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Spese regionali e scandali: la questione morale da Berlinguer a oggi

di Sergio Caserta
Oggi mi è capitato di entrare in un ufficio postale e di trovare sul banco dei terminali, in bella posta, un album filatelico (con francobollo e annullo in tiratura limitata) con l’immagine di Enrico Berlinguer sorridente, disegnata a carboncino con toni delicati e sfumati, l’ho acquistato come una reliquia. La mente è subito tornata ai tanti ricordi che mi legano al segretario del PCI, soprattutto immagini di una vita di partito vivace, interessante, fatta di discussioni e iniziative, di passione vera, di lotte e anche di sani conflitti.
Quando Berlinguer improvvisamente morì, sembrava (ed era così) aprirsi un vuoto enorme, che tutta la realtà repentinamente cambiasse. Il nostro già difficile Paese mi appariva così più brutto e misero, era venuta a mancare una personalità di straordinaria importanza per la storia d’Italia. I fatti successivi, dalla svolta della Bolognina in avanti, hanno confermato le fosche previsioni: tranne poche parentesi liete, la vicenda politica, economica e sociale è stata caratterizzata da un lungo e inarrestabile declino.
I trent’anni successivi al 1984, dall’avvento al potere di Craxi, passando attraverso tangentopoli al ventennio berlusconiano, fino a questi ultimi tre anni di governi non eletti, sono stati caratterizzati da una deriva del potere che ha deteriorato l’immagine dei partiti e delle istituzioni agli occhi dei cittadini, a un livello così basso da non potersi immaginare, fomentando disimpegno e astensionismo, mentre avanzava una classe dirigente mediamente formata da persone con modeste se non addirittura nulle capacità, fino alle veline e alle notti di Arcore.

La crisi finanziaria ha scoperchiato alla fine l’insostenibilità di un sistema di spesa pubblica e di finanziamento ai partiti caratterizzato da sprechi e ruberie, portando alla dissoluzione del concetto di etica pubblica. Gli “scandali” di diverse istituzioni, direi quasi nessuna esclusa, hanno mostrato che non c’è stata nella classe politica, nemmeno la cognizione di comprendere che l’uso del denaro pubblico dev’essere amministrato con parsimonia, correttezza e regolare rendicontazione.
Non c’è stata nessuna regione d’Italia risparmiata dagli scandali e anche l’Emilia Romagna, che ha per lungo tempo rappresentato il “fiore all’occhiello” della buona politica della sinistra, è stata colpita da un’inchiesta che ha scoperchiato gravi problemi di amministrazione delle risorse, pur in un quadro complessivo forse meno fosco di altri, ma non privo di episodi gravi  ora sotto la lente dei magistrati.
Penso e mi auguro che non ci si trovi di fronte a una diffusa disonestà, forse i controlli e le verifiche mostreranno un quadro meno deteriorato di quanto i titoli dei giornali hanno gridato. Resta però il fatto che anche in un’Istituzione fondamentale per il governo del territorio, si sono gestiti i denari pubblici con superficialità e disinvoltura.
Soprattutto quel che si è avallato improvvidamente è la concezione wla convizione che il far politica comporti che ogni sorta di spesa possa essere rimborsata, nonostante le retribuzioni dei consiglieri non siano certamente modeste, senza alcun limite e controllo. Questa logica è molto lontana dal concetto di politica come servizio e passione e l’ha resa molto più affine a una “scommessa vinta” per il raggiungimento di uno status privilegiato, a una condizione retributiva da reiterare e difendere in ogni modo.
È assolutamente necessaria una svolta, un cambiamento radicale di cultura politica, il ritorno a valori di serietà e coerenza, di trasparenza e democrazia realmente partecipativa, attraverso la “presa di coscienza” della necessità d’imboccare una strada completamente diversa per il risanamento e il rilancio delle istituzioni, per riconquistare la fiducia e la partecipazione attiva dei cittadini oggi perduta.
L’Altra Emilia Romagna, la lista di cittadinanza attiva ha i requisiti per contribuire se premiata dal voto a una battaglia di rinnovamento e di rigenerazione politica, almeno questa è la sua ambizione. Berlinguer fissò il suo pensiero politico, nell’ultima parte della sua vita, nel concetto di “questione morale come questione politica” ovvero non la moralistica mistica dell’uomo onesto (virtù certo non superflua) ma il problema tutto politico dell’invadenza dello Stato da parte dei partiti, trasformati in comitati d’affari di cui il segretario del PCI aveva già chiara cognizione.
Fu come per tanti altri versi, un profeta abbastanza inascoltato e presto dimenticato (oggi si tende a “glorificarlo” collocandolo come i santi in una sorta di memorialistica oleografica e superficiale) dei mali del Paese e della responsabilità della classe dirigente. Cerchiamo di ritornare a riflettere su Berlinguer per ritrovare il filo di discorso sul senso della politica.

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