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La fine del blocco dei licenziamenti apre un’estate complicata

Non si prospetta un’estate tranquilla per i 55.817 lavoratori coinvolti nei 99 tavoli di crisi aperti al ministero dello sviluppo economico. Sono quelli che più di tutti rischiano di ritrovarsi disoccupati dopo che il governo ha deciso di non prorogare il blocco dei licenziamenti. La misura, presa un anno fa dal governo Conte per evitare che la pandemia di covid-19 provocasse una crisi sociale, a marzo 2021 era stata prolungata al 30 giugno dal nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi. Nella prima versione del decreto Sostegni bis il blocco arrivava al 28 agosto. Il presidente degli industriali Carlo Bonomi in un’intervista al Messaggero ha parlato di “intese tradite”, mentre il Sole24ore ha titolato “L’inganno di Orlando sui licenziamenti”, accusando il ministro del lavoro di aver violato accordi già presi per cancellare il divieto di licenziare. Dopo le proteste, la norma è scomparsa. Nel decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale è rimasta solo la parte che prevede la possibilità di far ricorso alla cassa integrazione senza pagare l’aliquota addizionale per le imprese che decidano di non licenziare.

La cancellazione della proroga ha indisposto i sindacati, che hanno accusato il governo di aver ceduto alle pressioni degli industriali. In una nota congiunta, i segretari di Cgil, Cisl e Uil hanno definito “inaccettabile e socialmente pericolosa la posizione della Confindustria”, sostenendo che “non possiamo assolutamente permetterci il rischio della perdita di ulteriori centinaia di migliaia di posti di lavoro”. Di fronte alle critiche, Draghi ha difeso la fine del blocco dei licenziamenti, sostenendo che “l’intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri paesi europei e garantisce la cassa integrazione gratuita in cambio dell’impegno di non licenziare”.

In Europa, solo Grecia e Spagna (e il Lussemburgo da aprile a giugno del 2020) hanno stabilito un divieto simile a quello italiano, anche se meno esteso. Atene ha proibito i licenziamenti nelle aziende che hanno dovuto sospendere le attività durante il lockdown, mentre Madrid ha stabilito che non si può mandare a casa nessuno nei sei mesi dopo la fine della cassa integrazione per covid. La Francia ha aumentato i controlli sui licenziamenti per evitare abusi. In molti altri paesi europei si è deciso di gestire l’emergenza attraverso gli ammortizzatori sociali e gli aiuti alle imprese.

I licenziamenti durante il lockdown
Nessuno sa cosa potrebbe accadere in Italia dal primo luglio 2021. Il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri ha paventato “uno tsunami di licenziamenti”, fino a due milioni di posti di lavoro in fumo. Altre fonti sindacali fanno però sapere in via informale che fare previsioni in questo momento è quanto meno azzardato. L’impatto della fine del blocco in realtà potrebbe essere sì pesante, ma più contenuto almeno in alcuni settori, poiché il fatturato dell’industria italiana sarebbe già tornato ai livelli pre-pandemia.

L’ultima nota dell’Istat, pubblicata l’11 maggio 2021, fa registrare a marzo 2021 un più 37,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Il manifatturiero in particolare ha retto al punto tale che la banca d’investimento Goldman Sachs, in un report pubblicato a marzo 2021, l’ha indicato come base da cui ripartire per una “ripresa solida”. Inoltre, ragiona più di un esperto, le aziende che avevano necessità di alleggerire il costo del lavoro hanno già adottato altre misure durante la pandemia, come non rinnovare i contratti a termine ed evitare di sostituire chi è andato in pensione.

Multinazionali come la Yokohama a Ortona e la Henkel o la Teva in Lombardia hanno deciso di chiudere stabilimenti e licenziare gli operai in pieno lockdown, senza passare neppure per la cassa integrazione. L’Eurostat ha stimato un calo dello 0,9 per cento del tasso di occupazione durante la pandemia, mentre l’Istat ha calcolato in 945mila i posti persi tra febbraio 2020 e febbraio 2021.

Ciò non vuol dire che il blocco dei licenziamenti non ha funzionato, anzi ha consentito di arginare e diluire la crisi, evitando un bilancio ben più grave. Non significa neanche che la sua cancellazione sarà indolore. Secondo le stime della Banca d’Italia, con la fine del divieto di licenziare rischia di saltare fino a mezzo milione di posti di lavoro. Nella sede centrale della Cgil a Roma si teme che la richiesta degli industriali di avere mano libera su questo tema nasconda un piano ben preciso: utilizzare i licenziamenti “come strumento per riorganizzare il lavoro e la produzione” nei settori colpiti dalla crisi e pure laddove la pandemia non ha provocato crolli, dice la segretaria confederale Tania Scacchetti, che ha seguito da vicino le trattative con il governo.

Alla Cgil temono un’estate di licenziamenti collettivi, in particolare nel comparto della moda dove, secondo uno studio di Mediobanca, nel 2020 le aziende hanno visto contrarsi il fatturato del 23 per cento rispetto al 2019. A rischio sarebbero 20mila posti di lavoro in tutto il settore. Al ministero dello sviluppo economico già sono arrivate le prime richieste. Dopo due mesi di stallo seguiti al cambio di governo e allo scontro sulle deleghe tra il nuovo ministro Giancarlo Giorgetti (Lega) e la viceministra Alessandra Todde (M5s), i rappresentanti di due grandi aziende di abbigliamento si sono presentati nella sede del ministero di via XX Settembre a Roma. La Brioni, di proprietà del gruppo francese Kering, ha avviato le trattative per un ridimensionamento dell’organico dei siti produttivi di Penne, Montebello di Bertona e Civitella Casanova, presentando un piano di esuberi per 320 lavoratori. La vicentina Forall confezioni, proprietaria dello storico marchio Pal Zileri, ha aperto una procedura per cessazione attività che lascerà a casa 250 dipendenti.

Le nuove crisi si sommano a quelle già in corso. Alla Bekaert di Figline Valdarno, in Toscana, rischiano in 318; alla Acque minerali spa, dove si imbottigliano la Gaudianello e la Sangemini, i posti traballanti sono 460. I primi in assoluto a essere licenziati potrebbero essere i lavoratori della Whirlpool di Napoli. La fabbrica è già stata chiusa e dal 1 luglio 2021 in 350 potrebbero rimanere a casa in via definitiva. A questi andrebbero aggiunti altrettanti lavoratori dell’indotto. Per questo il 27 maggio 2021 gli operai sono andati a manifestare a Roma. In piazza Santi Apostoli si sentivano più slogan contro il governo che contro l’azienda. “Con la fine del blocco dei licenziamenti per queste persone si prepara il disastro”, dice Barbara Tibaldi, sindacalista della Fiom-Cgil.

Il precedente governo Conte era riuscito a diminuire il numero delle vertenze aperte, da 140 a 99. A dicembre 2020, con il cosiddetto decreto Rilancio, aveva istituito un fondo di garanzia che consente l’ingresso dello stato come socio di minoranza, attraverso la società pubblica Invitalia, per facilitare la ristrutturazione delle aziende in crisi. Lo ha utilizzato per primo il nuovo ministro Giorgetti, che a fine marzo 2021 ha annunciato un investimento di dieci milioni di euro per evitare la liquidazione dello storico marchio di abbigliamento mantovano Corneliani, consentendo di riprendere la produzione e salvando cinquecento posti di lavoro. Altri sette milioni arriveranno da investitori privati.

“Mantova è un’apripista per salvare le imprese e creare nuovi posti di lavoro, il momento è propizio perché ci sono le condizioni migliori possibili per imprenditori che volessero accettare la scommessa”, ha dichiarato il ministro. L’esponente della Lega ha in seguito riproposto il “modello Corneliani” per risolvere le crisi dell’Acc di Belluno, un’azienda che produce compressori per frigo, e dell’ex Embraco di Chieri, una fabbrica di elettrodomestici. Il fondo di garanzia ha una dotazione di cento milioni di euro per il 2021, una cifra sufficiente a risolvere non più di una decina di crisi aziendali. Se dovessero moltiplicarsi, ci sarebbe bisogno di ben altro.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 31 maggio 2021

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