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A dieci anni dalle “primavere arabe”

Dieci anni fa, nel mese di gennaio, massicce manifestazioni riempivano le piazze di molti paesi del mondo arabo. Partendo dalla Tunisia nel dicembre dell’anno precedente per poi diffondersi all’Egitto, alla Siria, allo Yemen e ad altri paesi, le proteste hanno avuto un effetto dirompente nella regione provocando la dipartita di leader autoritari in carica da decenni: personaggi come Zine El-Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak, dopo aver tentato, in primo momento, di reprimere le rivolte e, successivamente, di proporre moderate aperture atte a salvare le proprie poltrone, sono stati costretti a lasciare le cariche ricoperte, in alcuni casi fuggendo repentinamente all’estero. Le rivolte sono state un evento rilevante non soltanto perché hanno prodotto, almeno nel breve periodo, cambiamenti che fino a poco tempo prima sembravano improbabili. A un altro livello, infatti, hanno favorito e ampliato la riflessione su un’area del mondo il cui studio e la cui rappresentazione sono ancora profondamente ancorati a visioni statiche e/o orientaliste e di stampo primordialista. Questo è evidente anche solo dando uno sguardo alla mole di lavori che sono stati pubblicati dopo il 2011 e che hanno tentato di fornire spiegazioni a tale fenomeno anche da prospettive e con approcci molto differenti.

Tali approcci possono essere sostanzialmente sintetizzati in alcune posizioni ricorrenti secondo le quali le rivolte sono state descritte come: a) improvvise e inaspettate; b) latrici di aperture che avrebbero condotto il mondo arabo alla democrazia: da questo filone sono scaturite le metafore più comunemente utilizzate per descriverle (“primavere arabe”, “primavere dei popoli”) e, successivamente, quelle che evidenziavano gli aspetti negativi delle successive involuzioni (“autunno e inverno arabo” e così via); c) parte di un più ampio corso rivoluzionario che era possibile leggere soltanto come un processo di longue durée inserito in una traiettoria storica definita e sul quale era comunque prematuro effettuare qualsiasi tipo di bilancio. Le interpretazioni sommariamente raggruppate nei tre filoni sopra richiamati corrispondono a diversi modi di studiare, analizzare e pensare la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) o, come sovente viene indicato, il mondo arabo (1).

Il primo filone, infatti, presuppone una interpretazione che guarda alla regione come a uno spazio caratterizzato da immobilismo e inattività, come un’area dove nessuna trasformazione è possibile. Tale interpretazione è in linea con la rappresentazione orientalista legata all’“arab mind” che legge le società medio orientali come statiche e incapaci di produrre cambiamento. A differenza di quanto argomentato dai sostenitori di questa linea di pensiero, guardando a quanto accadeva nelle società tunisine, egiziane, marocchine ecc. prima del 2011, si poteva invece osservare un fenomeno diverso: la presenza di un ricco tessuto associativo, di sindacati, di organizzazioni professionali e di categoria che rivendicavano spazi d’azione e che richiedevano diritti politici, sociali e civili. L’osservazione di queste società “da lontano” da parte di molti studiosi e studiose, nonché di analisti e osservatori, non aveva consentito di comprendere i reali meccanismi di funzionamento di queste società né di intravedere quelle micro-trasformazioni che, giorno dopo giorno, stavano costruendo le basi per un cambiamento.

Il secondo filone è riconducibile anch’esso, per molti versi, a una essenzializzazione della regione MENA. Il presupposto che sta alla base delle argomentazioni di questo gruppo è il fatto che l’area stesse finalmente abbandonando il paradigma autoritario per aprirsi alla democrazia. Tuttavia nei fatti, guardando agli slogan scanditi dalle folle in rivolta, la questione della democrazia non sembrava essere al primo posto nelle rivendicazioni dei manifestanti. Dignità, giustizia, libertà era quello che i tunisini, gli egiziani e gli altri dimostranti richiedevano a gran voce, oltre che la caduta di regimi di lunga data. Che tutto questo coincida o no con la presenza di regole democratiche non era il punto su cui insistevano coloro che si trovavano a rivendicare migliori condizioni di vita, lotta alla corruzione e alla disoccupazione dilagante, fine di sistemi di wasta (clientelari) che pervadevano e pervadono le istituzioni, le pubbliche amministrazioni, in poche parole gli Stati. Una più equa ripartizione delle risorse, lavoro e condizioni lavorative migliori, possibilità di riscatto, beni di consumo di prima necessità: queste erano le richieste principali dei manifestanti. In un certo senso, dunque, anche tali analisi difettavano di una conoscenza approfondita delle dinamiche socio-economiche alla base delle trasformazioni sociali, politiche e anche culturali che, a discapito di regimi repressivi, stavano avendo luogo nella regione. Anni di politiche neoliberiste e di privatizzazioni (incentivate anche dai piani di aggiustamento strutturale imposti dagli organismi internazionali) avevano avuto conseguenze disastrose sul tessuto economico (e sociale) portando a una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e facendo crescere il numero di persone che vivevano al di sotto della soglia della povertà.

Venendo al terzo filone di analisi, questo sembra essere, anche alla luce delle più recenti ondate di proteste che si sono sviluppate tra il 2018 e il 2019 in Sudan, Iraq e Libano, il più proficuo. Secondo tale interpretazione queste manifestazioni vanno lette come l’ennesimo step di un processo di lunga durata di cui il 2011 rappresenta soltanto una tappa, seppure importante. Questa argomentazione appare ancora più convincente se si considera che le analisi proposte dai due filoni precedenti ignorano elementi importanti: intanto che le popolazioni degli Stati arabi sono state alla base dei processi che hanno portato ai percorsi di decolonizzazione negli anni ’50 e ’60. Processi rilevanti nella storia contemporanea della regione, che sono stati troppo presto rimossi o dimenticati o confusi e/o identificati troppo semplicisticamente con fenomeni quali il panarabismo. In secondo luogo che, anche con la salita al potere e la presenza di leader autoritari che hanno instaurato regimi repressivi, la regione è stata attraversata da movimenti di protesta e mobilitazione che si sono espressi a vari livelli (dalle lotte sindacali all’interno delle fabbriche, alle proteste delle varie categorie professionali, alle lotte per i diritti civili) mostrando capacità organizzative e rivendicative importanti. Sebbene gli esiti di tali eventi siano stati nel complesso poco indagati, va sottolineato come questi abbiano costituito, nel tempo, un sostrato che, in un certo senso, ha preparato il terreno ai sollevamenti successivi rappresentando al contempo anche un importante momento di auto-apprendimento rispetto alle tecniche di mobilitazione e di lotta da utilizzare in contesti autoritari. Invece di leggere questi contesti come statici e immobili, andrebbero meglio indagate, anche in una prospettiva storica, quali siano state le modalità di resistenza che hanno permesso a queste popolazioni di approntare e mettere in pratica meccanismi di opposizione quotidiana a regimi repressivi.

Senza avere in mente queste considerazioni e senza riflettere in maniera più ampia sulle dinamiche che si sono dispiegate nel corso degli ultimi cinquant’anni nella regione, è impensabile fare un bilancio di ciò che è successo dal 2011 e di quello che sta accadendo con le più recenti ondate di protesta del 2018. A conferma che non sono possibili né, tantomeno, sono proficue, improvvisazioni e approssimazioni su una regione che ancora oggi dai media (ma anche da analisti e think tank), specialmente in Italia, viene letta prevalentemente con le lenti della stereotipizzazione e dell’essenzializzazione.

Note:

(1) La questione relativa alle varie definizioni della regione medio orientale non è banale e, anch’essa, corrisponde a diverse visioni politiche. Per semplicità in questo scritto utilizzeremo in maniera intercambiabile MENA, Medio Oriente e mondo arabo, essendo consapevoli che ciascuna ha una connotazione ben precisa.

Questo articolo è stato pubblicato su volerelaluna il 19 febbraio 2021

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