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Il miracolo di De Luca era un bluff: la verità sul Covid in Campania

L’aumento esponenziale dei contagi da covid-19 in Campania merita una particolare attenzione. Nel giro di poche settimane (dalla fine di agosto in poi, e in particolare dopo le elezioni del 21 settembre) si è passati improvvisamente da “regione covid- free”, a regione con il più alto numero di nuovi casi; da territorio sicuro e ben tutelato dalle autorità politiche e sanitarie, a zona massimamente esposta a ulteriori escalation del virus. Se fino al 25 agosto si erano registrati 5722 casi di contagio, nel giro di poco più di un mese i numeri si sono quasi triplicati, arrivando alla cifra di 14. 377 contagiati.

La Campania che si era convinta di essere uscita sostanzialmente immune dal periodo peggiore grazie al suo “grande timoniere”, si è risvegliata qualche giorno dopo le elezioni in una condizione totalmente diversa. Certo non era merito di De Luca se il covid-19 aveva risparmiato la Campania (e le altre regioni meridionali) e non è sua la responsabilità per quanto avviene oggi. Ma chi ha fatto credere che così era, che cioè la Campania si era salvata per meriti soggettivi di chi la governava, dei suoi “lanciafiamme” minacciati contro gli irresponsabili studenti che festeggiavano le lauree, dei suoi anatemi contro i “cinghialoni” che facevano corse all’aperto o portavano il cane a passeggio, e soprattutto grazie ad un sistema sanitario che il governatore aveva definito di “livello svedese”, ora deve constatare una differenza tra racconto e realtà.

Come mai è avvenuto questo ribaltamento geografico così inaspettato? Sta di fatto che le zone che erano state più colpite nella fase primaverile sembrano avere reagito meglio alla fase post-riapertura iniziata a maggio e a quella successiva al rientro dalle vacanze estive. Al contrario gli aumenti più alti dei contagi si sono verificati in alcune delle grandi regioni meridionali meno colpite dalla fase precedente. E in questo momento si stanno concentrando in Campania e nel Lazio. Cosa sta succedendo? E come mai tutto è cambiato nel giro di così breve tempo?

E’ evidente che non basta da sola la spiegazione degli spostamenti per le vacanze, in arrivo e in partenza. La Campania non è la prima regione in Italia per flussi turistici. Né tantomeno i campani sono quelli che hanno fatto più vacanze all’estero o in altre parti d’Italia. Né è la principale regione per mobilità. Gli spostamenti più massicci si verificano nelle zone a maggiore industrializzazione e la Campania non è in testa a questa classifica. Né si può dire che la densità demografica incide qui più che in altre regioni. E’ noto che di fronte alla possibilità di contagi conta di più quante persone stanno all’interno di uno spazio chiuso (e a quanta distanza interagiscono) piuttosto che quante persone abitano una città. Né si può dire che i campani siano stati i più indisciplinati rispetto ad altri: il rilassamento è stato generale in Italia, e non solo dal Garigliano in giù.

L’attuale situazione non può essersi prodotta solo dopo l’estate o solo dopo la campagna elettorale. E’ evidente che preesisteva ma non veniva fuori. Perché? Semplice: per il bassissimo numero di tamponi effettuati. Il minor numero di contagiati vantati dalla Campania era dovuto sia a un andamento geografico della pandemia, che accomunava tutte le regioni meridionali, sia ad un numero di tamponi assolutamente non proporzionato al peso della popolazione. E nonostante si sia verificato un aumento notevole dei tamponi dalla fine di agosto ad oggi (in tutto 627.532) la Campania resta tra regioni italiane, insieme alla Sicilia e alla Puglia, con la percentuale più bassa di tamponi in rapporto agli abitanti, appena il 10, 85%, mentre in Veneto se ne sono effettuati 1.973.945, cioè il 40,22%! In Lombardia la percentuale è del 21,65%. Seguono il Trentino (39%), il Friuli (35%), L’Emilia (27,20%), L’Umbria (24,78%), la Valle d’Aosta (23,78%), la Liguria (21%) la Toscana (20,81%),poi il Piemonte e le Marche. Nessuna regione meridionale in questa classifica ha superato una centro-settentrionale. Dunque, la capacità di fare tamponi è assolutamente in linea con la qualità del servizio sanitario delle singole regioni. Quelle del Sud stanno indietro, e non c’è propaganda che regga a mistificare questa realtà. Insomma, quando è venuto fuori che per arginare i nuovi contagi era indispensabile avere delle Asl efficienti e una sanità territoriale adeguata, tutto il castello inventato è crollato. “San Vincenzo” non si è mostrato più salvifico di san Gennaro.

Questo articolo è stato pubblicato su Domani il 6 ottobre 2020

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