunga vita politica (oltre il 50% dei voti alle liste della sua coalizione). Si trattava di fare opposizione sul serio, al governo mondiale del G8, all’Unione europea di Maastricht e al governo di centrodestra in Italia. Tre livelli legati dalla dittatura neoliberista e dalla voglia di scompaginare le conquiste sociali del trentennio precedente. Genova arriva in questo crocevia e si carica, inconsapevolmente e senza alcuna decisione a proposito, anche di un compito politico sovrumano: ricostruire un «campo» della sinistra antiliberista che consenta di non essere travolti dalla reazione conservatrice.

Non è tanto un movimento che esprime la crisi della politica e quindi incuba l’antipolitica, ma consente di immaginare uno scontro politico reale, una disposizione dei soggetti in forma tale da immaginare rifondazioni più complessive. In questo senso quanto dice Fausto Bertinotti nell’intervista a Domani, è corretto e sbagliato allo stesso tempo. Quel crinale della storia non restituisce tanto l’immagine di una sinistra riformista che ripudia la propria storia (i Democratici di sinistra a Genova non ci saranno) e di una sinistra radicale (Rifondazione) che non coglie l’occasione di una effettiva rifondazione, sciogliendosi e proponendo un nuovo soggetto aperto e plurale. Anche questo, certamente (e quella proposta dentro Rifondazione fu presente ma il gruppo dirigente non volle nemmeno prenderla in considerazione), ma Genova registra soprattutto l’impasse della fisionomia dell’organizzazione della sinistra politica dopo lo scioglimento del Pci. Da quella piazza c’è una spinta e un desiderio di «cambiare il mondo» ponendo, ripetiamo inconsapevolmente, la necessità di una nuova grammatica politica. E questa esigenza viene lasciata morire, a poco a poco. Per incomprensione, per limiti soggettivi, per resistenze di apparato, per collusioni, per difficoltà obiettive, perché magari troppo prematura. Ma comunque ci si metterà del tempo. Il «biennio rosso» dura infatti dal 2001 al 2003, esattamente al 15 febbraio di quell’anno, quando il più grande movimento contro la guerra attraversa le piazze del mondo intero. Gli avversari sono Bush, Blair e Berlusconi, alleati nella guerra al terrorismo che dopo l’Afghanistan ha puntato verso l’Iraq. Nel frattempo in quel movimento è rientrata anche la Cgil, che nel 2002 ha realizzato la sua più grande manifestazione di sempre, sotto la segreteria di Sergio Cofferati, contro il tentativo del governo Berlusconi di modificare l’articolo 18 (e c’entra anche Genova in quel sobbalzo).

Come si vede è un biennio di grandi mobilitazioni, di fermenti sociali notevoli, si afferma la «disobbedienza civile» contro la guerra, si apre una discussione in tutto il paese sulla repressione poliziesca, la stessa Polizia deve fare i conti con quanto applicato a Genova (un disegno globale concertato con gli Stati uniti e che non a caso vedeva in Gianni De Gennaro un esecutore fidato), la Commissione d’inchiesta tiene occupato il Parlamento. Altro che scompaginamento di forze. Quello che non avviene è il salto di qualità politico e dunque la ricaduta generale di un movimento che non era nato per rivendicare questo o quel risultato, ma che aveva un obiettivo politico complessivo. E che dunque chiamava, anche con la forza dell’etica, a un rinnovamento della politica. E non regge l’ipotesi che non si sia stato abbastanza adeguati a reggere lo scontro con la repressione della polizia perché anche nella parte più estrema, l’area dei Black block, non ci sono risultati da vantare.

Il coraggio e la forza

Genova 2001 è stata una finestra aperta sul futuro in cui sono passate forze vive, speranze concrete, non «anime belle» ingenue e senza consapevolezza delle dure leggi della politica come credono in tanti. Gli errori fatti sono stati molti. I gruppi dirigenti delle organizzazioni si sono spesso marcati a vista, alcuni hanno puntato a guadagnare spazi per sé, altri hanno semplicemente cercato una nuova centralità o una spazio al sole che prima non avevano. Sul piano politico, quel movimento è stato consegnato all’ipotesi dell’Unione di Romano Prodi. È stato fatto lucidamente, senza sotterfugi o infingimenti. Nel 2005-2006 si elabora la tesi della «permeabilità dell’Unione al conflitto sociale» e quindi la possibilità che quella stagione possa influire sull’agenda politica del paese. Qualche anno prima, nel 2003, la sinistra radicale, che insieme alla Cgil aveva sostenuto il referendum per l’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese, dopo la sconfitta di quell’appuntamento – che comunque aveva ottenuto 11 milioni di Sì – decise che un’alternativa alla sinistra riformista non fosse possibile e che occorresse marciare insieme. Da qui la svolta verso l’Unione osteggiata da pochissimi dentro quel movimento globale che ora, in effetti, stava rifluendo. Non si tratta di concludere che la fine del movimento sia stata determinata semplicemente dall’esito delle alleanze politiche che si sono prodotte successivamente, ma è anche vero che durante il governo Prodi le poche manifestazioni di resistenza ancora presenti – i NoTav, i No Dal Molin, ancora il No alla guerra in Afghanistan – trovarono un movimento diviso e nessuna dinamica unitaria.

Genova 2001 va calata nel contesto in cui è sorta e nelle conseguenze che ha prodotto. Ipostatizzarla vent’anni dopo non serve a niente, insistere per farne un idealtipo di una modalità astratta di essere movimento di massa è un esercizio di stile. Come dicono molti storici, per conoscere un fenomeno occorre descriverlo, guardarne le dinamiche concrete, le potenzialità e i limiti, certo. Per quanto ci riguarda, resta la convinzione che al termine di un decennio che era cominciato con la più grande disillusione del Novecento, Genova e il movimento dei Social forum fossero una finestra aperta sul futuro. Serviva più coraggio per passare da quell’imbuto e, certamente, più forza complessiva per reggere agli urti. Sono mancati entrambi, il coraggio e la forza. In futuro, se una lezione vogliamo trarla, se mai si daranno ancora occasioni analoghe sarà bene fare i conti con tutte e due queste leve fondamentali.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 9 luglio 2021

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.