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Beni comuni: il raggiro dell'acqua pubblica e le proteste contro l'Autorità per l'energia: «Truffati i referendum»

Acqua Pubblica
Acqua Pubblica
di Adriana Pollice
Due giorni di manifestazioni in undici regioni, dal Veneto alla Calabria, per protestare contro le manovre che, di fatto, stanno accantonando i referendum vinti a favore dell’acqua pubblica. Banchetti in piazza a Cosenza, Siena, Padova, Piacenza, Reggio Emilia contro la truffa del nuovo metodo tariffaria transitorio 2012-2013 per il servizio idrico integrato, approvato dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas il 28 dicembre scorso. Un atto amministrativo che di fatto va nella direzione opposta al secondo quesito, riportando il servizio all’interno delle logiche di mercato.
Già il governo Berlusconi aveva provato ad aggirare il voto, solo due mesi dopo i referendum, con un decreto che, reintroducendo sostanzialmente la stessa norma abrogata, avrebbe portato alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. Decreto poi dichiarato incostituzionale. E allora ci hanno pensato i tecnici con un regalo di fine anno ai gestori. L’Autorità, infatti, ha varato una tariffa che reintroduce la remunerazione del capitale e lascia aperta la possibilità di fare profitti sull’acqua cambiando la denominazione in «costo della risorsa finanziaria».
Spiegano i comitati per l’acqua pubblica: «Il nuovo metodo riconosce ai gestori una percentuale standard del capitale investito, sostanzialmente reintroduce lo stesso meccanismo della remunerazione del capitale. La maggioranza delle italiane e degli italiani ha sancito invece l’impossibilità di remunerare in tariffa il rischio d’impresa al di là della sua misura, in quanto ha sancito il divieto di continuare a fare profitti sull’acqua».

Per ora si sa solo che gli aumenti potrebbero essere addirittura retroattivi al 2012, sull’entità nessuno si sbilancia, ma le bollette potrebbero schizzare molto in alto, anche oltre il 35%. Dubbi anche sull’acqua che scorre nei nostri rubinetti: «Dal primo gennaio di quest’anno – spiega Consiglia Salvio, dei comitati campani – la Ue non concede più deroghe all’Italia in fatto di qualità dell’acqua. Nel Lazio, in particolare nella zona di Latina, ci sono grossi problemi con l’arsenico. In Campania le autorità riconoscono una sola area, quella del nolano, fuori parametri. Strano però che risulti a norma il giuglianese, dove le inchieste sui rifiuti hanno accertato lo stato di calamità naturale, o il vesuviano, dove ci sono stati grossi problemi con il fluoro. Chiediamo di avere accesso ai dati perché, francamente, non ci fidiamo affatto».
Nuove multe potrebbero arrivare, mentre il Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica, di concerto con gli altri paesi dell’unione, si attrezza per portare la battaglia direttamente a Bruxelles. E’ infatti in corso la raccolta firme per indire un referendum che sancisca il riconoscimento direttamente dall’Ue delle risorse idriche come bene comune, dell’acqua potabile e dei servizi igienico-sanitari come un diritto universale. Le resistenze, però, sono molte sia in sede internazionale che locale.
Il comune di Napoli ha attivato la ripubblicizzazione del servizio, con la trasformazione della spa pubblica in azienda speciale, Abc, ma intanto gli Ato regionali sono stati commissariati, il governatore Caldoro ha nominato gli stessi presidenti commissari, e all’interno dell’Ato2 la zona del casertano si è scissa dal napoletano per procedere da sola verso la privatizzazione. «Nell’ultima riunione dell’Ambito territoriale – spiega Consiglia – il comune di Napoli aveva proposto la formazione di un consorzio unitario ma è mancato il numero legale. Questo perché attraverso l’assegnazione delle deleghe, a volte anche 40, al sindaco di Piedimonte Matese, presidente del neocostituito Ato5 casertano, si impedisce qualsiasi discussione democratica».
Questo articolo è stato pubblicato sul Manifesto il 26 gennaio 2013

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