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Reportage dalla Palestina: far fiorire il deserto / 1

Foto di Firdaus Usmandi Handala

Nella gola del serpente
fa un buio pesto
scommetto che è per questo
che non vediamo niente”
Il Teatro degli Orrori, L’impero delle tenebre

Tel Aviv è una splendida cecità. La guerra è lontana, l’occupazione sembra distante, in un’altra dimensione, in un’altra epoca. In verità, si spara a poche decine di chilometri, ma qui è tutto attutito, la città è protetta da una cappa di luce artificiale, percepisco come un filtro, un silenziatore posato sulle villette a schiera e i giardini ben curati.
Le immagini di un’Occidente tollerante ed opulento scaturiscono da ogni angolo, ma la quotidianità dei Territori Occupati, una quotidianità ancora vivida nella mia memoria, genera un contrasto insopportabile con questa che mi sembra una realtà di carta, ho nelle orecchie una cacofonia continua, un senso di nausea in gola. È il mito della caverna di Platone applicato allo spazio urbano: una sfilata di belle figurine viene proiettata continuamente sulle pareti della grotta, e la grotta stessa è rivestita da una carta da parati che raffigura spiagge dorate e grattacieli.
A Tel Aviv non vedrete scritte sui muri contro il sistema, niente falci e martelli né “la legge è illegale”, ma bombolette che disegnano stelle di David e raccontano di orgoglio nazionale.

Il memoricidio ha raggiunto gli obiettivi prefissati: Yafo, delizioso e pittoresco quartiere di Tel Aviv, aveva 120000 abitanti palestinesi prima della Nakba. Dopo la pulizia etnica, ne rimasero circa 3900, molti fuggirono via mare, fino a raggiungere Gaza. Yafo si chiamava Giaffa, i suoi pompelmi sono oggi un simbolo israeliano, le sue case, distrutte durante i bombardamenti e le deportazioni e in seguito ricostruite, divennero abitazioni per artisti ebrei.
Cerco spiegazione per tutto ciò, per il passato cancellato e deturpato, per la lontananza non geografica ma mentale dalla guerra permanente di chi vive qui: in questa città, che si mostra fieramente europea, non si vede né si sente niente. Ne parlo con due attivisti israeliani, Schlomo e Tom, militanti antisionisti che vivono nello Stato sionista.
“Non preoccuparti, c’è già qualcun altro che ci sta registrando”, dice Tom sorridendo mentre accendo il mio registratore. La prima domanda che pongo loro riguarda la percezione dell’altro, del palestinese, da parte degli israeliani. Tom mi interrompe subito: “Non ci sono palestinesi. Secondo loro, i palestinesi non esistono. Nei diari dei primi coloni sionisti, prima ancora della fondazione dello Stato di Israele, ci si riferiva ai palestinesi che vivevano questa terra chiamandoli stranieri. Erano già stranieri in casa loro. Un popolo senza terra per una terra senza popolo, recita uno slogan sionista. Quando poi non si poté più nascondere la loro presenza, si cominciò a parlare di arabi. Così si suggerisce che possono andarsene in qualsiasi altro paese del Medio Oriente, non hanno specificità, non hanno un vissuto condiviso, non sono un popolo”.
“Altrettanto importante”, aggiunge Schlomo, “è la distruzione completa della narrazione palestinese, della loro storia e cultura. Il falafel qui è ritenuto un piatto israeliano, persino la topografia pre-sionista è stata annullata o “ebraicizzata”. Nei villaggi spopolati dalla Nakba furono piantate foreste di conifere, per nascondere ciò che era avvenuto, per cancellare le prove dell’esistenza di qualcun altro, qui, prima della nostra venuta. L’unico passato presentato come reale è quello biblico”.
Chiedo allora ai due ragazzi di raccontarmi dell’auto-percezione degli israeliani, come si definiscono, che nome si danno. “Prima di tutto”, dice Tom, “è importante tenere a mente che i cittadini israeliani non hanno nazionalità israeliana. Questo perché la nazionalità israeliana, semplicemente, non esiste. Esiste la cittadinanza israeliana, ed esistono poi molte nazionalità, quella ebraica, quella araba, quella drusa… Questo c’è scritto sul passaporto, lo Stato definisce i propri cittadini dal punto di vista etnico. Non solo: Israele è uno Stato ebraico, quindi le categorie etniche hanno una gerarchia: di fatto è uno Stato etnocratico. Si basa sulla supremazia, formale e materiale, di un gruppo etnico sugli altri”.
“Se parliamo della consapevolezza di questa concezione da parte israeliana, vedremo due gruppi principali di cittadini–continua Tom. Una buona metà della popolazione è esplicitamente razzista, sostengono il suprematismo con l’argomento meglio razzista che morto. L’altra metà parla il lessico dei diritti umani, ma in realtà nessuno di loro è a favore del diritto al ritorno per i profughi, nessuno. Ripete che la guerra è una brutta storia, ma purtroppo, cosa ci vuoi fare: io lo chiamo sindrome del shoot and cry. Questa è la sinistra sionista, magari definita pacifista perché vuole porre fine, in qualche modo, all’occupazione del 1967. Ma non parlerà mai dell’occupazione del 1948, l’inizio di tutto”.

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