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Il prezzo della crisi

Anche se gli addetti ai lavori sembrano non preoccuparsene più di tanto, dopo un lungo periodo di ristagno dei prezzi la crisi pandemica potrebbe costituire l’innesco di una impennata inflazionistica frutto della crisi del paradigma austeritario.

La crescita dei prezzi ad aprile negli Stati uniti ha riacceso il dibattito attorno alla possibilità di una ripartenza del fenomeno inflazionistico. Il dato registrato è stato pari a +4,2% su base annua, una percentuale superiore di quasi un punto rispetto a quella attesa. In Europa e in Cina l’inflazione al consumo è ancora sotto quota 2%, ma la tendenza è alla crescita e soprattutto appare superiore alle previsioni la risalita dei prezzi alla produzione in Cina, che sempre ad aprile ha fatto segnare un +6,8%. Questi due dati non potevano passare inosservati dopo un lungo periodo di parziale deflazione, ma complessivamente non hanno preoccupato gli addetti ai lavori. Sembra farsi strada l’idea che il fenomeno abbia natura sostanzialmente temporanea, un rimbalzo dei consumi e delle scorte nel quadro del superamento dei mesi più duri relativamente alle misure di contenimento della pandemia.

Pur non potendo vendere certezze di segno opposto, l’idea del semplice rimbalzo ci convince poco, tanto più che l’ipertrofia e le contraddizioni della finanziarizzazione, che hanno spinto David Harvey a parlare di «complessità assai contorte del sistema finanziario», inviterebbero a dismettere metodologicamente l’idea che possano esistere certezze granitiche. Il quadro dell’economia globale è incerto e assai aperto a varie possibilità, tra cui quella di una fiammata inflazionistica non va esclusa. Tale evenienza era stata da noi avanzata in tempi non sospetti proprio sulle pagine di Jacobin Italia al termine della scorsa primavera, cioè in piena pandemia e recessione. Un’ipotesi che all’epoca poteva apparire azzardata, ma che oggi deve perlomeno essere presa in considerazione seriamente.

Veniamo da un lungo periodo di ristagno dei prezzi, sebbene in presenza, da quasi un decennio, di una crescente immissione di moneta da parte delle principali banche centrali. Oggi, però, esistono diversi elementi di potenziale discontinuità che, nel loro concatenarsi, potrebbero costituire l’innesco di una impennata dei prezzi dalla dimensione difficilmente valutabile. Un fenomeno che non deve necessariamente richiamare ciò che avvenne durante la repubblica di Weimar o negli anni Settanta, ma che potrebbe assumere forme peculiari in relazione al contesto contemporaneo. Proviamo a elencare i fattori che potrebbero determinarlo.

Come dicevamo, l’enorme immissione di liquidità per fronteggiare la crisi non ha avuto effetti inflazionistici sui beni di consumo. La crescita dei prezzi ha riguardato gli asset finanziari.D’altronde quest’enorme immissione di liquidità è stata creata per salvare il sistema finanziario, ed è rimasta sostanzialmente dentro questo circuito, «sgocciolando» pochissimo sulla domanda aggregata di beni e servizi. È cresciuta la domanda di obbligazioni e derivati, titoli di debito pubblico e privato, generando un effetto ricchezza che non si è trasformato meccanicamente in una crescita di investimenti produttivi. Certo, l’effetto ricchezza ha un legame con gli investimenti produttivi e i consumi, li può supportare, rende maggiormente possibile l’esposizione debitoriadi aziende e consumatori, ma perché investire, al netto di alcuni settori dinamici, quando la domanda complessivamente resta fiacca e le politiche di austerity non fanno che rafforzare questo dato? 

L’espansione del debito fondato sulla crescita della ricchezza non poteva essere un meccanismo riproducibile all’infinito. Il «keynesismo finanziario», per dirla con un’efficace formula di Riccardo Bellofiore, consolidatosi come strategia neoliberista nei decenni successivi alla crisi degli anni Settanta, sembrava aver raggiunto il suo limite proprio con la crisi del 2008. La crescita finanziaria iniziò ad avere effetti sempre più scarsi sul piano produttivo, e la «droga monetaria» ha avuto l’effetto di espandere le posizioni «speculative e iperspeculative», e per questa via ha contribuito a prender tempo e a mantenere il paziente in vita. Obiettivo non banale, intendiamoci, ma di corto respiro. Proprio qui esiste una prima parziale differenza rispetto al recente passato. La crisi del 2008 è stata fronteggiata con moneta abbondante, ma lasciando sullo sfondo logiche strettamente finanziarie e austeritarie. Ora quest’ultime sono perlomeno sospese. Non mancano certamente i moniti, soprattutto in Europa, a una ripresa dell’austerity e del «rigore» non appena l’emergenza sanitaria sarà cessata, ma già solo il fatto che sia necessario alludere a questo scenario non sta a rimarcarne l’incertezza e la problematicità? Probabilmente a determinare il futuro saranno i fatti e peseranno i successi economici, politici, elettorali e naturalmente i conflitti sociali. Oggi, a diverse intensità, si avanzano piani che ridanno una certa centralità alla produzione e agli investimenti, anche come risposta a un’opinione pubblica surriscaldata dagli effetti della crisi pandemica. In particolare negli Usa, una parte più cospicua di moneta inizia a finire, direttamente o indirettamente, nel circuito produttivo attraverso investimenti e sostegno dei consumi, contribuendo a porre le basi per una nuova domanda. 

Una tendenza che potrebbe stabilizzarsi e che non è sfuggita a un osservatore attento come Innocenzo Cipolletta, che si è spinto a ipotizzare una nuova centralità della domanda interna. Egli ha evidenziato come in passato aver puntato principalmente sulla competitività vocata alle esportazioni e all’attrazione di capitale estero, abbia comportato una costante pressione competitiva finalizzata alla riduzione di tutti i costi finendo per comprimere la domanda interna. Con la pandemia Cipolletta individua l’inizio di un cambio di paradigma rispetto agli ultimi cinquant’anni, con «un ciclo mondiale non più sostenuto da politiche di sostegno alla competitività, ma da politiche di sostegno alla domanda interna». Se questa tendenza si affermasse anche solo in parte, una dinamica di ripartenza dei prezzi potrebbe essere prevedibile e anche necessaria. Da questo punto di vista va anche registrato il dato che, a fronte di difficoltà crescenti sul versante della globalizzazione, da alcuni anni è andato affermandosi il fenomeno delle rilocalizzazioni produttive. Evocate inizialmente dalle amministrazioni Obama, nel tempo hanno preso campo in diversi paesi industriali come reazione pragmatica al crescere dei costi dei trasporti combinati con quelli in particolare della manodopera dei paesi emergenti. La pandemia (si pensi alla penuria di dispositivi medici nei primi mesi in tanti paesi occidentali) potrebbe favorire un’accelerazione delle rilocalizzazioni, sebbene ciò non implichi la negazione, ma una riconfigurazione, di un’economia ormai declinata su scala planetaria.

Non solo. La pandemia, i blocchi produttivi e, in particolare, quelli di consumo hanno favorito la creazione di un significativo processo di tesaurizzazione dei risparmi, con ingenti somme trattenute nei conti correnti. Chi sostiene l’ipotesi dell’inflazione temporanea, sottolinea proprio come questa crescita del risparmio debba considerarsi semplicemente come consumo posticipato. In parte è vero, ma all’effetto temporaneo sui consumi prodotto dal rinvio degli acquisti potrebbe sovrapporsi al crescente timore di una svalutazione reale dei risparmi in presenza di una crescita dei prezzi, generando l’effetto opposto: una riduzione dei risparmi ben al di sotto del livello precedente al marzo 2020. Come escludere che queste risorse non inizino a riversarsi sui mercati reali oltre che su quelli finanziari? Il mercato immobiliare sembra già attraversato da questa dinamica.

La crescita dei prezzi potrebbe essere anche favorita dal lato dell’offerta, sospinta da nuove posizioni oligopolistiche e dalla generalizzata ricerca di un recupero dei profitti persi. Bellofiore da anni ha sottolineato come il capitalismo moderno sia caratterizzato da processi di acquisizioni e fusioni che hanno dato vita a un crescente fenomeno di «centralizzazione» proprietaria e finanziaria «senza concentrazione» produttiva. Fusioni e acquisizioni creano condizioni di quasi monopolio consentendo sempre più il controllo dei prezzi, pur in presenza di un’organizzazione produttiva diffusa e articolata, guidata dalla logica del subappalto e della fornitura al massimo ribasso. La centralizzazione oligopolistica in alcuni settori ha subito una drastica accelerazione proprio in questi mesi di crisi pandemica. Nel settore dello shipping, ad esempio, i noli (il prezzo per il trasporto di una merce su container) sono aumentati in maniera decisa. Il caso più eclatante di aumento si è verificato nella rotta Shangai-Rotterdam che da gennaio 2020 a gennaio 2021 è stato pari al 335%. In questo settore i prezzi sono dettati da tre agglomerati che racchiudono le principali compagnie. Non si tratta semplicemente di strozzature delle scorte dovute ai blocchi produttivi dei vari lockdown, ma di strategie aziendali di sviluppo che puntano a sovraprofitti monopolistici che condizionano l’intera catena del valore. Questa concentrazione nel settore tende a estendersi all’intero settore del trasporto facendo leva sul funzionamento tipico dei cartelli (o trust), imponendo, di fatto, ai loro clienti l’utilizzo della loro intera catena logistica (compreso trasporto su gomma o su rotaia) praticando prezzi più alti se il cliente ricorre ad altri soggetti per il trasporto restante, da qui anche la crescita dei noli. 

In un’economia ancora prevalentemente globale i costi del trasporto e della logistica possono così determinare a cascata aumenti di prezzo diffusi, a cui potrebbero collegarsi bruschi rincari nel settore delle «terre rare», del petrolio (già responsabile di una buona fetta dell’inflazione recente) e delle materie prime più in generale. Una parabola che sembra coinvolgere persino settori come la metallurgia, la siderurgia o la plastica, con aumenti che sono arrivati a quasi il 50% tra gennaio e aprile del 2021, e avevano fatto registrare aumenti fino al 70% nel 2020 sui prezzi nei mercati internazionali. Il Fmi a marzo del 2021 ha registrato su base annua decisi aumenti per minerali di enorme utilizzo, quali ferro (+88,1%), stagno (77,0%), rame (+73,4%) e alluminio (+36,0%). I settori produttivi italiani legati maggiormente all’industria manifatturiera tradizionale esprimono in questo momento forte preoccupazione per l’aumento dei prezzi delle materie prime. Si teme che con questi costi i prezzi alla produzione saranno rivisti inevitabilmente al rialzo. Motivo di preoccupazione non è solo il fatto che questi aumenti siano in corso da tempo, ma che nel caso dell’acciaio, per esempio, l’ammontare della produzione non è mai calato, neppure durante la prima fase della pandemia. La Cina, che rappresenta il 56% della siderurgia mondiale, ha persino incrementato la produzione del 7% nel 2020, nonostante sia stato il primo paese colpito dalla crisi sanitaria.

Dati che nel loro riguardare prodotti che sono a monte di tanti settori merceologici possono contribuire alla formazione di inflazione a valle. Fattori temporanei? In parte sì, ma dentro alcune dinamiche strutturali. Per quanto riguarda i minerali gli Usa hanno ridotto la produzione siderurgica, finendo per importare maggiormente prodotti e contribuendo all’aumento dei prezzi. Esiste però in questo settore anche una ragione tecnica dovuta al fatto che la produzione di acciaio avviene dal minerale di ferro oppure dal rottame (quest’ultimo impiegato perlopiù nei forni elettrici). La gran parte dei produttori sono sbilanciati sul primo modo e ciò contribuisce a far lievitare i prezzi in relazione alla domanda di ferro. A ciò si aggiunga che gli annunciati provvedimenti green, che implicherebbero una buona dose di decarbonizzazione dell’industria, a quel punto farebbero tornare in auge il rottame, rimodellando ulteriormente qualità di minerali lavorati e costi.

Concludendo, quale sarà la risposta in termini di politica monetaria ai primi segnali di surriscaldamento dei prezzi? Siamo veramente sicuri, come alcuni commenti hanno perentoriamente affermato, che le banche centrali interverrebbero prontamente? Le cose sembrano più complicate. Immaginare una stretta monetaria particolarmente radicale metterebbe a rischio la tenuta di un sistema finanziario appesantito da una montagna crescente di debiti pubblici/privati e da bolle speculative profonde. Il Financial Times ha recentemente annunciato che potrebbe aprirsi un dibattito negli Usa per far ripartire il cosiddetto tapering, cioè un atterraggio il più possibile morbido nel normalizzare l’azione di sostegno monetario delle banche centrali (quantitative easing, tassi quasi negativi). La dipendenza dalla «droga monetaria» e, soprattutto, il quadro economico ancora molto incerto, lasciano supporre che il disimpegno delle banche centrali non sia proprio dietro l’angolo, sebbene il solo fatto che ritorni il tema è un’ammissione delle preoccupazioni latenti rispetto a una possibile inflazione. Lo stesso orientamento della Fed, la banca centrale degli Stati uniti, considera una certa dose di inflazione tollerabile, e ha recentemente trasformato, da agosto 2020, l’obiettivo del 2% di inflazione in target medio «nel tempo», predisponendosi a una maggiore tolleranza a una crescita dei prezzi più radicale. Una parte dell’establishment statunitense si è convinto che un po’ di inflazione sia addirittura auspicabile nel breve periodo, perché indirettamente andrebbe a sgonfiare, almeno parzialmente, la spirale debitoria sostenendo per questa via i piani di investimento. La monetizzazione del debito e una sua parziale svalutazione attraverso l’inflazione stanno divenendo un orizzonte concreto, un’ipotesi pragmatica di tenuta in un quadro di penuria di grandi visioni strategiche. 

Esistono alternative più credibili? Hanno le forze politiche europee e statunitensi la credibilità e il consenso per affrontare a livello fiscale l’enorme massa debitoria? Sembra anche questa la forza insita nell’opzione inflazionistica, dinamica non senza precedenti storici. L’affermazione di un tale orizzonte non sarebbe di per sé un fatto negativo, avrebbe conseguenze politicheprofonde ridisegnando parzialmente il perimetro delle politiche economicheLa credibilità dell’austerity e del neoliberismo ne uscirebbe indebolita e questo darebbe maggiore agibilità, senza nessun automatismo, a conflitti sociali e sindacali, alla riapertura di una contesa strategica e redistributiva, ma questo tema supera evidentemente i confini di questa riflessione. Non ci sfuggono fattori di segno opposto, come la pressione al ribasso sui costi prodotta dall’innovazione tecnica e tecnologica, la marginalizzazione politica del lavoro in alcune aree del globo e la conseguente debolezza della domanda salariale, così come il timore attivo dei moderni rentiers di vedere svalutati i propri patrimoni finanziari. Vedremo quali tendenze prevarranno, ma la fiammata inflazionistica è uno degli scenari possibili e non può essere escluso. La difficoltà a elaborare strategie globali di rilancio, di fronte a una crisi profonda del modello di accumulazione precedente, potrebbero disegnare un contesto in cui l’inflazione raggiunga livelli anche superiori alla «certa dose». In fondo, non sarebbe la prima volta.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin l’8 giugno 2021

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