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Servizi e società pubbliche: quando l'attacco ideologico manipola i dati

di Marco Bersani
Interessante la lettura de “L’inchiesta” pubblicata nei giorni scorsi da Repubblica, con richiamo in prima pagina dal titolo “Quei 2 miliardi persi dalle società pubbliche” e ripresa con pagina intera all’interno con il titolo “La giungla delle società in mano pubblica: oltre 7.000 SpA, perdono 2,2 miliardi”.
Si basa su un’indagine del ministero del Tesoro su tutte le società partecipate a qualsiasi titolo da comuni, province, regioni ed enti di diritto pubblico. L’indagine è lo spunto per l’ennesimo attacco al pubblico in generale “(…) se una holding privata vedesse che un terzo delle società di cui essa è azionista viaggia in rosso e che quelle perdite sono così pesanti da portare in rosso il saldo totale, le opzioni sarebbero chiare: vendere, oppure ristrutturare al più presto le imprese in perdita per arrestare l’emorragia; la terza ipotesi, fingere di non vedere perché così conviene a quache manager corrotto, non atterrerebbe neppure sul tavolo” sibila con “viva e vibrante indignazione” l’autore dell’articolo Federico Fubini.
Già tutto chiaro: il pubblico è un disastro mentre il metafisico privato sì che sarebbe in grado di garantire l’efficienza. Premesso che sono per la riappropriazione sociale di tutti i servizi pubblici, che vanno sottratti ai profitti privati e al clientelismo politico-manageriale attraverso la partecipazione diretta dei cittadini e dei lavoratori alla loro gestione, una domanda sorge spontanea: ma se l’indagine riguarda le società partecipate dagli enti pubblici (dunque non le aziende speciali nè le SpA a totale capitale pubblico), da chi altro sono partecipate queste società, oltre agli enti pubblici?

E la riposta è lapalissiana: sono società a capitale misto pubblico-privato, ovvero sono partecipate esattamente dai privati! Quelli che “(..) se un holding privata…” di cui sopra. Approfondiamo l’analisi, perché il titolo e il senso dell’articolo farebbero presagire un disastro senza confini.
Ebbene, analizzando i dati riportati, si scopre che su 7340 società partecipate, 2879 (47% ) sono in attivo e 1249 (20%) sono in pareggio: quindi il 63% delle società analizzate non rientra nel disastro gridato per tutto l’articolo. Sono invece in perdita 2023 società pari al 33%. La perdita complessiva di queste ultime è pari a 2,2 miliardi di euro (come sbandierato nel titolo); ma se poi si va a vedere l’articolo nel dettaglio si scopre che del rosso complessivo, ben 1,5 miliardi è provocato da appena 23 società.
Infine, un ultimo dato: la partecipazione media degli enti locali nelle società in utile è pari al 29%, quella nelle società in pareggio è pari al 60%, quella nelle società in perdita è pari al 15%.
Mi fermo qui, anche perché non è certo la contabilità delle quote di capitale a determinare la funzione pubblica e sociale di un servizio. Ma l’articolo di Repubblica è senz’altro la dimostrazione che quando si vuole impostare una campagna ideologica, la manipolazione della realtà è d’obbligo.

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